Ex Ilva, sciopero nazionale e impianti fermi

La crisi dell’ex Ilva torna a infiammare le piazze e a mettere sotto pressione il governo. Oggi, 12 ottobre, i lavoratori di tutti gli stabilimenti di Acciaierie d’Italia incrociano le braccia per 24 ore, dopo l’annuncio della sospensione delle attività produttive a Taranto e della successiva fermata degli impianti di Genova e Novi Ligure. Una mobilitazione proclamata da Fim, Fiom, Uilm e Usb, che non escludono di proseguire la protesta nei prossimi giorni. Al centro della vertenza ci sono migliaia di posti di lavoro, il futuro della siderurgia italiana e una domanda che da anni accompagna la storia dell’acciaieria: chi garantirà una prospettiva industriale a uno degli impianti più importanti del Paese?
A Taranto la protesta è cominciata davanti ai cancelli dello stabilimento, mentre gruppi di lavoratori hanno occupato un tratto della statale 106. A Genova è invece partito un corteo al quale partecipa anche la sindaca Silvia Salis. La mobilitazione coinvolge così territori diversi, uniti dalla stessa preoccupazione: il blocco della produzione pugliese rischia di trascinare con sé anche gli stabilimenti del Nord, che lavorano l’acciaio semilavorato proveniente da Taranto. Il fermo di un impianto rischia di trasformarsi in una crisi a catena, con conseguenze per i dipendenti diretti, le aziende dell’indotto e le comunità che dipendono dall’attività siderurgica.
La decisione di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria è arrivata dopo il mancato accoglimento della richiesta di sospensione del provvedimento della Corte d’Appello di Milano, che impone lo stop dell’area a caldo dello stabilimento tarantino. Dal 9 ottobre le attività produttive sono state sospese e gli impianti sono stati mantenuti in modalità di hot stand-by, una condizione di attesa che evita, per il momento, lo spegnimento definitivo. L’azienda ha inoltre annunciato la fermata temporanea degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure entro il 15 novembre, proprio per le difficoltà legate alla mancata disponibilità di acciaio prodotto a Taranto.
La prossima data decisiva è quella del 20 ottobre, quando la Cassazione dovrà esaminare i ricorsi relativi alla chiusura dell’area a caldo. La decisione della Suprema Corte potrebbe incidere sul margine di manovra dell’azienda e sulle possibilità di mantenere gli impianti in condizioni tali da consentirne un eventuale riavvio. Nel frattempo, però, il conto dell’incertezza viene pagato soprattutto dai lavoratori, che si ritrovano davanti a una prospettiva di cassa integrazione senza garanzie sufficienti sul ritorno alla produzione.
È proprio questo il punto denunciato dai sindacati. Al termine dell’incontro a Palazzo Chigi, Fim, Fiom e Uilm hanno contestato l’assenza di un confronto concreto su un piano industriale capace di garantire la continuità occupazionale. Secondo le organizzazioni, la discussione si è concentrata soprattutto sugli ammortizzatori sociali, senza offrire risposte adeguate sul rilancio del gruppo, sulla decarbonizzazione e sul futuro dei lavoratori degli appalti.
Le sigle chiedono un piano industriale credibile, interventi dello Stato e strumenti straordinari per accompagnare la transizione, compresi percorsi di riqualificazione e misure per favorire la ricollocazione. Hanno inoltre sollecitato una soluzione che consenta di mantenere operative le linee di finitura attraverso l’acquisto di semilavorati sul mercato, anche in assenza della produzione interna. Una possibilità sulla quale restano distanti le posizioni dell’azienda e dei rappresentanti dei lavoratori.
Acciaierie d’Italia sostiene infatti che reperire sul mercato i materiali necessari non sia una soluzione immediatamente praticabile, per ragioni di tempi, disponibilità e caratteristiche qualitative. I sindacati contestano questa impostazione e ritengono che si sarebbe dovuto intervenire prima, considerando che il rischio di fermata dell’area a caldo era noto da mesi. Il risultato è uno scontro nel quale, mentre si discute di approvvigionamenti e continuità produttiva, non esiste ancora una prospettiva condivisa per il futuro degli stabilimenti.
Il governo ha annunciato l’intenzione di intervenire con un decreto-legge per predisporre tutele sociali e gestire la fase di sospensione. L’obiettivo dichiarato è evitare che la cassa integrazione si traduca automaticamente in una chiusura definitiva, mantenendo aperta la possibilità di riprendere le attività. Ma gli ammortizzatori sociali, per quanto necessari nell’immediato, non risolvono il problema di fondo: senza un piano industriale e investimenti adeguati, il rischio è che una misura temporanea finisca per accompagnare una crisi senza una scadenza certa.
La vicenda dell’ex Ilva si trascina da anni tra passaggi di proprietà, commissariamenti, promesse di rilancio e conflitti sul rapporto tra produzione e tutela della salute. A Taranto, in particolare, la questione ambientale resta inseparabile da quella occupazionale. La necessità di proteggere i lavoratori e il diritto alla salute dei cittadini non possono essere trattati come esigenze alternative, da sacrificare l’una all’altra. La fermata dell’area a caldo si inserisce proprio in questo conflitto, dopo i provvedimenti giudiziari legati ai rischi ambientali e sanitari.
Il problema, dunque, va oltre la giornata di sciopero. La siderurgia italiana può permettersi di perdere una parte così rilevante della propria capacità produttiva? E, soprattutto, è possibile garantire una transizione industriale che non lasci interi territori a fare i conti con la disoccupazione e con impianti destinati a fermarsi?
Per Taranto, Genova e Novi Ligure la risposta non può arrivare soltanto attraverso la gestione dell’emergenza. Servono decisioni sul modello produttivo, sulla sostenibilità ambientale, sugli investimenti e sulle garanzie occupazionali. La pronuncia della Cassazione del 20 ottobre rappresenta un passaggio importante, ma non potrà sostituire una strategia industriale complessiva.
Intanto, i lavoratori sono tornati in strada per chiedere che il loro futuro non venga deciso esclusivamente attraverso comunicazioni aziendali, ricorsi giudiziari e decreti d’urgenza. Lo sciopero di oggi è il segnale di una vertenza ancora aperta, nella quale la sospensione degli impianti è ormai una realtà, mentre la soluzione industriale resta tutta da costruire.




