Storie
13 Settembre 2021

Johnny Cash: una voce che resiste

Oggi veniva a mancare Johnny Cash, il cantore malinconico, l'amico degli oppressi, il tossicodipendente e il devoto cristiano. Cercando una via per la redenzione, la sua musica ha aiutato milioni di persone ad uscire dalla propria "prigionia".

Johnny Cash

di Giacomo Vaccarella

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Ascoltando le American Recordings si ha l’impressione che Johnny Cash non abbia sentito l’acciacco del tempo. Le registrazioni con la nuova casa discografica erano cominciate poco prima della sua morte, nel 1994, eppure la sua voce basso baritonale aveva resistito alla prova degli anni. Più rauca, certo, ma ancora perfettamente emotiva e coinvolgente.

Un periodo difficile

Prima di cominciare le registrazioni con l’American Records, Johnny Cash era da molto tempo in un periodo complicato. Lungo tutto il decennio degli anni ’80 aveva continuato ad entrare e a uscire dalle cliniche per disintossicarsi e gli ultimi album che aveva registrato non avevano riscontrato il successo degli anni precedenti. La svolta verso la musica religiosa, che ancora oggi fa molto discutere, gli era costata parecchio e le case discografiche non ne volevano sapere di continuare a produrre dischi simili: ripetevano a Cash che lo avrebbero preferito vedere in prigione invece che in una chiesa. Effettivamente, non avevano tutti i torti, la musica religiosa Country e Gospel, come quella della Famiglia Carter o di Jimmie Rodgers, che fin dalla giovinezza avevano influenzato Cash, erano ormai passate di moda.

Nelle profondità del lago

Il colpo finale arrivò alla fine degli anni ’80, quando la Columbia Records revocò il contratto discografico e Johnny Cash si ritrovò paradossalmente senza una casa discografica intenzionata a pubblicare i suoi dischi. In quel periodo Cash prese ad avere l’aspetto malinconico di una vecchia star dimenticata, che pare non aver retto alle novità del tempo, come un attore del cinema muto tagliato fuori con l’arrivo del sonoro.

In un momento di profonda frustrazione, gettò nel lago vicino alla sua casa a Hendersonville, Tennessee, ogni cimelio della sua incredibile carriera iniziata alla fine degli anni ’50: i dischi con la Sun Records, i live a Folsom Prison e a San Quentin, il suo personale programma televisivo The Johnny Cash Show, in onda tra il ’69 e il ’71, dove aveva suonato con artisti di tutti generi. Dovette gettare via il suo passato per ritrovare un modo di rincominciare.

Proprio quando Cash credeva di aver perso ogni speranza, entrò in scena Rick Rubin, produttore dell’American Records, un’etichetta discografica che fino a quel momento aveva principalmente pubblicato dischi di gruppi Hard Rock come gli Slayer e poi i System of a Down. Rubin propose a Cash di incidere un disco in cui avrebbe potuto suonare ciò che voleva, tutte le canzoni che da anni gli erano state rifiutate o che non aveva potuto registrare. La principale differenza dai dischi precedenti era che Cash questa volta non avrebbe avuto un gruppo di spalla, ma la voce sarebbe stata accompagnata solo dalla sua chitarra. L’idea di Rubin era quella di mettere al centro del nuovo disco la voce di Cash, che insieme al testo era ancora capace di raccontare con sconcertante sincerità emotiva ogni tipo di storia. Un Cash ridotto all’osso.

Oltre ai suoi pezzi, Rubin gli propose di registrare alcune cover – come Hurt dei Nine Inch Nails – che poi si rivelarono un enorme successo.

Hello, I’m Johnny Cash

Nel salotto di casa sua, con un microfono per la voce e uno per la chitarra, Cash registrò una quantità impressionante di canzoni, alcune dei vecchi tempi, altre di carattere spirituale e religioso e alcuni inediti. In totale vennero registrati sei dischi – gli ultimi due usciti postumi- che si aggiudicarono due Grammy e fecero riscoprire la musica di Cash al nuovo pubblico.

Nelle American Recordings, Cash non ha niente da invidiare al sé di vent’anni prima. La profondità della sua voce, la delicatezza della chitarra, sono ancora capaci di trasmettere l’intimità della propria esperienza. La voce rauca e sofferente sembra ancora alla ricerca di quella redenzione che aveva guidato la sua produzione musicale degli anni precedenti. È un Cash che in un certo senso ha interiorizzato la musica degli ultimi anni, di quei giovani artisti con cui aveva cominciato a collaborare, come i Nirvana, i Nine Inch Nails, gli Alice in Chain, trovando con loro una profonda intesa. Il successo del disco fu confermato al Glastonbury Festival del ’94, dove a detta di Cash ricevette dal pubblico il saluto più caloroso di tutta la sua carriera.

Morì infine il 12 settembre 2003, a Hendersonville, a 71 anni. Irrinunciabile il documentario uscito qualche anno fa, prodotto da YouTube Originals e intitolato The Gift: The Journey of Johnny Cash, che ricostruisce tutta la sua carriera con la colonna sonora di Mike MCready, il chitarrista dei Pearl Jam.

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