Monte dei Paschi di Siena: Storia, Crisi e Ritorno sulla Scena Finanziaria
La storia di Monte dei Paschi di Siena è una delle più affascinanti e tormentate del panorama bancario italiano ed europeo. Fondata nel 1472 come Monte di Pietà per offrire prestiti ai bisognosi della Repubblica di Siena, MPS può vantare il primato di essere la banca più antica del mondo ancora in attività. Per oltre cinque secoli, l’istituto ha attraversato guerre, rivoluzioni e trasformazioni economiche, mantenendo sempre un ruolo centrale nel tessuto finanziario toscano e italiano.
La banca ha consolidato nel corso dei secoli la sua posizione nel territorio senese e toscano, diventando un simbolo di identità locale oltre che un pilastro economico. Il suo palazzo storico in Piazza Salimbeni, nel cuore di Siena, rappresenta ancora oggi un punto di riferimento architettonico e culturale della città. Fino agli anni Novanta, Monte dei Paschi ha mantenuto una gestione relativamente prudente, radicata nel territorio e caratterizzata da un forte legame con le comunità locali.
La svolta che avrebbe portato alla crisi più grave della sua storia inizia nel 2007, quando l’istituto, guidato dall’allora presidente Giuseppe Mussari, decise di intraprendere una strategia di espansione aggressiva. L’acquisizione di Banca Antonveneta, acquistata dal Banco Santander per 9 miliardi di euro, si rivelò un’operazione disastrosa. Il prezzo pagato era eccessivo, quasi il doppio del valore di mercato, e l’operazione venne finanziata attraverso un massiccio indebitamento che avrebbe gravato sui conti della banca per anni.
Ma l’acquisizione di Antonveneta fu solo l’inizio dei problemi. Negli anni successivi emersero scandali che avrebbero scosso l’istituto nelle fondamenta. La banca aveva nascosto perdite miliardarie attraverso strumenti finanziari derivati, i cosiddetti “Alexandria” e “Santorini”, contratti stipulati con Deutsche Bank e Nomura che permettevano di mascherare i buchi di bilancio. Quando questi artifici contabili vennero alla luce, il danno reputazionale e finanziario fu enorme. Diversi dirigenti, tra cui Mussari, finirono sotto inchiesta e furono successivamente condannati.
La crisi si aggravò ulteriormente con l’inasprirsi dei parametri di vigilanza bancaria europea dopo la crisi finanziaria del 2008. Gli stress test della Banca Centrale Europea evidenziarono ripetutamente le debolezze patrimoniali di MPS, che si trovò con crediti deteriorati per miliardi di euro e un capitale insufficiente rispetto agli standard richiesti. La banca necessitava urgentemente di ricapitalizzazioni, ma il mercato aveva ormai perso fiducia nell’istituto.
È in questo contesto che lo Stato italiano è intervenuto massicciamente per salvare la banca dal collasso. Un primo intervento avvenne nel 2013 con i cosiddetti “Monti bond”, titoli di Stato sottoscritti da MPS per 4 miliardi di euro che rafforzarono temporaneamente il capitale. Ma la situazione continuò a deteriorarsi, e nel 2017 il governo italiano dovette orchestrare un salvataggio ben più consistente. Dopo il fallimento di un tentativo di ricapitalizzazione privata, lo Stato acquisì una partecipazione del 68% della banca, iniettando 5,4 miliardi di euro di denaro pubblico.
L’intervento statale, pur necessario per evitare il fallimento e le conseguenze sistemiche che ne sarebbero derivate, ha trasformato MPS in una questione politica oltre che economica. Per anni, la presenza dello Stato nel capitale della banca ha rappresentato un problema sia per l’Unione Europea, che vedeva con sfavore gli aiuti di Stato al settore bancario, sia per i governi italiani che si sono succeduti, tutti pressati a trovare una soluzione per la privatizzazione dell’istituto.
Il processo di risanamento è stato lungo e doloroso. La banca ha dovuto chiudere centinaia di filiali, tagliare migliaia di posti di lavoro e cedere asset per ridurre i crediti deteriorati. Il piano di ristrutturazione ha previsto anche la cessione di miliardi di euro di sofferenze bancarie, operazioni che hanno alleggerito il bilancio ma hanno anche comportato perdite significative. Lentamente, però, i numeri hanno cominciato a migliorare. I coefficienti patrimoniali sono risaliti, la redditività è tornata positiva e la qualità degli attivi è progressivamente migliorata.
Nel corso del 2024, dopo anni di speculazioni e tentativi falliti, lo Stato italiano ha finalmente avviato il processo di uscita dal capitale di MPS. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha ridotto gradualmente la sua partecipazione attraverso collocamenti sul mercato, riportandola sotto il 12%. Questo ha permesso alla banca di tornare completamente privata e di guardare nuovamente al futuro con maggiore autonomia strategica.
Ed è proprio in questo nuovo contesto che si inserisce l’operazione più sorprendente degli ultimi mesi: la scalata di Monte dei Paschi a Mediobanca. Nel novembre 2024, MPS ha lanciato un’offerta pubblica di scambio su Mediobanca, proponendo di acquisire il controllo di una delle banche d’affari più prestigiose e influenti d’Italia. L’operazione, che valuta Mediobanca circa 13,3 miliardi di euro, prevede uno scambio azionario che porterebbe gli attuali azionisti di Mediobanca a detenere circa il 40% della nuova entità combinata.
La mossa ha colto di sorpresa il mercato e ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato, rappresenta un segnale forte del ritorno di MPS come player attivo nel consolidamento bancario italiano, dimostrando che la banca senese ha superato la fase più critica della sua storia recente. Dall’altro, molti analisti si interrogano sulla razionalità industriale dell’operazione, considerando le profonde differenze tra i due istituti: MPS è una banca commerciale tradizionale, fortemente radicata nel retail, mentre Mediobanca è specializzata nel corporate banking, nel wealth management e nell’investment banking.
L’operazione si inserisce in un contesto più ampio di consolidamento del settore bancario italiano. Il governo ha più volte auspicato la creazione di campioni nazionali in grado di competere a livello europeo, e l’eventuale fusione tra MPS e Mediobanca darebbe vita al terzo polo bancario italiano per dimensioni, dopo Intesa Sanpaolo e UniCredit. Mediobanca, dal canto suo, controlla partecipazioni strategiche in aziende come Generali e detiene asset di grande valore nel wealth management attraverso Banca Mediolanum.
Il ruolo dello Stato rimane centrale anche in questa fase. Pur avendo ridotto significativamente la sua partecipazione in MPS, il governo ha espresso sostegno all’operazione, vedendola come un’opportunità per rafforzare il sistema bancario nazionale. Tuttavia, l’operazione deve ancora superare numerosi ostacoli, tra cui l’approvazione degli azionisti di Mediobanca, molti dei quali hanno già espresso scetticismo, e il via libera delle autorità di vigilanza europee.
La storia di Monte dei Paschi rappresenta un caso emblematico delle contraddizioni del capitalismo italiano: una gloriosa istituzione secolare trascinata sull’orlo del fallimento da scelte manageriali discutibili, salvata con denaro pubblico in un intervento controverso ma necessario, e ora protagonista di un tentativo ambizioso di consolidamento che potrebbe ridefinire gli equilibri del settore bancario nazionale. Che l’operazione su Mediobanca si concretizzi o meno, il percorso di MPS rimane una testimonianza della resilienza di un’istituzione che, dopo aver toccato il fondo, cerca di riconquistare un ruolo da protagonista nella finanza italiana.




