Allarme clima dalla Banca Mondiale: il rapporto sul global warming

Il rapporto commissionato dalla Banca Mondiale per il futuro del nostro pianeta parla chiaro: la certezza dell’aumento di una temperatura media globale di 4°C è ormai un problema più che concreto. Ecco il motivo del titolo, che sembra quasi un vero e proprio appello al mondo, del report: “Turn down the heat: why a 4°C warmer world must be avoided”. Che si abbassi il fuoco, dunque, oppure «i nostri figli erediteranno un mondo completamente diverso da quello in cui viviamo oggi; i cambiamenti climatici rappresentano una delle più grandi sfide per lo sviluppo, e ci dobbiamo assumere la responsabilità morale di agire per conto delle generazioni future, specialmente per quelle più povere».

Il Potsdam Institute for Climate Impact Research and Climate Analytics ci offre una proiezione sul XXI secolo che prevede siccità, ondate di calore, aumento del livello del mare di 0,5/1 metro, diminuzione degli stock mondiali di cibo, perdita di biodiversità e di ecosistemi, oltre ai problemi che ricadrebbero inevitabilmente sulla salute umana. Ragion per cui si rendono necessarie «ulteriori misure di mitigazione come migliore assicurazione contro un futuro incerto». Mitigazione che consisterebbe in azioni più efficaci per quanto riguarda la riduzione della CO2, lo sviluppo di energia “low carbon”, interventi per un adattamento a questo certo ma quanto mai temibile aumento della temperatura. Il resoconto a nome della World Bank ci mette in allerta sul drammatico fatto che, nonostante le singole nazioni realizzassero gli attuali impegni presi per la riduzione delle emissioni, il clima globale subirebbe comunque un innalzamento medio da 0,8°C, al di sopra dei livelli preindustriali, a 4°C entro il 2100.

Il livello dei mari, infatti, è aumentato più velocemente negli ultimi due decenni considerando anche lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia e dell’Antartico: da 225 anni a questa parte, il massimo grado di fusione della calotta ghiacciata dell’Antartico si è registrato proprio negli ultimi dieci anni. Sempre restando nell’ambito di mari e oceani, è inevitabile fare i conti con una probabilissima estinzione delle barriere coralline, particolarmente sensibili alle variazioni di temperatura e ai livelli di acidità, altra drammatica conseguenza che ricadrebbe sui paesi per cui i coralli sono un business. Ma l’impatto di un tale fenomeno si può osservare anche per «the frequency of significantly warmer months», ovvero la frequenza di periodi dell’anno molto più caldi rispetto alla norma, o per lo meno, a quanto già siamo abituati oggi: a farne maggiormente le spese, in questo caso, saranno aree del mondo come il Mediterraneo, l’Africa settentrionale, il Medio Oriente e gli Stati Uniti. Qui le temperature rischiano, in estate, di salire di almeno 6°C e le proiezioni per il mese di luglio, nel periodo tra il 2080 e il 2100, potrebbero arrivare oltre i 9°C, per una media di circa 35°C, mentre nel Sahara e nel Medio Oriente si giungerebbe ad una media di addirittura 45°C. Ma l’elenco dei rischi è lungo e vi si aggiunge anche la scarsa disponibilità di acqua, per non parlare degli incendi boschivi in Amazzonia che potrebbero raddoppiare entro il 2050.

Ci si chiederà come mai proprio una banca si interessi di mutamenti climatici. La temperatura sempre più calda avrà ripercussioni notevoli anche sull’agricoltura e, quindi, sulla sicurezza alimentare ed economica di moltissimi Paesi: le zone colpite da siccità potrebbero passare dall’attuale 15,4% delle aree agricole al 44% nel 2100. Le regioni più colpite nei prossimi 30/90 anni in questo settore sarebbero gli Stati Uniti, l’Europa Meridionale, il Sud-Est Asiatico e il Sud Africa. Le prospettive ci danno un quadro dell’Africa in cui addirittura il 35% del terreno agricolo diventerebbe non idoneo in queste circostanze. Ecco dunque svelato il motivo per cui la World Bank si interessa del cambiamento climatico: la spada di Damocle che pende sulla testa di paesi in via di sviluppo, e su tutte le popolazioni del mondo nell’epoca della globalizzazione. Il clima torrido abbatterebbe tutti gli sforzi messi in campo per lo sviluppo, in certi casi ancora embrionale e dunque legato fortemente all’agricoltura, di alcune aree del pianeta. E anche se alcuni studiosi ed interpreti ritengono che il report della Banca Mondiale strida non poco con l’approccio concreto di quest’ultima, colpevolizzata per atteggiamenti di facciata dinanzi a queste problematiche ed essendosi impegnata per un sostegno fattivo alle industrie e a settori altamente inquinanti nei Paesi emergenti, non si può tuttavia negare la necessità di una politica nazionale e internazionale che sappia indicare in tempi brevi come dirottare risorse, energie e denaro in base a tali prospettive. Si abbandoni per un attimo il pensiero costante per la “crescita infinita” e la messa in ordine dei bilanci statali per fare spazio al problema del global warming che non fa sconti ad alcun paese, emergente o meno.

Clelia Crialesi

19 novembre 2012

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