L’azzurro estivo che ci manca
C’è un’estate che manca all’appello da po’, non l’estate in senso climatico, quella arriva ancora, puntuale, afosa e talvolta fastidiosa. Si parla di altro, si parla dell’estate con gli Azzurri, quella in cui avevi dieci anni e tuo padre ti svegliava alle sette per andare a comprare la Gazzetta insieme. Non capivi ancora niente di calcio ma capivi benissimo che era una cosa importante, perché lo faceva con la stessa faccia seria con cui firmava le cambiali.
Il bar sotto casa aperto fino a mezzanotte, le sedie di plastica bianche sul marciapiede e gli amici che si presentavano con le birre in mano senza neanche bussare. Il ventilatore sul tavolo che girava senza risolvere niente, la tapparella abbassata a metà, plotoni di zanzare all’assalto e tutti in piedi davanti alla televisione perché gioca l’Italia, per novanta minuti tutto si ferma. Radio Deejay la mattina, il Festivalbar la sera e in mezzo, il caldo, il mare, i pacchetti di figurine Panini aperti con quella speranza sproporzionata di trovare il centravanti che mancava ancora alla collezione. Jovanotti dagli altoparlanti del lungomare, le musicassette riavvolte con la biro perché il walkman le mangiava.
Era un paese che sapeva aspettare, sapeva stare fermo, sapeva annoiarsi senza tirar fuori il telefono, perché il telefono era attaccato al muro non in tasca, e squillava solo quando aveva qualcosa di importante da dire. E l’Italia era sempre ai Mondiali come il sole, come il mare, come la crema Nivea nella lattina blu. Faceva parte dell’estate nel senso più fisico del termine: ci si organizzava intorno, si sceglieva quando partire per le ferie anche in base agli orari delle partite, si litigava per settimane su quel rigore che non era rigore e si soffriva insieme. Soffrire insieme è una forma di felicità che fai fatica a spiegare a chi non c’era.
Adesso siamo qui, e quello schermo è rimasto spento. Per la terza volta consecutiva, dopo Russia 2018 e Qatar 2022, l’Italia non si qualifica ai Mondiali. Eliminata ai rigori dalla Bosnia a Zenica: Esposito ha calciato in curva, Cristante ha preso la traversa, Tonali è rimasto l’unico a segnare. Non è più una sorpresa, è peggio: l’estate mondiale senza gli Azzurri è diventata la nostra normalità.
Bisogna tornare indietro di trentasei anni per capire cosa significava davvero avere i Mondiali dentro casa.
Giugno 1990, l’Italia è il paese ospitante e lo si capisce da ogni dettaglio: dai tifosi nelle tabaccherie, dalle canzoni, Un’estate italiana di Bennato e Gianna Nannini girano in loop su ogni frequenza radio, alle serate in piazza davanti ai maxischermi montati dai comuni. Non c’è ancora internet. Le notizie arrivano dal telegiornale delle tredici e dai fogli rosa della Gazzetta. Gli Azzurri di Vicini arrivano in semifinale, Schillaci segna sei gol e vince la Scarpa d’Oro, Baggio è ancora il ragazzo di Caldogno con il codino. L’Italia perde ai rigori contro l’Argentina, ancora i rigori, come una maledizione ma il paese non crolla. Ci si consola con il terzo posto e con le piazze ancora piene, con l’estate che sembra non voler finire.
Quattro anni dopo la finale contro il Brasile al Rose Bowl, è il 17 luglio e in Italia sono le nove e mezzo di sera. Chi non ha il televisore va dai vicini, chi non ha i vicini scende in strada e si mette sotto una finestra illuminata. Zero a zero dopo i supplementari, poi i rigori. Baggio si avvicina al dischetto, tira, alto. La palla finisce oltre la traversa e il Brasile è campione del mondo. Quella foto, il codino, gli occhi chiusi, le mani sui fianchi, sono rimaste le immagini più potenti dello sport italiano del Novecento. Eppure anche quella sera, anche quel dolore, era vita. Era la possibilità di sognare fino in fondo.
Nel 1998 l’Italia di Maldini e Del Piero arriva ai quarti contro la Francia padrona di casa. Altro 0-0, altri rigori. Vieri, Baggio e Costacurta segnano, Di Biagio e Albertini no, la Francia va avanti e vincerà il torneo. Nel 2002 va peggio: l’Italia viene eliminata agli ottavi dalla Corea con un gol di Ahn Jung-hwan al golden gol dei supplementari. Gaucci, presidente del Perugia dove giocava Ahn, annuncia che lo licenzierà.
Poi arriva il 2006 e per un’ultima volta il mondo si rimette a posto. L’Italia di Lippi, Buffon, Cannavaro e Pirlo gioca un torneo sontuoso e vince il Mondiale in Germania. La finale contro la Francia il 9 luglio: Zidane segna, Materazzi pareggia di testa, Zidane colpisce Materazzi in pieno petto e viene espulso. Ai rigori Grosso segna, alza le braccia al cielo e corre verso i compagni di squadra, siamo padroni a Berlino e la coppa è nostra. Le piazze italiane esplodono e sarà l’ultima volta. L’ultima notte in cui tutta l’Italia si ritrova sotto lo stesso cielo per la stessa ragione. Vent’anni fa.
Il Mondiale è partito qualche giorno fa. Canada, Messico e Stati Uniti, 48 squadre, il più grande di sempre, ma l’Italia è assente. Quest’estate le spiagge si riempiranno lo stesso, i gelati al limone ci saranno ancora, Spotify sceglierà i tormentoni al posto della radiolina sul comodino. La vita va avanti. Manca però qualcosa di preciso: non ci sarà il bar aperto fino a mezzanotte perché giocano gli Azzurri, non ci sarà tuo padre con la faccia seria davanti allo schermo. Non è mai stato solo calcio. Era un appuntamento con quello che eravamo, un paese capace di fermarsi insieme, di sedersi, di aspettare. Quest’estate, ancora una volta, staremo a guardare.




