La scienza conferma la tradizione orale: gli aborigeni sono la civiltà più antica

La scienza conferma la tradizione orale: gli aborigeni sono la civiltà più antica

L’indagine è stata condotta da scienziati danesi sul Dna di oltre 200 aborigeni e rivela la loro presenza in Oceania da 50’000 anni. Lo studio ripercorre anche i primi viaggi migratori della storia umana. 

Uno studio scientifico ha dimostrato che gli aborigeni sono l’etnia più antica del pianeta, confermando la tradizione orale di questa civiltà affascinante e troppo spesso dimenticata. La ricerca è stata condotta da Eske Willerslev, genetista danese dell’Università di Copenaghen, che ha pubblicato in collaborazione con l’Università del Queensland i risultati nell’ultimo numero della rivista Nature.

L’indagine fornisce un quadro completo dell’origine delle popolazioni aborigene e contribuisce a confermare, oltre al periodo dei primi viaggi migratori degli esseri umani, anche la nascita della lingua aborigena, antica di 4’000 anni e considerata una delle più antiche della storia.

Lo studio – La ricerca ha analizzato campioni di Dna provenienti da 280 aborigeni australiani e della Papua Nuova Guinea. «Questa parte della storia umana è scomparsa da molto tempo nel campo della scienza – dichiara Willerslev al Guardian – Ora sappiamo che i loro antenati sono stati i primi veri esploratori umani. Mentre i nostri antenati erano seduti per la paura del mondo, gli aborigeni antichi si sono mossi e hanno effettuato questo straordinario viaggio attraverso l’Asia e l’Oceano».

Lo studio di Willerslev risolve anche alcune discrepanze sulle origini della cultura aborigena. La ricerca conferma che la lingua degli aborigeni è antica di 4’000 anni. Durante le prime esplorazioni, le tribù aborigene di insidiarono in Oceania tramandando oralmente le leggende del “Tempo del Sogno”, l’insieme di racconti sulla creazione de mondo. In questo periodo l’intensificarsi dei rapporti tra individui umani ha contribuito a diffondere in tutto il continente la cultura aborigena, separatasi in diversi ceppi nel tempo con la formazione geologica di nuove isole.

«In quel periodo – spiega Willerslev – si diffondono nuovi linguaggi tra le popolazioni del posto e si intensificano gli intrecci sessuali tra persone di diversi gruppi. Questo ha creato varietà biologica e culturale».

Willerslev ha infatti dichiarato che le ultime scoperte fanno luce anche sulle origini dei Neanderthal e degli altri ominidi ora estinti e, tradizionalmente, raffigurati oome teppisti preistorici a partire dalle sopracciglia. «In realtà – sostiene Willerslev – erano molto vicini ai nostri antenati».

I questo senso, un secondo studio ha rivelato che l’avvento dei comportamenti umani moderni risalgono a circa 100’000 anni fa, quando con l’arte rupestre si diffuse l’uso di strumenti più sofisticati.

Lo studio suggerisce inoltre che boscimani e pigmei dell’Africa centrale non sembrano popolazioni scisse da altri esseri umani, il che suggerisce che non c’è stato alcun cambiamento biologico intrinseco che ha attivato improvvisamente la cultura umana.

«Questo significa che i comportamenti sono stati sviluppati molto prima di quanto pensassimo – dichiara Chris Stranger del Museo di Storia Naturale di Londra – Lo sviluppo è il risultato di un’acquisizione indipendente ottenuta attraverso lo scambio di idee con altri gruppi».

Gli aborigeni oggi – Lo studio mette in risalto anche la storia di uno dei popoli più perseguitati di sempre. A partire dalle prime colonie britanniche sulle isole australi, la cultura e le tradizioni aborigene sono sempre state poco considerate “dall’uomo bianco”. Eccezione fatta per antropologi come Walter Baldwin Spencer o lo scrittore Bruce Chatwin, che hanno studiato e testimoniato la condizione aborigena.

Il fantasma dello sterminio degli aborigeni è ancora presente tra i rappresentanti di questo popolo. Un tempo a uccidere un aborigeno ci pensava una malattia sconosciuta ai suoi anticorpi o un fucile, oggi invece è la qualità della vita a rappresentare una nuova forma di estinzione: si stima che la morte infantile è sei volte superiore tra gli aborigeni rispetto agli australiani. Ma non solo, le possibilità di ammalarsi di diabete sono 20 volte più alte per un aborigeno: l’aspettativa media di vita per un nativi è in generale più bassa di 20 anni.

Le istituzioni australiane e britanniche sono state tardive sul fronte del riconoscimento dei diritti. Soltanto nel 1967 il diritto al voto fu concesso ai nativi, mentre risale al 1992 l’abolizione del terra nullius, il principio che permetteva ai bianchi di espropriare le terre – considerate sacre per gli aborigeni – ai diversi clan.

Solo nel 2008 il governo australiano presentò scuse ufficiali ai membri della comunità aborigena per la ghettizzazione e le decimazioni subite. L’anno scorso il governo di Canberra ha riconosciuto agli aborigeni lo status di etnia originaria dell’Australia prima dell’arrivo degli anglosassoni, ma la condizione di questo popolo è in continuo pericolo per via delle frange estremiste presenti nella politica australiana che alimentano il già be radicato pregiudizio nei loro confronti.

Oggi la popolazione aborigena rappresenta il 6 percento di quella australiana e gran parte vive in riserve ai margini della società.

 

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