In Groenlandia le trivelle arrivano prima dei permessi

Sull’isola più grande del mondo il petrolio non è stato ancora trovato, ma la politica è già arrivata. Al centro c’è Jameson Land, un bacino sulla costa orientale della Groenlandia, e una società texana che ha mosso i primi passi senza aspettare il via libera.
Greenland Energy, fondata lo scorso anno in Texas, ha infatti portato sul posto le attrezzature per preparare l’esplorazione senza l’approvazione delle autorità locali. L’operazione era partita a luglio, quando i macchinari erano stati trasferiti senza tutte le autorizzazioni richieste. La risposta di Nuuk è arrivata subito: il governo groenlandese ha emesso un “forte avvertimento” alla compagnia.
Il nodo è anche giuridico. Dal 2021 l’isola non rilascia nuove licenze petrolifere per motivi ambientali, ma la britannica 80 Mile aveva già ottenuto i diritti su quell’area. In cambio die finanziamenti, la società americana punta a una quota di controllo e la zona interessata sembra anche rientrare in un’area protetta dalla Convenzione di Ramzar sulle zone umide.
Perché la vicenda porta il nome di Trump? Va detto con precisione: Greenland Energy non appartiene alla Casa Bianca, e parlare di trivelle “di Trump” in senso proprietario sarebbe scorretto. Il presidente della società, Larry Swets, nega ogni legame con le ambizioni americane sull’isola. Eppure gli intrecci non mancano: tra i direttori c’è un veterano della Marina che lavora al Golden Dome, lo scudo antimissile per cui Trump definisce vitale il controllo della Groenlandia.
Il clima politico fa il resto: l’inviato di Trump per la Groenlandia, il governatore della Louisiana Jeff Landry, ha detto che l’isola potrebbe produrre petrolio già il prossimo anno. Due giorni dopo l’avvertimento di Nuuk, Trump ha pubblicato su Truth Social un’immagine che lo ritrae sopra un villaggio groenlandese, con la scritta “ciao Groenlandia”. In un’intervista radiofonica del 31 luglio ha anche sostenuto che gli Stati Uniti ne avranno il controllo entro il 2029, prospettiva che però la Danimarca respinge con fermezza. Sul piano economico, invece, le cifre vanno prese con cautela. Le stime parlano di un potenziale fino a 13 miliardi di barili, ma è lo scenario più ottimistico di una valutazione su risorse ancora da scoprire. La società arriva a ipotizzare un valore di mille miliardi di dollari, numeri che però, finché nessun pozzo avrà confermato nulla, rimangono da presentazione per investitori.
Intanto il calendario si è allungato, e avere una licenza di esplorazione non significa avere l’autorizzazione a perforare, quindi il progetto slitta al 2027. La società attribuisce il rinvio a difficoltà operative, ambientali e di sicurezza tipiche dell’Artico e non alla mancanza di fondi.
La decisione finale resta a Nuuk. Il permesso per perforare spetta ai leader eletti della Groenlandia, che devono scegliere in un contesto politicamente e ambientalmente delicato. È qui che la partita smette di riguardare solo il petrolio: chi decide sulle risorse di un territorio autonomo, e fino a che punto può spingersi chi vorrebbe comprarne il controllo.




