Fregene, si spegne la storica fabbrica di pinoli sconfitta da un insetto lungo pochi millimetri

Dopo oltre ottant’anni di attività ha chiuso i battenti la Pinus Pinea, erede diretta della storica Pinoli Martini che dal 1945 rappresentava una vera istituzione del litorale romano, e la causa di questa fine non ha nulla a che fare con la crisi economica o con la concorrenza dei mercati esteri, ma porta il nome scientifico di Toumeyella parvicornis, la cosiddetta cocciniglia tartaruga del pino. L’azienda nacque per iniziativa dell’ingegner Rodolfo Martini, che in via Cervia aprì il primo stabilimento brevettando due macchinari destinati a fare scuola nel settore, la sgusciatrice capace di aprire il pinolo senza danneggiarlo e la spinatrice pensata per rompere le pigne, un’intuizione che negli anni Cinquanta portò il pinolo di Fregene fin dentro le pasticcerie più rinomate degli Stati Uniti, con un fatturato che nel 1978, sotto la gestione di Enzo Fulignati, arrivava a toccare il miliardo e duecento milioni di lire. La fine dell’attività, tuttavia, non racconta soltanto la parabola di un’azienda familiare, perché dietro la chiusura si nasconde un fenomeno ambientale ben più ampio e preoccupante, quello della progressiva devastazione delle pinete italiane a opera di un insetto alieno arrivato dal Nord America, grande appena pochi millimetri, capace di indebolire fino a uccidere il Pinus pinea, la specie di pino domestico da cui si ricavano proprio i pinoli e che da sempre disegna il profilo paesaggistico più riconoscibile delle coste italiane. Nel 2026 la materia prima locale è diventata semplicemente insufficiente per sostenere la produzione, un problema che si è sommato a una crisi già in atto da anni, legata all’aumento dei costi di lavorazione, imballaggio e trasporto e alla concorrenza sempre più aggressiva delle importazioni estere, fattori che avevano già eroso da tempo i margini di un prodotto che al dettaglio, complice anche la scarsità crescente, ha visto il prezzo del pinolo italiano sgusciato superare i sessanta euro al chilo, ben oltre il costo di mandorle, noci e pistacchi. La vicenda di Fregene si inserisce così in un quadro nazionale allarmante, perché la cocciniglia tartaruga negli ultimi anni ha colpito duramente le pinete di diverse regioni della penisola, spingendo ricercatori ed enti locali a intensificare gli studi e i tentativi di contenimento, nella speranza di guadagnare tempo prima che il danno si estenda ulteriormente. Resta il valore simbolico di una chiusura che va oltre il singolo esercizio commerciale, perché la fabbrica di pinoli aveva finito per intrecciarsi profondamente con l’identità stessa del centro balneare, al punto da ottenere negli anni la certificazione comunale di origine, un riconoscimento che oggi suona quasi come un epitaffio per un mestiere che rischia di scomparire non per mancanza di domanda, ma per l’assenza progressiva della materia prima che per ottant’anni lo aveva reso possibile.




