Suicidio assistito alla francese: cosa dice la nuova legge e chi sono gli scontenti

Dopo oltre quattro anni di dibattito parlamentare e un lungo braccio di ferro tra l’Assemblea nazionale e il Senato, la Francia ha varato in via definitiva la legge che introduce e regolamenta nel Paese il suicidio assistito e, in casi molto più circoscritti, l’eutanasia.
Il testo è stato approvato prima della pausa agostana con 291 voti favorevoli, 241 contrari e 29 astensioni, al termine di un iter iniziato nel 2022 e più volte interrotto dallo scioglimento dell’Assemblea.
Il presidente Emmanuel Macron, che nel 2022 si era impegnato ad aprire questo “cammino” con i cittadini francesi, ha commentato il voto sottolineando di aver mantenuto la promessa – forse una delle poche – “con gravità, con umiltà e nel pieno rispetto della democrazia”, anche se la legge resta profondamente divisiva, tanto che il Senato, più conservatore, aveva respinto il testo per tre volte prima di cedere, e le maggioranze ottenute all’Assemblea si sono progressivamente ridotte nel corso delle successive votazioni, dai 305 voti favorevoli del maggio 2025 ai 291 di luglio.
Nel merito, la norma riconosce il diritto ad accedere al suicidio assistito ai cittadini francesi maggiorenni affetti da una “malattia grave e incurabile” che minacci la vita “in una fase avanzata o terminale” e che comporti una sofferenza fisica o psicologica costante e “insopportabile”. È inoltre richiesto che il paziente sia in grado di esprimere la propria volontà liberamente e in modo informato.
Nel rispetto dei requisiti di cui sopra, la richiesta viene esaminata da un medico che può consultare altri specialisti, uno psicologo o una persona di fiducia indicata dal paziente, e ha un termine massimo di quindici giorni per pronunciarsi, e, in caso di parere favorevole, è previsto un periodo di riflessione di due giorni prima della conferma definitiva.
Il principio cardine resta quello dell’autosomministrazione, indi per cui sarà il paziente stesso a doversi somministrare la sostanza letale, salvo nei casi in cui ne sia fisicamente incapace, ipotesi in cui potrà intervenire un medico o un infermiere, ma per il personale sanitario è chiaramente prevista una clausola di coscienza che consente di rifiutare la partecipazione alla procedura.
Prima di entrare in vigore, il testo dovrà passare al vaglio del Consiglio costituzionale, chiamato a pronunciarsi entro un mese, anche se, come annunciato più realisticamente dalla ministra della Salute Stéphanie Rist, i decreti attuativi sono in fase di redazione e la legge non troverà applicazione prima del 2027, per garantire un quadro giuridico “solido e completamente sicuro”, sebbene proprio sulla clausola di coscienza si sia già registrato un primo intervento del Consiglio, che ha esentato dall’applicazione della norma le cliniche private (in particolare quelle di ispirazione cattolica) salvo il caso in cui non vi siano nella zona altre strutture in grado di garantire il diritto al paziente.
Si preannuncia così un cambiamento epocale per un Paese europeo fortemente legato a una componente cattolica, la quale ha perlopiù osteggiato l’introduzione della nuova legge: dunque se ancora non possiamo sapere come e quando questo fenomeno prenderà concretamente piede nelle strutture sanitarie francesi, a stretto giro desta curiosità la visita in Francia di papa Leone XIV, prevista per settembre, dopo che i vescovi francesi hanno parlato di una “rottura storica” con la tradizione di cura, e anche le altre confessioni religiose presenti nel Paese hanno espresso analoga contrarietà.




