Piazza Venezia, 85 metri sotto il cuore d’Italia

Partiamo da un’immagine. Siete in Piazza Venezia, all’ora di punta. Davanti avete il Vittoriano, alla vostra sinistra Palazzo Venezia, alle spalle i Fori Imperiali. Motorini, turisti, autobus e clacson. Adesso provate a immaginare che proprio lì sotto, a 45 metri di profondità, stia nascendo una stazione della metropolitana su otto livelli interrati. Le pareti di contenimento scendono fino a 85 metri, più o meno l’altezza di un palazzo di trenta piani, ma rovesciato.
Non è fantascienza. È la fermata Venezia della Metro C, e in Europa non c’è niente di paragonabile.
Scavare a Roma non è come scavare a Francoforte o a Madrid. Qui ogni colpo di pala può restituire un pezzo di impero. Sotto Piazza Venezia, infatti, sono riemersi i resti dell’Athenaeum di Adriano: le grandi aule dove, quasi duemila anni fa, si tenevano lezioni di retorica e letture pubbliche. È in pratica l’università dell’imperatore. Accanto sono venute fuori le botteghe affacciate sulla via Lata e il tracciato originale della via Flaminia.
Per questo gli ingegneri hanno dovuto lavorare con una precisione quasi chirurgica. L’idrofresa usata da Webuild è una macchina alta 24 metri e mezzo che pesa 185 tonnellate. Ha scavato uno dopo l’altro i diaframmi che reggono tutto. Nel maggio 2025 è stata chiusa la prima fase, con 124 pannelli. In tutto ne sono previsti 352, sotto una piazza che nel frattempo non si è mai fermata.
Il bello arriva al primo livello sotterraneo. Lì non ci saranno solo tornelli e biglietterie ma un vero atrio museale, progettato insieme alla Soprintendenza, dove torneranno i reperti trovati durante gli scavi. Il pendolare che va in ufficio passerà davanti ai resti di Adriano, e il turista giapponese scoprirà che a Roma anche la metro racconta una storia.
Ci saranno poi tre accessi diretti: Palazzo Venezia, Vittoriano e Fori Imperiali. In altre parole, si esce dal treno e ci si trova dentro la cartolina.
Sì, costa. Si parla di circa 700 milioni di euro per questa sola stazione, quando di solito una fermata ne costa tra 100 e 150. È una cifra che fa discutere, ed è giusto che se ne discuta: i soldi sono dei contribuenti e ogni euro va controllato.
Chi però si ferma al numero sbaglia il conto. Qui non si costruisce una fermata qualunque ma un’infrastruttura nel punto più delicato del patrimonio mondiale, e la si costruisce per durare un secolo. Le nazioni serie fanno così: investono sulle opere che restano e non sui bonus che evaporano.
C’è poi un dettaglio che fa sorridere, anzi fa arrabbiare. Il progetto preliminare è stato approvato nel giugno 2002, le prime indagini archeologiche risalgono al 2006, il progetto definitivo ha avuto il via libera solo nel 2021 e gli scavi sono stati inaugurati nel giugno 2023. Sono più di vent’anni fra carte, pareri, ricorsi e rinvii.
Il problema dell’Italia non sono gli ingegneri, che anzi il mondo ci invidia. Sono la burocrazia infinita, il partito del “non si può”, i comitati del “meglio di no”. Quando finalmente si lascia lavorare chi sa lavorare, i risultati arrivano. Lo dimostrano le stazioni Porta Metronia e Colosseo-Fori Imperiali, aperte nel dicembre 2025: due gioielli che hanno zittito parecchi scettici.
Parigi ha oltre trecento stazioni di metro, Londra quasi altrettante. Roma per decenni è rimasta ferma a due linee e mezza, ostaggio del sottosuolo più ricco del pianeta e di una politica che spesso ha preferito rimandare. La fermata Venezia rovescia questo racconto e dice che la storia non è un ostacolo da aggirare ma un tesoro da valorizzare, anche scavando.
I tempi sono ancora lunghi. La tratta successiva, verso Farnesina, ha un orizzonte fissato al 2037. Ma il cantiere di Piazza Venezia è già un simbolo: l’Italia del “saper fare” che non si arrende, che mette insieme tecnologia e bellezza, archeologi e ingegneri, passato e futuro.
Quando fra qualche anno scenderemo quelle scale mobili, 45 metri sotto il Vittoriano, forse ci verrà da pensare una cosa semplice: che ogni tanto, anche qui, le cose si fanno. E si fanno meglio che altrove.




