Grecia, cronaca di una morte annunciata

Grecia, cronaca di una morte annunciata

Le dichiarazioni dei tecnocrati europei colpiscono per la loro invariabilità, «la colpa è della Grecia, i cattivi sono da quella parte, noi siamo i buoni». Il Fondo monetario, la Bce e la Commissione europea ci tengono a precisare che loro vogliono solo il bene dei Paesi dell’Eurozona, e hanno sempre dimostrato flessibilità nel negoziare con la Grecia, proprio nell’interesse di una stabilità finanziaria, come sottolineato da Christine Lagarde, direttore generale del Fmi.

Il povero e affranto Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, si dichiara «molto deluso dalla decisione del governo greco di respingere la proposta delle istituzioni creditrici. Si tratta di una decisione molto triste di chiusura». La legittimità di un Governo che decide di utilizzare 200 milioni di euro per le misure contro la povertà, invece di accettare il piano di salvataggio, viene addirittura messo in discussione da Dijsselbloem, Merkel e Lagarde. La stessa Merkel aveva esortato Tsipras ad accettare l’offerta «straordinariamente generosa» dei creditori internazionali.

Certo per loro questa Grecia si sta suicidando, perché come sostiene Padoan «non è l’Europa che sta facendo fallire la Grecia, ma caso mai sono le scelte del Governo greco che non sono a mio avviso adeguate alle necessità della Grecia: l’Europa al contrario sta dimostrando una grande coesione e sta facendo di tutto non solo per mantenere l’integrità della zona euro, ma per rafforzarla».

Tsipras però sembra non apprezzare tutta questa bontà di cuore e persevera nella sua decisione: «Il referendum si farà, che piaccia o meno ai nostri partner, non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno», definendo un insulto l’ultimatum imposto al popolo greco dai creditori internazionali, «una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica». Il Parlamento ha dato il via libera alla consultazione, necessaria per evitare la «morte lenta della Grecia».

Tsipras si rivolge alla «sovranità e alla dignità del nostro popolo», culla della democrazia, per riportare la democrazia in una Europa che sembra averla persa, senza identità e senza bussola: «All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione».

Se scaviamo un po’ più a fondo però, troviamo come questa crisi sia stata spinta sull’orlo del precipizio proprio dagli stessi eurocrati che si eleggono a paladini di un salvataggio non apprezzato. Non solo, i salvataggi della Grecia avrebbero addirittura arricchito le banche degli altri Paesi, soprattutto tedesche e francesi. Nel 2009 il debito greco era di 180 miliardi di euro e alla Grecia furono per questo accordati due bailout, cioè due iniezioni di liquidità nel 2010 e nel 2012, per un totale di 256 miliardi. Ma più del 90% di questi aiuti finì nelle casse di Deutsche Bank, HSBC e JPMorgan Chase.

Yanis Varoufakis, prima di diventare ministro delle finanze, aveva dichiarato che la Grecia era stata colpita da un vero e proprio «water-boarding fiscale». Infatti sette anni di depressione hanno portato al crollo del Pil del 26%, con un debito del 177% del Pil e la disoccupazione giovanile al 62%. Risollevare un’economia in simili condizioni era, per Varoufakis, «una missione direttamente dall’inferno».

Un inferno, quello della crisi greca, che sta rivelando l’estrema fragilità dell’Eurozona, quante debolezze ci siano nell’unione economica e monetaria europea, quante Europe ci siano all’interno della Ue. La crisi greca è indissolubilmente legata all’incapacità delle Istituzioni comunitarie di regolamentare gli Stati membri in modo compatto. Le politiche di austerità sono fallimentari, il coperchio è stato alzato e si rovesciano fuori le conseguenze di una terapia somministrata dalla Commissione europea, dalla Bce e dal Fmi.

L’Europa ha infatti permesso l’attuale situazione della Grecia, producendo con i suoi programmi sbagliati la forte crescita del rapporto debito/Pil , inutile ora pretendere che le conseguenze siano sopportate dalla Grecia e non dall’Europa, dato che la struttura stessa dell’Eurozona impone una perdita di flessibilità agli Stati membri che non possono seguire la strada della svalutazione per uscire dalla crisi.

Per il premio Nobel per l’economia Paul Krugman il nodo cruciale del problema è l’insipienza dell’Eurogruppo: «Il dramma è che abbiamo essenzialmente le stesse persone che hanno commesso tutti questi errori tragici di valutazione sull’austerità che danno lezioni ai Greci sulla necessità di essere realistici». Sempre Krugman definisce Padoan «l’uomo dai cattivi consigli», lui che ora addossa la responsabilità della crisi greca al suo stesso Governo, ma che da ex dirigente del Fmi, ex consulente della Bce ed ex vice segretario dell’Ocse ha contribuito in prima persona alla crisi stessa.

Anche Stiglitz, altro premio Nobel per l’economia, sottolinea le fragilità di un modello europeo che ha alla sua base troppe diseguaglianze; inoltre l’unione monetaria «è stato un grande errore, e quando fai uno sbaglio così, comprometti tutte le migliori intenzioni che puoi avere. Per creare una moneta unica servono condizioni che non esistevano. Oltre a questo, però, se la crei hai bisogno di istituzioni che la facciamo funzionare, come una vera unione bancaria». Si aggiunge a questo una mancanza di flessibilità fiscale: «La speranza era che col tempo l’Europa avrebbe messo mano a queste riforme, e la crisi del 2010 era sembrata il momento giusto. Invece avete fatto il minimo indispensabile, aggiungendo un’altra policy che gli economisti di tutto il mondo avevano già screditato: l’austerità. E’ stato un disastro politico. E’ ora di riconoscere che le politiche dell’austerity e della supply side hanno fallito».

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