Armenia, 35 anni di indipendenza: la storia di una libertà riconquistata

Il 21 settembre 2026 l’Armenia festeggerà il Giorno dell’Indipendenza, commemorando lo storico referendum di 35 anni fa con cui oltre il 90% dei votanti si espresse a favore dell’uscita dall’Unione Sovietica.
Il Ministero dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport ha presentato il programma ufficiale dei festeggiamenti pochi giorni fa. Il governo ha stanziato oltre 1,3 miliardi di dram, circa 3,57 milioni di dollari, per organizzare eventi nelle principali città del Paese, da Vanadzor a Gyumri, da Kapan a Ijevan.
Il cuore delle celebrazioni sarà Piazza della Repubblica a Yerevan, dove si attende un pubblico di circa 40.000 persone per uno spettacolo storico-culturale ispirato alla leggenda di “Hazaran Blbul” e un grande concerto con alcuni dei nomi più noti della musica armena. Una festa pensata, nelle parole della ministra Zhanna Andreasyan, per raccontare il cammino trentacinquennale della Repubblica indipendente e il valore dei traguardi raggiunti, oltre che un’occasione per fermarsi a guardare indietro, a quel 21 settembre 1991 in cui tutto ebbe inizio.
Prima del 1991: una sovranità a lungo contesa
L’Armenia moderna nasce da secoli di sovranità negata e riconquistata a intermittenza. Dopo secoli trascorsi tra il dominio ottomano e quello persiano, l’Armenia orientale passò sotto il controllo russo nell’Ottocento, mentre le popolazioni armene rimaste sotto l’Impero ottomano subirono, a partire dal 1915, il genocidio armeno: circa un milione e mezzo di vittime e la dispersione dei sopravvissuti in tutto il mondo, all’origine di quella diaspora che ancora oggi conta più armeni fuori dai confini nazionali che al loro interno.
È proprio dalle macerie di quella tragedia che nel 1918 nacque la Prima Repubblica d’Armenia, di breve durata ma di fondamentale importanza simbolica: un primo, fragile atto di sovranità interrotto nel 1920 dalla sovietizzazione del Paese. Due anni dopo, l’Armenia entrò a far parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica e, con essa, dell’Unione Sovietica. Il 1991, dunque, non fu la prima dichiarazione d’indipendenza della storia armena moderna, ma la seconda. E forse proprio per questo fu carica di un significato ancora più profondo.
1988-1991: gli anni che cambiano l’Armenia
Quello che porta l’Armenia al referendum del 1991 è un vero e proprio climax, una tensione che cresce anno dopo anno fino al punto di non ritorno. Tutto comincia nel 1988, quando un violentissimo terremoto devasta il nord del Paese, causando decine di migliaia di vittime. La gestione lenta e inadeguata dell’emergenza da parte delle autorità sovietiche contribuisce ad alimentare un malcontento che si unisce a un dissenso politico già in crescita, mentre nello stesso periodo acquista sempre maggiore forza il movimento nazionale armeno legato alla questione del Nagorno-Karabakh.
Nel giro di due anni quel malessere si trasforma in azione politica: il 23 agosto 1990 il Consiglio Supremo armeno approva la Dichiarazione d’Indipendenza, ponendo le basi della sovranità del Paese. L’Armenia sceglie poi di non partecipare al referendum sovietico del marzo 1991 sulla conservazione di una nuova Unione. La rottura definitiva arriva pochi mesi dopo, quando il fallito colpo di Stato dell’agosto 1991 a Mosca, un disperato tentativo di preservare l’URSS, accelera un processo ormai difficilmente reversibile. Il 21 settembre 1991 il popolo armeno viene chiamato alle urne: oltre il 90% dei votanti si esprime a favore dell’indipendenza, in un plebiscito che segna, dopo quasi settant’anni, la fine del dominio sovietico.
Il referendum del 21 settembre 1991
Il verdetto delle urne apre immediatamente una nuova fase istituzionale. Nell’ottobre 1991 Levon Ter-Petrosyan viene eletto primo presidente della Repubblica d’Armenia con oltre l’80% dei voti, diventando il volto della transizione verso la piena sovranità.Il riconoscimento internazionale arriva rapidamente: la Lituania è tra i primi Paesi a riconoscere l’Armenia come Stato indipendente e, nel giro di pochi mesi, numerose altre nazioni fanno altrettanto. Nel dicembre 1991 l’Armenia entra a far parte della Comunità degli Stati Indipendenti, nata dalle ceneri dell’URSS per favorire la cooperazione tra alcune delle ex repubbliche sovietiche, mentre l’ingresso nelle Nazioni Unite, nel marzo dell’anno successivo, sancisce definitivamente la piena sovranità del Paese sulla scena internazionale. In pochi mesi, insomma, l’Armenia passa dall’essere una repubblica sovietica a un soggetto di diritto internazionale a tutti gli effetti.
Oltre la ricorrenza: cosa significa essere indipendenti
Trentacinque anni dopo, per gli armeni il 21 settembre non è solo la data di un evento amministrativo, ma il simbolo di un’idea più profonda: quella di un popolo che ha spesso visto la propria sovranità negata o sottratta, prima ancora che conquistata con la forza, e che proprio per questo ha imparato a custodire la propria identità anche quando lo Stato non c’era. Non è un caso che simboli come l’Ararat, montagna sacra ma oggi fuori dai confini nazionali, o il melograno, da sempre associato all’idea di rinascita, siano così radicati nell’immaginario collettivo armeno. Sarebbe però riduttivo raccontare l’indipendenza del 1991 come il punto d’arrivo di una lotta ininterrotta: arrivò anche come conseguenza di un contesto storico più ampio, il collasso dell’Unione Sovietica, più che come esito di una rivoluzione armena a sé stante.
Proprio in questa complessità, però, sta forse il significato più autentico della ricorrenza: non tanto la retorica di un destino di eroismo, quanto la consapevolezza che la libertà, una volta riconquistata, va custodita giorno dopo giorno. E che la resilienza di un popolo si misura non solo nei momenti di rottura, ma nella capacità di ricostruirsi.




