“Naza”, il documentario su Gaza che Israele vuole fermare

“Naza”, il documentario proiettato in Sala Grande alla Mostra del Cinema di Venezia, ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria e una standing ovation di 25 minuti, la più lunga mai registrata nella storia del festival: supera i 22-23 minuti conquistati l’anno scorso da “The Voice of Hind Rajab”. Nelle settimane successive alla proiezione, però, il film è diventato un caso politico che ha coinvolto direttamente il governo israeliano.
Diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, “Naza” raccoglie le testimonianze di 24 persone tra militari e membri dell’intelligence israeliana, tutte rimaste anonime, che hanno preso parte alle operazioni nella Striscia di Gaza. Il titolo del film è l’acronimo del termine militare ebraico “nezek agavi“, che si traduce come “danno collaterale“. Nel gergo dell’esercito indica il numero di civili palestinesi che si considera accettabile uccidere per eliminare un singolo miliziano di Hamas — e più quel miliziano viene ritenuto importante, più alto è il numero di vite civili che si è disposti a sacrificare per raggiungerlo. È questa logica, in cui le vittime civili diventano parte del calcolo delle operazioni militari, il filo conduttore del documentario.
Il film ha provocato una dura reazione da parte del governo israeliano. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha commentato: «Ne ho sentito parlare, ed è sconvolgente. Stiamo combattendo l’incitamento all’antisemitismo in tutto il mondo, ma quando proviene da dentro di noi è intollerabile». Ben più duro il ministro della Cultura Miki Zohar, che ha annunciato l’intenzione di chiedere la revoca della cittadinanza israeliana ad Abraham e Szor: «La libertà di espressione non è una licenza per tradire lo Stato», ha scritto su X, aggiungendo che «chi agisce contro Israele durante una guerra deve sapere che ciò avrà un prezzo». Secondo Zohar, i due registi sarebbero disposti a “ferire la propria patria” pur di incassare gli applausi degli “antisemiti di tutto il mondo“. Nel giro di pochi giorni si sono aggiunti anche il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha invitato i due ad andarsene da Israele, e l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, che li ha definiti apertamente nemici dello Stato.
La minaccia della revoca della cittadinanza resta più politica che concreta: la legge israeliana la prevede solo in casi di spionaggio, tradimento o terrorismo, e per attivarla serve l’iniziativa del ministro dell’Interno, l’approvazione di quello della Giustizia e infine il via libera di un giudice. Un percorso lungo, che finora è stato utilizzato pochissime volte. Nel frattempo, l’esercito ha aperto un’indagine interna per capire come materiale classificato sia finito nel documentario.
Le conseguenze più dure, però, si sono viste per strada. Ad Ashdod è comparso un murale che ritrae Abraham e Szor con la scritta “traditori”, e alcuni gruppi di destra hanno organizzato proteste sotto le loro abitazioni, arrivando a chiedere che chiunque li incontri “per strada” lo segnali pubblicamente. Il Comitato per la protezione dei giornalisti ha condannato apertamente il clima creato attorno ai due autori, parlando di rischio concreto per la loro incolumità.
Nessuna delle misure minacciate dal governo, però, ha per ora avuto seguito: la revoca della cittadinanza non è stata formalmente avviata e l’indagine dell’esercito sulla fuga di materiale classificato resta aperta, senza conclusioni rese pubbliche. Mentre in Israele alcuni ministri continuano a descrivere il film come un atto di tradimento, all’estero «Naza» ha ricevuto recensioni positive ed è stato indicato da testate come Hollywood Reporter e Screen Daily tra i documentari più rilevanti dell’anno. Il caso, intanto, resta aperto.



