Problemi all’italiana 1.0, la primavera politica ancora lontana ed il probabile commissariamento “dietro le quinte”.

Problemi all’italiana 1.0, la primavera politica ancora lontana ed il probabile commissariamento “dietro le quinte”.

CommissariamentoNegli ultimi anni, ahimè, abbiamo assistito a passaggi di testimone fra governi accomunati da una crescente istituzionalizzazione degli interessi personali con il risultato ultimo di peggiorare la situazione occupazionale, competitiva e reputazionale italiana. La liquefazione politica ed il mal governo, accompagnano la malandata Italia oramai da tempo. Dalla caduta parziale di Berlusconi nel 2011 a suon di fischi, clacson e bottiglie di champagne in Piazza Colonna, all’arrivo di Monti economista forse troppo neoclassico o forse troppo legato al senso di dovere verso le politiche d’austerity. Al tramontare di Monti è seguita un’alba fioca – quella di Letta. Risultato?

La situazione politico-economica italiana, seppur con qualche misero segno di ripresa continua a peggiorare e con sè le aspettative delle nuove generazioni. “Il rischio molto serio, oggi, anche per il nostro Paese, è che ci sia una ripresa senza occupazione” (Letta, G20 2013), quello che in termini tecnici viene chiamato “jobless recovering”. L’attuale esecutivo più che pensare al mercato del lavoro, ha visto infatti come priorità l’abolizione dell’IMU, aggravando tuttavia la situazione dei dicasteri in termini di disposizione monetaria. Per coprire il taglio dell’IMU i ministeri dovranno rinunciare ad un ammontare complessivo di quasi un miliardo di euro, di cui circa un quarto prelevato al Fondo per l’occupazione (250 milioni). Sembrano aver dimenticato che la disoccupazione si attesta al 12% e quella giovanile al 39,5%.

La mancanza di una vision politica, oltre a destabilizzare i mercati, rende ancor più frammentato il tessuto sociale ed innovativo del Paese – aspetti quest’ultimi – interconnessi fra loro. Vediamo perché.

L’aspetto sociale riguarda anche la condizione in cui versano i lavoratori in generale – laureati in particolare. Secondo il Rapporto Unioncamere 2013, meno di due lavoratori dipendenti su 10 (nel settore privato) hanno finito l’università, contro una media europea di 3 e punte di 4 su 10 in Gran Bretagna e Spagna. E, ancora peggio, tra i lavoratori italiani più qualificati, molti svolgono attività che richiedono competenze minori. Molti di questi laureati spesso svolgono lavori sotto qualificati e tale gap non è dovuto alla mancanza di un approccio aziendale tayloriano bensì al disallineamento tra la domanda e l’offerta di competenze sul mercato del lavoro.  Questo fenomeno ha ripercussioni sia per il lavoratore che per l’azienda. Da un lato, il lavoratore laureato sotto qualificato sarà disposto a lavorare meno (produttività minore) perché laureato, e dunque scoraggiato nel ricoprire una mansione più bassa. Dall’altro l’azienda vedrà ridursi come inevitabile conseguenza la produzione totale e non avrà quindi denaro per investire, con il rischio crescente d’uscita dal mercato.

L’aspetto innovativo – legato a quello socio/occupazionale – riguarda appunto la bassa competitività delle nostre aziende. La competitività deriva da un apporto di capitale umano adeguatamente allocato, da un’elevata capacità gestionale, nonché da un sostegno da parte dello Stato centrale in grado di creare condizioni favorevoli per le imprese. Dunque, senza questi elementi continueremo ad avere una perenne rincorsa della locomotiva italiana verso un mondo sempre più globalizzato ed interconnesso. Quale futuro per un’Italia troppo lenta, senza politiche industriali ed occupazionali lungimiranti – con l’aggravante di una classe politica liquefatta?

Ho voluto prendere come esempio la condizione occupazionale dei laureati, perché rappresentano il volano di sviluppo del Paese negli anni a venire. Se aggiungiamo a tale condizione lavorativa una pessima capacità gestionale della cosa pubblica ecco che si rischia di mettere a repentaglio il futuro del Paese. L’attuale status quo decisionale non crea le condizioni favorevoli per rilanciare le riforme che l’Europa e l’Italia ci chiedono a gran voce. La lettera della BCE non è poi così lontana. Dunque, senza una vera politica e con basse prospettive di crescita per il Paese, quale futuro si prospetta? Un probabile interventismo velato della Troika (BCE, FMI, CE).

Il risultato atteso potrebbe essere l’eliminazione parziale della sovranità nazionale che renderebbe difficile la tenuta sociale del Paese – già molto frammentato –  e l’aumentare delle disuguaglianze con il conseguente acuirsi del dissenso politico da parte dei cittadini. La destabilizzazione politica ed il possibile interventismo della Troika potrebbero altresì minare le prospettive lavorative dei giovani promettenti, che fuggirebbero altrove, con la conseguente ulteriore decadenza della competitività nazionale.

Pessimismo? Mi auguro di si. La situazione appena descritta non fa certo sperar bene. Viviamo purtroppo in una completa empasse civile ed ideativa della politica. La durezza dei tempi non apre la strada per le riforme, quelle vere. Molti aspettano il diluvio. L’augurio è che “lo Stato di fatto non venga destituito ancora una volta da nuovi arcana imperii intransigenti, da determinazioni ben più potenti del nostro carattere nazionale”  come FMI, BCE, CE.

di Marco Franco

10 settembre 2013

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook