Raffaele Minichiello, intervista all’autore del dirottamento aereo intercontinentale più lungo della storia

Raffaele Minichiello, intervista all’autore del dirottamento aereo intercontinentale più lungo della storia

Il Boeing della TWA atterrato a RomaIl 28 ottobre del 1969 dirottò un Boeing 707 della Twa, partito da Los Angeles e diretto a San Francisco. Dopo una prima sosta per il carburante a Denver, in Colorado, dove fece scendere tutti i passeggeri, lo fece atterrare a New York e sostituire i piloti, abilitati solo per i voli nazionali, con due internazionali. Direzione Roma, dove arriveranno dopo 6900 miglia di volo.

Questa è la storia del primo dirottamento aereo, intercontinentale, più lungo della storia. A portarlo a termine Raffaele Minichiello, italiano emigrato a soli 14 anni in Usa, soldato in Vietnam a soli 20 anni e una tempra unica, si dice che ispirò anche Silvester Stallone per il ruolo di Rambo. Lo abbiamo intervistato per far luce su quel dirottamento, di cui si è tanto scritto negli ultimi anni ma del quale molte sono le zone d’ombra, e conoscere meglio la sua vita.

Gentile Raffaele, abbiamo deciso di intervistarla, in occasione dell’anniversario del dirottamento aereo più lungo della storia, quello del Boeing 707 della Twa che lei dirottò il 28 ottobre 1969. Molti sono stati i giornalisti che si sono interessati alla sua storia ma molte sono, navigando sul web, le contraddizioni e le lacune. Potrebbe spiegare ai nostri lettori come andarono le cose e perché decise di dirottare l’aereo da Los Angeles a Roma?

Ralph Minichiello intervistato dopo il dirottamentoPer prima cosa vorrei dire che bisogna considerare l’età, il momento e le particolari situazioni che hanno portato a quest’evento. Ero reduce dalla guerra del Vietnam e cercavo spiegazioni sul mancato versamento di 200 dollari, come compenso per il mio servizio come soldato. Le spiegazioni non arrivarono e per di più venni anche trattato dalle istituzioni, in particolare da una persona, in maniera sgarbata e senza rispetto. Questo fu un evento che, come detto vista anche l’età e l’esperienza in Vietnam, mi portò a compiere quell’atto. La motivazione sta nel fatto che non sono stato capito e compreso quando ho chiesto spiegazioni sul mancato versamento di questi 200 dollari. Fu una questione di principio, io avevo fatto la mia parte durante quei tredici mesi di guerra in Vietnam ma venni trattato senza il giusto rispetto.

Ci sono delle cose che non sono state dette o mal spiegate nelle altre interviste. Per prima cosa voglio dire che non rifarei mai una cosa del genere tornando indietro e che sono fortemente convinto che la giustizia personale non serve a niente. Voglio inoltre ribadire ancora una volta che il dirottamento da me eseguito è stato sì il più lungo della storia, oltre 19 ore, ma non il primo come in molti hanno erroneamente scritto. Prima del mio ce ne sono stati migliaia.
Altra cosa che tengo molto a ripetere è che non ho mai usato la forza durante il dirottamento. Anzi il clima era disteso. Io dissi semplicemente che da quel momento avevo il controllo del mezzo e che dovevano rispondere ai miei ordini. Non ho mai puntato il fucile verso nessuno.

Non ho mai maltrattato quelle persone. Durante la traversata dell’Atlantico due hostess dormivano ed io parlavo del più e del meno con il capitano in prima classe. Ricordo che ad un certo punto andai in bagno e lasciai il fucile davanti ai miei piedi a terra. Quando tornai dal bagno il fucile era ancora lì. Pensavo che mi avrebbero ammazzato. Quando uscii dal bagno dissi al capitano perché non avesse sparato, lui mi rispose: “io non sono un assassino, mi dispiace non posso far niente per te”.

