Street Fighter: Hadouken, shoryuken e ignoranza fotonica

Correva l’anno 1991.
Nelle sale giochi di tutto il mondo arrivava il cabinato che nel giro di poco tempo sarebbe divenuto un fenomeno videoludico mondiale. Un fenomeno che l’avrebbe fatta da padrone per molto tempo, arrivando a influenzare pesantemente qualsiasi altro franchise dell’ormai vastissimo panorama dei picchiaduro.
Stiamo parlando di “Street Fighter II: The World Warrior”.
E non è un caso parlare di “fenomeno mondiale”. La particolarità di “Street Fighter II” stava infatti nella possibilità di scegliere tra otto personaggi provenienti da otto paesi diversi e praticanti altrettanti stili di combattimento tra reali e fittizi.
Che preferiste il sumo di E. Honda, il wrestling di Zangief o le scariche elettriche di Blanka, in “Street Fighter II” chiunque poteva trovare un archetipo nel quale riconoscersi. Un successo così travolgente che in molti nemmeno sapevano se realmente esistesse un primo capitolo della saga (effettivamente uscito nel 1987).
Da lì in poi il franchise esplose in un’incontenibile fiume di sequel, riedizioni e spin off che continua ancora oggi.
“…Ma per me era solo un martedì…”
Ma tranquilli.
Questo non è un noioso articolo di elogio ad un franchise di quasi quarant’anni che la maggior parte di voi conosce a menadito.
Questa è la recensione del nuovo film dedicato al franchise per la regia di Kitao Sakurai.
Sarebbe però impossibile parlare della nuova trasposizione cinematografica di “Street Fighter” senza citare il primo adattamento della saga: “Street Fighter: Sfida Finale”, uscito nel 1994.
Un film che ancora oggi ricordiamo per le plateali differenze rispetto al videogioco, la più clamorosa delle quali fu la scelta di mettere al centro della trama il colonnello Guile, invece degli storici protagonisti Ryu e Ken, solo per avere al centro della locandina il volto di una star riconoscibile come Jean-Claude Van Damme (il quale ancora oggi non ricorda quasi nulla della produzione del film essendo stato quasi tutto il tempo sotto effetto di cocaina).
Per l’interpretazione sopra le righe, e proprio per questo memorabile, del compianto Raul Julia, il quale partecipò al film nei panni del perfido M. Bison nonostante stesse combattendo un tumore allo stomaco.
E in generale per essere stato un vero e proprio gioiello del trash, talmente squallido e assurdo da risultare irresistibile.
Ma dopo l’ancor più clamoroso flop del film dedicato a Chun Li nel 2009, e dopo le varie serie live action presenti sul web, Capcom ha deciso di riprovarci seriamente con un film ad alto budget. Una scelta forse incoraggiata anche dal successo delle ultime trasposizioni cinematografiche di franchise videoludici come “Mortal Kombat” o “Super Mario Bros.”.
Ci sono un americano, un giapponese e Jason Momoa
Sembra l’inizio di una barzelletta.
Come sappiamo, “Street Fighter” è un franchise caratterizzato da una fortissima componente corale. Ci sono davvero tanti personaggi, e sono tutti riconoscibilissimi. E proprio in virtù di ciò, i personaggi del film sono caratterizzati in maniera altrettanto specifica.
L’idiota, l’idiota, l’idiota donna, l’idiota, l’idiota verde, l’idiota con gli artigli e Roman Reigns.
Altrettanto stratificato e complesso è lo storytelling del film.
Due personaggi si incontrano, si menano e qualcuno urla senza motivo.
Due personaggi si incontrano, parte un flashback animato che spiega il legame tra i due personaggi, uno dei due cerca di menare l’altro, ma scivola su una buccia di banana, cade a terra, si frattura la mascella e qualcuno fa una battuta sull’omosessualità latente.
Un personaggio entra in un bar dove ci sono già altri otto personaggi. Entrando ordina un White Russian, ma qualcuno dall’altra parte della stanza capisce “le vostre madri offrono l’amore mercenario per la modica cifra di 2 euro e cinquanta e danno anche il resto”. Qualcuno cerca di menarlo, ma nel farlo scivola su una chiazza di salsa barbecue e cade rovinosamente sul piatto di linguine al pesto che stava mangiando una comparsa. Questa commenta il tutto con una battuta sull’omosessualità latente e ciò scatena l’inevitabile rissa mentre sullo sfondo quindici comparse urlano forsennate.
Ok dai, basta scherzare. Ecco l’effettivo riassunto del film: un feticista dei piedi indice un torneo di arti marziali al quale partecipano otto combattenti dai corpi scolpiti e dalle bizzarre tendenze sessuali, ma in realtà è tutta una scusa per individuare un tizio che sei anni prima si è ritirato per fare il rider di Glovo. A un certo punto arriva Roman Reigns a fare casino.
