Anche in un mondo in guerra, le norme contro le armi indiscriminate non perdono forza
Nel bel mezzo di una guerra regionale, in cui i suoi abitanti sono stati attaccati da Israele e costretti a trasferirsi altrove, il Libano ha compiuto ciò che si può considerare un atto sorprendente.
Il primo maggio ha aderito al Trattato sul Divieto delle Mine Antiuomo, meglio conosciuto come Convenzione di Ottawa.
Negoziato nel 1997 e ratificato da 164 Stati, il patto vieta l’uso di mine antiuomo per via del loro impatto indiscriminato sui civili.
La decisione del Libano, accolta con favore dalle organizzazioni umanitarie, va contro le aspettative secondo cui i Paesi sotto minaccia di attacco tendono a ritirarsi dalle norme umanitarie piuttosto che abbracciarle.
L’Iran, ad esempio, ha usato bombe a grappolo contro Israele, mentre l’Ucraina le usa per difendersi dalla Russia.
Diversi Stati dell’Europa orientale e settentrionale si sono uniti all’Ucraina dopo il suo ritiro dalla Convenzione di Ottawa, temendo l’aggressione russa.
In questo contesto, il fatto che il Libano abbia invece aderito alla Convenzione di Ottawa, in piena guerra, mette in risalto la resilienza delle norme umanitarie.
Questa forza è evidente anche nel quadro generale.
Dei 164 membri della Convenzione di Ottawa 163 garantiscono la piena conformità normativa al trattato: solo la Guinea non è riuscita ad appurare la distruzione delle sue scorte di mine.
Ma concentrarsi sul rispetto dei trattati da parte degli Stati firmatari in realtà sminuisce gli effetti di queste norme, perché anche le parti non contraenti generalmente rispettano le sue disposizioni.
Nel caso della Convenzione sulle munizioni a grappolo (Convenzione di Oslo), negoziata una decina di anni dopo Ottawa, solo 111 Paesi l’hanno ratificata, ma almeno altri 34 Stati non contraenti sono in piena conformità con l’accordo sul non produrre, utilizzare, stoccare o trasferire bombe a grappolo.
I non firmatari di questi trattati, anche se non completano in linea con la normativa che li compone, fanno del loro meglio.
Ad esempio, secondo i dati dell’organizzazione non-profit Landmine and Cluster Munition Monitor, l’Etiopia non ha ancora ratificato la Convenzione sulle munizioni a grappolo, ma si attiene comunque a gran parte di essa nonostante le ricorrenti guerre civili nella regione del Tigray e la minaccia in corso di un nuovo conflitto con la vicina Eritrea.
L’Etiopia ha smesso di produrre bombe a grappolo quando è stato negoziato il trattato e non si riserva più il diritto di utilizzarle, arrivando persino ad appoggiare il trattato ogni anno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
E anche se la sua adesione non è stata perfezionata – il Paese è chiaramente coinvolto nel richiamo normativo umanitario.
Se questi esempi positivi sorprendono è perché i media sono spesso più attratti da riportare situazioni in cui le norme vengono violate o indebolite piuttosto che su quelle che ne dimostrano forza ed efficacia, e ad evidenziare esempi negativi nonostante il trend positivo delle statistiche.
Ma anche il fatto che Israele punti il dito contro l’Iran per l’uso di munizioni a grappolo, quando nessuno dei due Paesi è parte del Trattato, può essere visto come una dimostrazione dell’attualità degli standard giuridici internazionali.
In altre parole, gli esempi sbagliati si distinguono – e vengono invocati da altri attori – proprio perché le norme contano.
Certo, la guerra in Ucraina ha messo a dura prova queste norme del trattato.
L’uso continuo da parte della Russia di munizioni a grappolo durante l’invasione ha portato l’Ucraina ad acquistarle, e gli Stati Uniti ad interrompere la sua moratoria sui trasferimenti di bombe a grappolo per fornirle a Kiev.
