“Giovani: che ne sara’ di noi?”, BocconianaMente fa le prove di democrazia

Forse un po’ “choosy”, ma non certo rinunciatari. I giovani d’oggi sono vivi, impegnati e passionali, con una volontà di far prevalere pacificamente la propria voce al fragore generato da chi non sa, o forse non vuole, spiegare il motivo del perché, nella società attuale, sia così tragicamente necessario urlare, incendiare e distruggere per poter essere ascoltati. “La generazione perduta”, come definita dal premier Monti, in realtà ha saldamente in mano la bussola del proprio futuro, nonostante gli incoscienti e, si spera, inconsapevoli decennali tentativi politici di annerire i cartelli direzionali.

BocconianaMente, associazione studentesca socio-culturale volta all’organizzazione di conferenze, convegni e seminari sui temi di più stretta attualità, rappresenta l’esempio più lampante dell’indistruttibile, e ancora immutata, passione giovanile, quella che ha mosso nel corso della storia intere generazioni nel tentativo di scalare impervie pareti, apparentemente insormontabili, attraverso quelle rocce rovinose e scivolose che rappresentano l’unico percorso praticabile per poter giungere alla meta di un netto e necessario cambiamento culturale.

La conferenza tenutasi all’università Bocconi giovedì 29 novembre è stato uno spunto per elaborare pensieri produttivi sulla società attuale e sulle prospettive dei giovani d’oggi. Il titolo-tema dell’evento organizzato da Elisabetta Pero ed Alex Cena, rispettivamente presidente e vice-presidente di BocconianaMente, è emblematico: “Giovani: che ne sarà di noi?”. Un’occasione per approfondire con alcuni illustri relatori uno dei temi caldi della politica attuale, quello del futuro delle nuove generazioni.
La conferenza si è sviluppata sulla base conoscitiva delle storie imprenditoriali degli ospiti, per poi giungere ad un significativo scambio di idee e battute tra pubblico presente e relatori.

Nicolò Mardegan, presidente dell’associazione culturale Labidee e consigliere provinciale, ha aperto le danze esprimendo concetti semplici e chiari: le opportunità non si regalano, bisogna procurarsele.
La classe dirigente non ci fornisce esempi concreti da seguire ed è inevitabile, allora, che dobbiamo essere noi ad adoperarci per cambiare le cose. Per Nicolò Mardegan la soluzione è una sola: fare sinergia tra persone con idee e voglia di metterle in pratica, in maniera non individualista, evitando di circondarsi di “signor sì”, con una prospettiva di profitto di lungo periodo.

Particolare e significativa è stata la testimonianza del professore Francesco Carlo Milanesi, docente di diritto processuale penale all’università Bocconi e recente vincitore del concorso in magistratura: “È accaduto che, ad un certo punto della vita professionale, mi sono accorto che quello che stavo facendo non era quello che io volevo. Ho lasciato la professione e ho iniziato a studiare per il concorso in magistratura. A me piace pensare che i nostri padri costituenti avessero in mente qualcosa di simile a quello che mi è accaduto. Chi vince il concorso in magistratura si trova in mano un potere dello Stato, ha in mano la libertà e la situazione patrimoniale delle persone. I padri costituenti hanno fatto sì che questo tipo di potere andasse nelle mani di chi non ha collegamenti politici, ma solo di coloro che hanno le competenze tecniche. Il fatto che i magistrati siano selezionati in questo modo è una delle caratteristiche che fanno del nostro Paese una democrazia”.

Stefania Musso, direttrice della casa circondariale di Lodi, ha illustrato in maniera illuminante la natura cangiante del significato di tre parole fondamentali della nostra democrazia, quali regole, rispetto e valori positivi: “Per gli operatori del carcere le regole sono un obbligo, per i detenuti  un’imposizione, per la società sono conformismo (sinonimo di opportunismo). La regola, invece, dovrebbe essere un comune riconoscimento di qualcosa che è normale. Per gli operatori del carcere il rispetto è la gerarchia, per i detenuti è una pressione lecita, per la società è considerazione. Il rispetto, invece, dovrebbe essere tolleranza, imparare ad ascoltare e ad accettare le scelte altrui.   
Valori positivi richiamano, per tutte e tre le categorie, il benessere personale in senso egoistico. I valori positivi, invece, dovrebbero essere valori di crescita”.
Parole, quelle di Stefania Musso, intrise della speranza di progredire spiritualmente e materialmente attraverso l’ottimismo, la necessaria consapevolezza e la serietà riguardo problemi e scelte di vita.

Infine, dopo il breve intervento di Alessia Bottone, redattrice del blog “Dalnordalsud”, che ha descritto l’impenetrabile oscurità a cui ha condotto il suo percorso di formazione, ha preso la parola il professore Edmondo Mostacci, docente di diritto costituzionale all’università Bocconi e uno dei pochi professori associati al di sotto dei quarant’anni, che ha parlato di una notevole discrasia tra quello che dovrebbe essere la nostra società e i problemi che ci portano alla domanda “che ne sarà di noi?”: “Ci è stata promessa una struttura sociale che fosse diretta al pieno sviluppo della persona umana, ma la struttura meritocratica-particolaristica che regge la nostra società rappresenta un ostacolo a qualsiasi tentativo di emersione e affermazione. Ci vorrebbe un sistema scolastico-universitario che ti permetta di avere un desiderio, di trasformarlo in un progetto di vita e di metterlo in pratica. Noi, essendo una generazione che viene dopo, abbiamo una protezione di riflesso che è diventata un’impossibilità di progettare in via autonoma il nostro futuro, forse anche per la nostra incapacità di affrontare di petto i problemi e la vigliaccheria di camminare all’inverso in quel sistema, attraverso un aiuto da chi si trova già all’interno di esso”.

In conclusione, una conferenza che è iniziata con un interrogativo ambizioso, ma che ha prodotto l’effetto di generare altre domande, di uguale caratura intellettuale e importanza pratica, ma, se possibile, di un livello di profondità ulteriore; perché per rispondere in maniera produttiva a chi si chiede “che ne sarà di noi?”, non occorrono parole vuote e risposte inconcludenti, ma è necessario porsi altre domande, elaborarle, trasformarle in un’idea e fare di tutto per metterla in pratica.

Giuseppe Ferrara

30 novembre 2012

 

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