Ceuta sotto assedio migratorio
Ceuta sta vivendo in queste ore una delle peggiori crisi migratorie degli ultimi anni. Migliaia di migranti hanno raggiunto l’enclave spagnola attraversando il confine con il Marocco, sia aggirando i controlli via terra che nuotando attorno alla diga frangiflutti che separa i due territori.
Il presidente dell’enclave, Juan Vivas, ha dichiarato giovedì che il territorio sta vivendo un’emergenza umanitaria e di sicurezza dopo l’arrivo di circa 1.500 migranti in una sola settimana, potendone ospitare appena 200.
Le autorità locali hanno chiesto ripetutamente a Madrid di dichiarare lo stato di emergenza nazionale, ma il governo lo ha respinto, definendolo “non contemplato”.
Il paragone più citato in queste ore è quello con il maggio 2021, quando quasi diecimila persone entrarono a Ceuta nel giro di pochi giorni, in seguito alla crisi diplomatica con il Marocco scatenata dall’accoglienza spagnola di Brahim Gali, presidente della Repubblica democratica araba dei Sahrawi, entità statale che controlla un esteso territorio oggetto della rivendicazione marocchina altrimenti noto come Sahara Occidentale.
Quell’episodio è diventato il caso scuola dell’utilizzo strumentale della migrazione come leva negoziale. Rabat, infatti, in quell’occasione allentò deliberatamente la sorveglianza sul proprio lato del confine per punire Madrid.
Il nuovo picco delle scorse ore segue infatti la visita di Stato che Pedro Sánchez ha compiuto lo scorso 20 luglio in Algeria, storico alleato dei Sahrawi, per sancire la fine della crisi diplomatica apertasi nel 2022 dopo il riavvicinamento spagnolo al Marocco. Fonti della Guardia Civil segnalano che da allora il Marocco avrebbe allentato la vigilanza sul proprio lato della frontiera.
Sul terreno la situazione è già critica: le strutture di accoglienza risultano sovraffollate ben oltre la capienza, il governo centrale ha inviato rinforzi dell’esercito e il ministro dell’Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, si recherà personalmente a Ceuta nei prossimi giorni.
Sul piano politico interno la crisi si è già trasformata in terreno di scontro. Il leader del partito populista di estrema destra Vox, Santiago Abascal, ha parlato apertamente di “invasione”, accusando il premier Sánchez di essere responsabile della crisi e sostenendo che i migranti “non fuggono da nessuna guerra, né dalla povertà”.
Ceuta e Melilla restano un caso più unico che raro sulla mappa europea, in quanto uniche frontiere terrestri dell’Unione europea sul continente africano, un dettaglio che le rende un banco di prova permanente per la tenuta del confine esterno della UE e, insieme, un termometro delle relazioni tra Madrid, Rabat e Algeri.
Le rivendicazioni marocchine sulle due enclavi hanno un’origine irredentista di lungo corso, legata all’idea di uno Stato unitario entro i confini “storici” del Marocco, nonostante tali pretese siano prive di riconoscimento giuridico internazionale, ma capaci di alimentare un’ambiguità diplomatica sfruttabile ad ogni occasione utile.
Se lo schema si ripete anche stavolta, la vera domanda per Madrid e Bruxelles non è come gestire l’emergenza a Ceuta, ma perché l’Unione europea, dopo aver negoziato per anni un Patto su migrazione e asilo con Stati terzi come Tunisia ed Egitto, non abbia mai messo sul tavolo con il Marocco, partner commerciale strategico e beneficiario di fondi Ue per il controllo delle frontiere, una clausola che renda politicamente costoso trasformare i migranti in merce di scambio.
Finché quella clausola non esisterà, ogni disputa bilaterale tra Madrid ed i propri vicini nordafricani, rischia di scaricarsi puntualmente solo sulle spalle di chi ha provato ad attraversare un tratto di mare.
Il destino dei nuovi arrivati dipenderà in larga misura da come hanno varcato il confine. Una recente sentenza del Tribunale Supremo spagnolo ha stabilito che chi entra a nuoto, come la stragrande maggioranza in questi giorni, non può essere rimpatriato immediatamente, ma ha diritto a una procedura individuale, a differenza di chi scavalca la recinzione via terra e può essere respinto più rapidamente.
Il nodo più delicato resta però quello dei minori non accompagnati, saliti da 180 a 570 in appena dieci giorni. Per loro le tutele legali sono rafforzate, e in passato i tribunali locali hanno già bloccato riconsegne al Marocco su ricorso delle Ong, giudicandole prive delle garanzie dovute.
Il precedente del 2021 offre un’indicazione di come potrebbe andare. Allora circa seimila persone furono effettivamente rimandate in Marocco, ma con procedure che diverse organizzazioni umanitarie denunciarono come troppo sommarie per essere pienamente legali, mentre la questione dei minori rimase irrisolta per mesi.
È probabile che si ripeta uno schema simile, con rimpatri relativamente rapidi per una parte degli adulti, tempi lunghi e incerti per tutti gli altri, e i minori a rappresentare, ancora una volta, il punto più fragile dell’intero sistema.




