Corvetto, l’immigrazione e il volto di Milano

Corvetto (Gamboloita in origine), il Distretto dell’Arte Contemporanea di Milano, di artistico ha ben poco. Lo dimostrano gli eventi di domenica notte, nonché lo status quo.
Situato nella zona sud-est del capoluogo lombardo e in un certo senso “gemello” del disomogeneo quartiere di San Siro (che si trova pochi chilometri più in là), è stato il cuore dell’immigrazione del Novecento. Prima l’ondata proveniente dal Sud Italia, nel Dopoguerra, poi quella degli anni Ottanta e Novanta, dall’Egitto e dal Nord Africa.
Nonostante il proliferare di centri sociali e culturali già dagli anni Sessanta, la nascita dell’Associazione Franco Verga-C.O.I. e tutte le politiche di integrazione annunciate nel tempo, nelle periferie milanesi queste sono le parole chiave: degrado sociale, povertà, abusivismo.
Questo è ciò che accade quando le case sono troppo vecchie, troppo piccole, troppo poche, quando l’attenzione gravita solamente verso il centro della città, la vetrina.

Secondo gli ultimi dati del “Dossier statistico sull’immigrazione 2024” (presentato alla fine del mese scorso alla sede di Emergency del capoluogo lombardo), Milano è la seconda provincia italiana per numero di stranieri residenti, dopo Roma.
Ma è scorretto parlare di “invasione”, perché l’immigrazione non sembrerebbe affatto fuori controllo, da un punto di vista quantitativo. Che dire però della qualità delle condizioni di vita e dell’accoglienza degli immigrati?
I fatti di Corvetto delle ultime notti dimostrano che è stato raggiunto un drammatico apice di povertà, marginalità e disagio.
Il 19enne Ramy Elgaml è morto lo scorso 24 novembre, per via di un incidente in scooter (da passeggero), durante un inseguimento dei carabinieri. Sono seguite 3 notti di violenze, roghi e vandalismi, in cui sarebbero stati coinvolti circa un centinaio di rivoltosi.

Tra i “fratelli di Ramy”, ci sono egiziani, algerini, marocchini, ma anche ragazzi provenienti dai Balcani e italiani: “L’hanno ammazzato, vogliamo la verità”, dicono.
Sono partite le indagini, che continuano ancora oggi, c’è stato anche il primo arresto di un 21enne e la presenza della polizia è stata aumentata. Quest’ultima scelta è piaciuta molto a chi, scrivendo su Facebook, chiedeva che ci fossero interventi più risoluti da parte delle forze dell’ordine. Le acque si sono placate, è vero, ma il timore prevalente è che Corvetto diventi una banlieue parigina.
Da un lato, guardando le rivolte, Matteo Salvini stuzzica chiedendo “è questa l’integrazione che piace alla sinistra?”. Ma guardiamo anche le cariche, i manganelli: è questa la Milano con il cuore in mano?
Fenomeni socio-demografici massicci come l’immigrazione cambiano inevitabilmente il volto delle grandi città, come sta accadendo a Milano. Ma reprimere, quadruplicare la presenza della polizia, respingere non è una risposta. L’immigrazione in primis si accetta e poi si gestisce con strumenti appositi, ovvero: intercettando i reali bisogni delle persone, creando nuovi spazi di aggregazione, creando più servizi, lavoro e riqualificando lo spazio urbano.