Un hostess e i due piloti raccontanto del dirottamentoI membri dell’equipaggio una volta tornati negli Stati Uniti, nel corso di un intervista rilasciata pochi giorni dopo il dirottamento, hanno dichiarato: ‘Minichiello non è un criminale, andrebbe aiutato diversamente’. Ti dirò di più, con una delle hostess ho anche avuto una sorta di flirt, un’amore Platonico che abbiamo condiviso per diverso tempo finché i contatti non si sono allentati.

Voglio inoltre ricordare che sono poi stato ufficialmente perdonato dagli Stati Uniti. Ora vorrei riuscire anche ad ottenere la riabilitazione militare per potermi sentire finalmente in pace con quanto successo definitivamente.

In molte interviste si è letto che la tua scelta di dirottare l’aereo per tornare in Italia fu dovuta all’amore per una ragazza di Napoli, è vero?

Si tratta di Rosalia, ma questo non è vero. Alcuni lo hanno detto ma diciamo che ci hanno un po’ ricamato sopra. Io conoscevo Rosalia  e mi piaceva ma avevo 12 anni, era prima di partire per gli Usa. Una volta partito non ho avuto più notizie di lei, non ci siamo scritti, non abbiamo avuto più alcun tipo di contatto, ho dirottato l’aereo, come detto in precedenza per altri motivi.

Cos’è successo una volta arrivato a Roma?

Tornato in Italia sono stato processato e condannato in primo grado a sette anni e mezzo di carcere. Condanna che in appello è stato portata a tre anni e mezzo, poi ho avuto due anni di condono e un anno e mezzo l’ho scontato in carcere.

Dopo il carcere cosa succede?

Beh bisogna dire che vedo la mia vita come il gioco del costruire la casa con le carte, quando vai a mettere le ultime due carte poi cade tutto e devi ricominciare da capo. Questo nella mia vita è successo almeno quattro volte.

Dopo esser uscito dal carcere ho incontrato Cinzia, con la quale sono stato per tantissimi anni. Abbiamo messo su famiglia a Roma. Con lei ho avuto un figlio dopo pochi anni. Passati altri dodici anni dalla nascita del nostro primo figlio è rimasta nuovamente incinta. Qui succede un fatto che segnò la mia vita. Cinzia morì durante il travaglio, per negligenza dei medici. Era il 1985. È stato un dolore tremendo, siamo praticamente cresciuti insieme, basta pensare che quando ci siamo fidanzati lei aveva 16 anni ed io 22. Il grande dolore che provai venne alimentato dal dispiacere che avevo rivolto verso i medici che non avevano assistito adeguatamente. Ho difatti denunciato l’ospedale. Decisi inoltre di portare avanti una mia battaglia, cambiare il corso della medicina. Avevo chiamato questo mio proposito ‘il progetto’.

Di cosa si trattava?

Il ‘progetto’ era di cercare di fare un assalto ad un convegno di medici per dare un segnale. Ero difatti convinto in quel momento che l’unico modo per cambiare le cose era usare la forza ed avevo deciso di agire in occasione di un convegno di medici a Fiuggi. Fortunatamente poi il progetto decadde grazie alla fede. C’è da fare un flashback. Quando arrivai in Vietnam ci regalarono un Vangelo, ricordo che era distribuito dalla Gideons inernational, ma all’epoca non gli diedi peso in quanto non riuscivo a comprenderne il significato. Dopo la morte di mia moglie era distrutto e trovai conforto proprio nel Vangelo.

Devo ringraziare un ragazzo che lavorava nei pressi del mio luogo di lavoro, a corso Francia. Lui venne da me per darmi le condoglianze e nel farlo mi regalò un Vangelo. Nel frattempo io stavo portando avanti il mio progetto, e devo dire che avevo sia la capacità economica che i mezzi, dove acquistare le armi, per portarlo a compimento. Mentre io ultimavo il mio piano questo ragazzo mi parlava del Signore e del Vangelo. Grazie a lui ho cominciato a leggere la Bibbia ma allo stesso tempo vivevo per il ‘progetto’, era diventato lo scopo della mia vita. Ciò che mi fece desistere fu la lettura di un passo del Vangelo di Luca, capitolo 23 versetto 34: ‘Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno’. Quel giorno ho incontrato veramente Dio, ed ho capito che se avessi portato a termine il mio ‘progetto’ avrei sbagliato, perché se Gesù aveva perdonato gli uomini chi ero io per non farlo? Ho capito che avrei fatto tanto male a molte persone e che non sarebbe cambiato niente.

