Nagasaki ricorda 81 anni dalla bomba atomica
Alle 11.02 del 9 agosto 1945, una luce accecante trasformò Nagasaki nell’ultima città della storia a essere colpita da un’arma nucleare. Ottantuno anni dopo, la città giapponese torna a fermarsi per ricordare le vittime del bombardamento atomico e per rilanciare un messaggio che, nel 2026, suona meno come una formula rituale e più come un avvertimento: il rischio di una guerra nucleare non è scomparso.
La cerimonia per l’81esimo anniversario del bombardamento di Nagasaki si è svolta questa mattina al Peace Park, davanti alla statua della pace. L’appuntamento, organizzato ogni anno dalla città, ha riunito rappresentanti delle autorità, familiari delle vittime, sopravvissuti alla bomba e delegazioni internazionali. Il momento centrale è arrivato alle 11.02, l’ora esatta in cui il 9 agosto 1945 la bomba statunitense Fat Man esplose sopra Nagasaki.
Il bombardamento provocò decine di migliaia di morti e, entro la fine del 1945, il bilancio delle vittime di Hiroshima e Nagasaki superò complessivamente le 210mila persone. A Nagasaki morirono circa 70mila persone entro la fine di quell’anno, mentre migliaia di sopravvissuti avrebbero continuato per decenni a convivere con gli effetti delle radiazioni.
La memoria degli hibakusha
Al centro della commemorazione restano gli hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici. È una generazione che sta lentamente scomparendo: la loro età media ha ormai superato gli 86 anni. Per Nagasaki la questione della memoria è quindi diventata anche una corsa contro il tempo.
Ogni anno la cerimonia dà spazio alla testimonianza di un hibakusha, attraverso il cosiddetto «Pledge for Peace», il giuramento per la pace con cui i sopravvissuti raccontano la propria esperienza e chiedono l’abolizione delle armi nucleari. La stessa amministrazione di Nagasaki considera queste testimonianze uno strumento fondamentale per trasmettere alle generazioni successive ciò che accadde nell’agosto del 1945.
È un passaggio diventato ancora più urgente mentre diminuisce il numero di persone in grado di raccontare direttamente l’esperienza della bomba. La memoria di Hiroshima e Nagasaki rischia così di trasformarsi progressivamente da esperienza vissuta a pagina di storia. E proprio questo, per i sopravvissuti, rappresenta uno dei pericoli maggiori: che ciò che è accaduto possa diventare abbastanza lontano da sembrare irripetibile.
L’avvertimento di Nagasaki sul nucleare
La commemorazione di quest’anno assume però un significato particolare anche per il contesto internazionale. Guerre, riarmo e deterrenza nucleare sono tornati al centro della politica internazionale, mentre le potenze atomiche continuano a considerare le proprie capacità nucleari una componente essenziale della sicurezza nazionale.
Il sindaco di Nagasaki Shiro Suzuki ha lanciato un avvertimento proprio su questo punto, definendo le armi nucleari un «male assoluto» e criticando la crescente fiducia nella deterrenza nucleare. Secondo Suzuki, affidarsi alla minaccia di una distruzione reciproca aumenta il rischio che prima o poi le armi nucleari vengano effettivamente utilizzate.
Il sindaco ha inoltre chiesto al governo giapponese di rispettare i Tre principi non nucleari adottati dal Paese dopo la Seconda guerra mondiale: non possedere, non produrre e non permettere l’introduzione di armi nucleari sul territorio nazionale. Ha inoltre sollecitato Tokyo a partecipare alla conferenza di revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, posizione che il governo giapponese continua a non condividere.
Il dilemma del Giappone
È qui che la commemorazione di Nagasaki si intreccia con uno dei paradossi più delicati della politica giapponese contemporanea. Il Paese che ha subito gli unici due bombardamenti atomici della storia continua infatti a fare affidamento sull’ombrello nucleare statunitense per la propria sicurezza.
La questione è diventata ancora più sensibile con il governo della premier Sanae Takaichi, impegnato a rafforzare le capacità militari del Giappone in risposta al deterioramento dell’ambiente strategico nell’Asia-Pacifico. Takaichi sostiene il mantenimento della posizione giapponese contro il possesso e lo sviluppo di armi nucleari, ma ha lasciato margini di ambiguità sul terzo dei principi non nucleari, quello relativo all’ingresso di armi atomiche nel territorio giapponese.
La contraddizione è evidente. Nagasaki chiede al mondo di uscire dalla logica della deterrenza nucleare, mentre il Giappone continua a considerare quella stessa deterrenza una componente della propria sicurezza nazionale. È una tensione che non riguarda soltanto Tokyo: attraversa l’intero sistema internazionale, nel quale gli Stati dotati di armi atomiche continuano a sostenere che proprio la loro esistenza serva a impedire una guerra.
Ottantuno anni dopo, Nagasaki continua dunque a ricordare una cosa semplice e difficile da eludere: la deterrenza funziona finché nessuno preme il pulsante. La storia del 9 agosto 1945 dimostra però che quel rischio non appartiene soltanto al passato. E mentre gli ultimi hibakusha invecchiano, la domanda che la città continua a rivolgere al mondo rimane la stessa: quanto a lungo l’umanità potrà affidare la propria sicurezza alla possibilità che le armi nucleari non vengano mai utilizzate?