No, stavolta non era uno scherzo, va davvero così.
Molto Figher, poco Street
Insomma, come anche il recente “Masters of the Universe”, “Street Fighter” va ad ingrossare ulteriormente l’ormai sterminata schiera dei recenti film che basano il proprio appeal sull’ormai abusatissima carta del “sì, lo sappiamo che non ci prendete sul serio, infatti non lo facciamo neanche noi”.
Per questa ragione sarà totalmente inutile chiedervi cose tipo come facciano i personaggi ad avere praticamente delle abilità sovrumane, come sia possibile che tutti conoscano tutti senza alcuna spiegazione, o che senso abbia organizzare un’intero torneo solo per individuare un tizio di cui ormai si conosce perfettamente la posizione.
In meno di mezz’ora sarete travolti da una tale quantità di botte immotivate, capigliature improbabili e gag imbarazzanti che qualsiasi resistenza sarà praticamente inutile.
Ma quindi è davvero tutto da buttare?
No, in realtà no.
Dal punto di vista tecnico il film sa essere davvero buono. La CGI è apprezzabile e non eccessivamente invasiva. La regia e le coreografie dei combattimenti sono chiare e fluide, capaci di valorizzare nel modo giusto i particolarissimi stili di combattimento di ogni singolo personaggio. Ma la vera chicca sono le sequenze animate ambientate nel passato, capaci di rendere omaggio all’immaginario anime giapponese quanto a quello cinematografico americano (qualcuno ha forse detto “Kill Bill”?).
Dammi tre parole, sole, cuore e hadouken
Anche dal punto di vista della scrittura, il film riesce talvolta a mettere da parte la propria generale idiozia per regalarci alcuni momenti davvero coinvolgenti.
Sarà per la nostalgia degli anni ’90, sul quale il film spinge più e più volte l’acceleratore. Oppure per la spropositata quantità di easter egg rivolti a chi (come chi vi scrive) ha giocato e rigiocato tutta la saga.
Ma principalmente, i momenti migliori del film sono quelli legati al rapporto tra i protagonisti Ken e Ryu. Il primo, interpretato da Noah Centineo, passa in un interessante capovolgimento delle prospettive da eterno secondo a vero cuore emotivo della storia, colui che conosce la crescita maggiore e l’arco narrativo più completo dell’intera pellicola. Il secondo invece, interpretato da Andrew Koji, viene presentato come una figura più complessa rispetto all’impeccabile artista marziale dei giochi. Un personaggio fallibile e spigoloso, che riconosce l’impossibilità di essere sempre all’altezza delle aspettative degli altri, o persino di lui stesso.
Ma molti aspetti positivi non bastano a cancellarne di altrettanto negativi.
Tra un Akuma ridotto a puro e semplice villain fisico senza carisma e profondità, e David Dastmalchian che rinuncia a regalarci un M. Bison davvero minaccioso, limitandosi a scimmiottare male Raul Julia (al quale viene fatta una bellissima citazione), i villain risultano piuttosto deludenti.
L’intero terzo atto è talmente frettoloso e caotico, che persino la sua natura di film d’azione ai limiti del demenziale non basta a renderlo giustificabile.
E che dire poi del finale che semplicemente… Non c’è.
Nel tentativo (non necessariamente infallibile) di dare inizio a un franchise cinematografico, “Street Fighter” non si limita a lasciare qualche porta aperta per un eventuale seguito. Lascia proprio spalancato il cancello.
Quello che dovrebbe essere lo scontro conclusivo è troppo rapido e repentino per chiudere in modo soddisfacente questo arco narrativo, e l’intera conclusione è un gigantesco “continua nel prossimo episodio” talmente frustrante da ricordare i fasti di “Across the Spider Verse”. Solo che quello era scritto un filino meglio.
Final Round
In conclusione “Street Fighter” è destinato a far discutere.
Riempirà il vostro stomaco se avete semplicemente fame di intrattenimento fine a sé stesso. Farà battere il vostro cuore se siete amanti del gioco. Ma farà liquefare il vostro cervello se cercate anche soltanto un filo di logica o di scrittura basilare.
Non sapremmo nemmeno se consigliarlo ad un determinato tipo di pubblico piuttosto che a un altro.
L’unica cosa che ci sentiamo di dire è che forse “Street Fighter” potrebbe rappresentare l’occasione per farci qualche domanda in più sui film d’intrattenimento.
Bastano davvero solo gli easter egg, la nostalgia e il rifiuto di prendersi sul serio per creare franchise duraturi? Oppure è arrivato il momento per il pubblico di cominciare a pretendere di più prima di ritrovarci ad applaudire qualcosa di semplicemente troppo stupido?