Come detto in precedenza ad appena vent’anni lei è stato un soldato, talaltro pluridecorato, in Vietnam. Come ricorda quella guerra?

Raffaele MinichielloArrivai in Vietnam il 15 dicembre del 1967. È stata una guerra molto diversa dalle altre. In primis per via del territorio. Noi ci siamo trovati difatti in difficoltà perché il nemico sapeva sempre i nostri movimenti. Erano loro a decidere quando attaccarci perché erano esperti del territorio e questa era un’arma in più. Noi avevamo maggiori mezzi militari ed aerei ma loro sapevano muoversi bene ed erano ben addestrati.

Proprio in questi giorni stavo rileggendo il libro della Fallaci, ‘Niente e così sia’, che parla della strage che ci fu nel villaggio di Malai durante la guerra del Vietnam. Fu una vera e propria strage di civili ed il libro della Fallaci spiega bene cos’è la guerra: solo chi ha vissuto una guerra può capire di cosa si tratta. La guerra che vediamo oggi al cinema o nei videogame è ben diversa da quella reale. Chi ha vissuto la guerra come me sa di cosa parlo. Basti pensare che durante la Seconda Guerra Mondiale, si è calcolato, che un soldato americano su un anno combatteva circa 20 giorni. In Vietnam un soldato americano su 13 mesi combatteva almeno 240 giorni.

Io sono stato in Vietnam nel ’68, c’erano circa 500 mila americani in quel periodo e di questi solo una piccola parte, un 20% al massimo andavano in combattimento e c’era una grandissima differenza fra l’andare in avanscoperta e rimanere in base. Nel mio caso quindi lo stress era molto forte poiché sapevo che il nemico poteva essere ovunque e che da un momento all’altro poteva uscir fuori dal bosco per sparare.

Molti hanno detto che fu lei ad ispirare Silvester Stallone per l’interpretazione di Rambo, è vero?

Si è vero. Per il ruolo di Rambo sono stati presi come ispirazione alcune gesta che sia io che altri Marines compimmo durante la guerra del Vietnam.

Abbiamo saputo che è in uscita un libro che parla della sua vita, ce ne vuole parlare?

Questo libro è una biografia della mia vita, ma che sembra un romanzo per via della particolarità delle vicende da me vissute. Sono 280 pagine che raccontano la mia vita, dall’immigrazione in Usa, quando avevo 13 anni, tema talaltro molto attuale, poi la guerra in Vietnam, il dirottamento dell’aereo, l’esperienza in carcere, la storia con la mia prima e seconda moglie e la morte di quest’ultima di cancro. Vorrei dire che non c’è ancora una data d’uscita nelle librerie ma che parte dei proventi verranno donati in beneficenza. Il 10% verrà dato ai Gedeoni, che da anni si occupano di diffondere la Bibbia in tutto il mondo. Un altro 10% sarà donato per favorire l’assistenza ai malati terminali di cancro, infine un 5% verrà dato alla Fondazione Operation Smile Onlus che aiuta i bambini affetti da labiopalatoschisi.

La storia della tua vita è molto intensa e piena di colpi di scena. Riassumendolo in due righe, come vedi quanto vissuto finora?

Vedo la mia vita come un bicchiere mezzo pieno che mi ha fatto capire che gli uomini, chi più chi meno, sono tutti fallaci, nessuno è perfetto, per questo credo unicamente nella parola del Vangelo, nella parola di Dio.

 

Enrico Ferdinandi

28 ottobre 2013

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