Tuttavia, queste vengono definite dagli esperti come “anomalie”.
Un confronto tra i rapporti del 2021 e del 2025 del Landmine and Cluster Munitions Monitor mostra invece che altri Stati si sono mossi verso la conformità dal 2021, con il Libano come esempio più recente.
È interessante notare che gli Stati che escono da questi trattati non sempre abbandonano le norme che li codificano.
Dei cinque Stati non coinvolti in guerre che hanno lasciato la Convenzione di Ottawa negli ultimi anni, solo Polonia, Lituania e Finlandia hanno fatto sapere che riprenderanno la produzione di mine antiuomo, mentre Lettonia ed Estonia attualmente rimangono conformi al trattato.
Il potere duraturo di queste norme umanitarie è evidente nel modo in cui altri “resistenti riluttanti” – anche chi come Finlandia, Polonia, Lituania che in realtà si stanno preparando a produrre mine – stanno giustificando la loro uscita dalla Convenzione di Ottawa.
Nessuno di loro dice che le norme non contino o non debbano essere eseguite. Invece, indicano con rammarico il cattivo comportamento della Russia – e, implicitamente la mancanza di una forte applicazione collettiva delle regole della Carta delle Nazioni Unite contro l’invasione territoriale- come motivazione per il ritiro dal trattato.
In un certo senso, quindi, il ritiro dal trattato viene usato sia come meccanismo di emarginazione sia come sorta di applicazione normativa passivo-aggressiva della Carta delle Nazioni Unite.
Gli Stati che si ritirano stanno anche confermando nella loro retorica politica le norme di base associate al trattato sul divieto delle mine.
Hanno restituito legittimità a mine e munizioni a grappolo, ma solo per scopi difensivi e deterrenti – un po’ come la logica della deterrenza nucleare.
Infine, i documenti di ritiro presentati alle Nazioni Unite di questi Paesi dedicano spazio significativo ai principi giuridici umanitari internazionali e a garantire che le mine, se utilizzate, lo siano in modo limitato e responsabile.
Certo, questa retorica è piena di contraddizioni etiche che possono essere più o meno convincenti per diversi tipi di pubblico.
Alcuni opinionisti accettano l’idea che quando Stati più deboli legano unilateralmente le proprie mani, si crea un’asimmetria inaccettabile per la loro sicurezza.
Tuttavia, ufficiali militari hanno da tempo sottolineato che l’utilità militare delle mine non compensa in realtà i potenziali costi umanitari, soprattutto considerando l’impatto sproporzionato sui civili.
In effetti, questa era la posizione ufficiale dell’esercito estone, fino a quando i comandanti non sono caduti nella morsa delle pressioni politiche del governo in carica.
“Sebbene i danni indiscriminati ai civili causati dalle bombe a grappolo siano ben documentati, la loro utilità militare rimane discutibile dato il tasso di fallimento registrato”, secondo un recente rapporto completo del fondo filantropico Lex International Fund con sede a Ginevra.
“Sebbene alcune mine siano dotate di meccanismi di autodistruzione, le evidenze empiriche dei conflitti passati mostrano che questi meccanismi sono inaffidabili e spesso complicano, piuttosto che semplificare, la bonifica”.
“Soprattutto se tali mine venissero effettivamente dislocate e i civili iniziassero a perdere arti grazie ai loro stessi governi, la scelta di usare queste armi invece di trovare alternative potrebbe essere vista in modo molto diverso dall’opinione pubblica negli anni a venire.
Nel frattempo, il record di conformità umanitaria a queste norme rimane ben radicato a livello mondiale, come dimostra la scelta strategica del martoriato Libano che ha coltop invece la possibilità di mostrare superiorità morale.
Questo non solo rende meno sorprendente la sua scelta di aderire alla Convenzione di Ottawa; crea anche una base per lodare i fedeli alle norme e per incoraggiare la moderazione da parte di tutti gli altri.




