La musica ai tempi del Covid-19. Intervista a Davide D’Atri, CEO e fondatore di Soundreef

La musica ai tempi del Covid-19. Intervista a Davide D’Atri, CEO e fondatore di Soundreef

Davide D’Atri, CEO e fondatore di Soundreef, si confronta con il Gruppo Giovani dell’Associazione Economia della Cultura sulla scena musicale nell’era post Covid-19, innovazione e digitalizzazione e sui concetti alla base del suo fare impresa nel mondo della cultura: capitale umano e sostenibilità sociale.

La crisi pandemica ha colpito duramente il settore culturale e la scena musicale mondiale, invertendo molti paradigmi. Gli stessi che Davide D’Atri ha contribuito ad innovare con Soundreef – azienda di collecting nel mondo musicale – facendo della digitalizzazione dei processi la sua forza. La domanda allora appare scontata: come avete affrontato questa crisi? E come state reagendo?

“Sicuramente questa è la principale domanda del momento. Diciamo che dobbiamo tornare indietro a marzo, quando ancora eravamo “ingenui” su questa situazione – e se lo eravamo come persone, coma aziende lo eravamo ancora di più. Mai avremmo immaginato nella nostra vita imprenditoriale di vedere il fatturato aziendale crollare del 50% in sole due settimane. Perché, di fatto, questo è successo all’industria musicale.

I primi giorni di lockdown sono stati surreali, mi sono trovato da solo in un ufficio completamente vuoto. Piazza Barberini deserta. Dopo pochissimo, abbiamo realizzato l’entità della situazione e per quanto solidi finanziariamente, nessuno era preparato a un evento di tale entità.

Dopo un grande sconforto iniziale, senza sapere dove mettere le mani, abbiamo riflettuto e ci siamo fortemente convinti che fosse fondamentale investire sulle persone! Siamo una società giovane, che deve continuare ad innovare. E’ statisticamente provato che, nei periodi di grandi crisi, le società giovani che continuano a crescere diventano grandi. Il ragionamento allora è stato semplice: continuare ad innovare per crescere. E come farlo? Non mettiamo nessuno in cassa integrazione”.

In antitesi con i paradigmi di sopravvivenza societari ormai troppo diffusi, Davide ha voluto riportare l’attenzione al cuore pulsante della propria realtà: il capitale umano. Lo stesso capitale umano cui Gary Becker, economista statunitense e premio Nobel 1992, attribuisce notevole importanza per la crescita sociale ed economica della comunità.

“Questa decisione ci ha convinto in pieno. Le persone, i nostri collaboratori, l’hanno compresa ed hanno lavorato duramente. E’ stata una scommessa che abbiamo vinto!

Oggi, qualche mese dopo, stiamo godendo dei risultati di ciò che abbiamo fatto durante il lockdown. Abbiamo sviluppato molti prodotti che adesso ci semplificano il lavoro, come ad esempio la rendicontazione mensile sulle radio locali e un nuovo account per i right-holders. Tutto per essere pronti e ben posizionati per la ripartenza.”

Davide D’Atri ci parla di un senso di dinamicità e reattività contagioso, apprezzato e premiato dai suoi artisti. Artisti che rientrano nel capitale umano che Soundreef ha voluto sostenere, dando vita a quel processo che vogliamo definire “sostenibilità sociale”.

“Da parte nostra abbiamo voluto dare un contributo a tutti quegli autori e editori che avevano guadagnato meno di 10000€ nel 2019, anticipando il 50% dei loro guadagni, immettendo liquidità verso quegli artisti in difficoltà, in pochissimi giorni. Un piccolo gesto, che per alcuni però è stato fondamentale.

D’Atri è certo che questi concetti sono allineati con la stessa natura del business. A nessuno fa comodo un autore che smette di essere autore. Noi lavoriamo con il capitale umano e con il capitale creativo, e se quel tipo di capitale lo sminuisci, lo mandi in cassa integrazione o non ti curi di loro, poi quel capitale viene a mancare”.

A proposito di capitale creativo, le limitazioni adottate verso gli spettacoli dal vivo ci hanno spostato dal mondo reale al virtuale. Abbiamo visto tanti concerti sui social e una crescita degli ascolti in streaming. Risultati interessanti ma che al contempo portano grandi difficoltà in materia di diritti e licenze.

“Il digitale ha rivoluzionato in positivo il mondo musicale e noi di Soundreef non esisteremmo senza la rivoluzione digitale. Siamo nati digitalizzando i servizi, rendendo la ripartizione delle royalties nel mondo delle collecting più trasparente ed efficiente. Questo certamente ha reso possibile per più autori pubblicare la loro musica, produrre più musica, scrivere più musica. Abbiamo tolto dei muri che avevamo davanti…

C’è comunque l’altra faccia della medaglia che è molto complessa: da una parte è vero che si può produrre più facilmente, ma la massa di musica prodotta è talmente vasta che è ancora più difficile emergere.

Le case discografiche si stanno trasformando molto e seguono attentamente i meccanismi social. I loro manager sicuramente considerano entrambi i fattori, quello artistico e la capacità di apparire.

A questo punto però diviene fondamentale regolamentare l’uso di queste piattaforme digitali che certamente hanno rivoluzionato in positivo il modo di fruire della musica. Allo stesso tempo però stanno iniziando ad avere degli atteggiamenti quasi monopolisti a livello globale nei confronti dei creatori ed esecutori. Ecco: questo aspetto va regolamentato!”

La mancanza di regole chiare o sanzioni aspre nei confronti di quei player che sfruttano “loopholes” del sistema, avvantaggiandosi, ad esempio, di licenze illecite e cavalcando l’onda di risarcimenti non corrispondenti alle reali perdite, ci riporta all’idea di pirateria degli anni ’90, ad esclusivo svantaggio della cultura, economia e innovazione.

“Noi di Soundreef abbiamo cercato di aiutare le piccole realtà per i live streaming. Ma non è una cosa semplicissima perché insistono vari diritti su questo tipo di performance. I diritti d’autore sarebbero i più semplici e abbiamo elaborato delle proposte, ma ci sono altri tipi di diritti, più tecnici, che andrebbero sdoganati per un singolo concerto. Bisognerebbe sedersi intorno ad un tavolo insieme agli operatori, ai proprietari di questi diritti, e studiare una soluzione semplice per il fruitore. “

E chissà che questo tavolo di discussione ed innovazione non possa avere inizio proprio da qui.

Sempre di innovazione abbiamo parlato, ma stavolta in riferimento ad un’altra “nicchia” del mondo musicale, quella della classica. C’è futuro?

“Assolutamente sì! Credo che questo repertorio sia la mamma ed il papà di ogni tipo di musica.

È chiaro che viviamo il mondo dove gli adolescenti cambiano artista preferito ogni settimana, a seconda del singolo che esce… e ne escono ogni settimana. L’artista mito non esiste più, dura pochissimo, ha una funzione molto veloce. I brani pop sono stati costruiti per far sì che nei primi 10/15 secondi ci sia già un “hook”.

È chiaro che seguendo questa logica distruggi la classica, che ha bisogno di un’attenzione fondamentalmente diversa. Non bastano i 5 secondi. Devi essere più concentrato e devi educarti a quell’ascolto, l’orecchio va educato, e serve un ascolto molto più serio. Bisognerebbe trovare delle metodologie, e in questo devo dire alcuni manager che gestiscono la classica non hanno fatto abbastanza. Bisogna “cannibalizzare” i propri modelli di business per crearne altri e, forse, nella classica qualcuno non ha avuto abbastanza coraggio”.

Per Davide tutto questo è un inizio. Fra 5 anni?!

“Siamo al nostro 20% e il nostro obiettivo è arrivare al 100%! Noi abbiamo tantissimo da fare.”

Don’t stop me now!

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