El Panzer: la storia di Rommel Fernández
C’è un quartiere a Panama City che si chiama El Chorrillo. Strade strette, case una sopra l’altra, murales che colorano una vita estremamente difficile. È da lì che negli anni Ottanta è partito un ragazzo con un sogno talmente assurdo da sembrare una favola: diventare un calciatore professionista in Europa. Per un panameño, all’epoca, era quasi più facile sbarcare sulla Luna. Il calcio centroamericano viveva ai margini del mondo, schiacciato tra il gigante messicano a nord e i titani sudamericani a sud. Panama non aveva tradizione, non aveva strutture, non aveva la minima credibilità internazionale. Eppure da quel quartiere dimenticato è emerso qualcuno che avrebbe cambiato tutto.
Rommel Fernández Gutiérrez nasce il 15 gennaio 1966 proprio a El Chorrillo, e fin da subito ha tutto fuorché le caratteristiche del predestinato. Alto 1.86 metri, corporatura massiccia, un fisico che sembra più adatto al football americano che al calcio. I compagni lo prendono in giro chiamandolo “Cabezón” – testona – per via della testa sproporzionata rispetto al corpo. Ma Rommel ha qualcosa che non si vede: una fame insaziabile, un’etica del lavoro feroce, e soprattutto un sinistro educato come pochi. Il ragazzino che prendono in giro per la testa grossa diventerà uno degli attaccanti di testa più letali della Liga spagnola.
A quindici anni è tra le giovanili dell’Atlético Panamá, per poi passare all’Alianza FC dove inizia a farsi notare nell’angusto panorama calcistico nazionale. Ma Panama, negli anni Ottanta, è un angolo di mondo dove i sogni calcistici (e non solo) muoiono presto. Il talento non basta se nessuno ti guarda, se non trovi il palcoscenico giusto. Nonostante questo, Rommel gioca, segna, aspetta. Testardo, cocciuto, ostinato insomma “Cabezon”.
L’occasione arriva nell’estate del 1986, durante il Mundialito de la Emigración a Tenerife. Si tratta di un torneo affascinante, di cui presto parleremo perché merita un articolo a sé, organizzato per permettere ai discendenti di emigranti spagnoli sparsi per il mondo di rappresentare i paesi dove sono cresciuti. L’idea era riunire la diaspora spagnola: venezuelani di sangue spagnolo, argentini con nonni andalusi, inglesi con origini galiziane, e così via.
Il problema è che Rommel è panameño puro, senza particolari origini spagnole. Eppure riesce a partecipare con la selezione di Panama grazie a qualche legame familiare lontanissimo, forse un antenato, forse un documento stiracchiato, che gli permette di aggirare i requisiti del torneo riservato ai discendenti di spagnoli. Una forzatura bella e buona, ma nessuno fa troppe domande. E Rommel prende quella chance come se fosse l’ultima della sua vita: cinque gol al Venezuela (tre di testa in una rimonta miracolosa dal 0-5 al 5-5), due all’Inghilterra, uno al Cile, uno al Brasile. Chiude come capocannoniere e diventa la stella del torneo.
Il CD Tenerife, neopromosso in Segunda División B, lo nota subito. José Antonio Barrios, vicepresidente del club che funge anche da osservatore, capisce che quel ragazzo con la testa grossa e i piedi d’oro può essere qualcosa di speciale.
Per non dare nell’occhio e bruciare l’affare, il Tenerife evita persino di farlo giocare in un’amichevole contro una selezione di emigranti. Troppo rischioso che altri club lo vedano. Poi, finito il torneo, lo blinda in una pizzeria, letteralmente, firmano lì, per 100.000 pesetas all’anno. “Non ho nemmeno letto il foglio”, dirà Rommel anni dopo, “volevo solo restare in Spagna. Ho firmato e basta”. Era il luglio 1986, aveva vent’anni e il sogno di diventare un calciatore professionista si era appena avverato.
Il problema, però, è immediato: in Segunda B non possono giocare stranieri. La soluzione è geniale quanto umiliante: Rommel si allena con la prima squadra ma gioca con il filial, il Tenerife Aficionado, nei campi di terra della Categoría Preferente canaria. Immaginate: un giocatore che ha appena stracciato Venezuela e Inghilterra (seppur non le nazionali ufficiali) che gioca su campi polverosi contro squadrette di paese. Rommel, tuttavia, non si lamenta, rimane il solito Cabezon e segna a raffica. Talmente forte che diventa un mito locale prima ancora di esordire nella massima divisione. I vecchi raccontano ancora di quando si prendeva a pugni con i centrali avversari e poi segnava lo stesso.
Quando il Tenerife torna in Segunda División nella stagione 1987-88, gli danno una delle due uniche maglie per extracomunitari. È il momento della verità. Rommel debutta in Coppa del Re il 2 settembre 1987 contro il Laguna. Dieci giorni dopo, all’esordio in campionato contro il Jerez, entra dalla panchina al 45′ al posto di Camacho. Passa un minuto e segna il gol dell’1-1. Benvenuto Panzer!
Il soprannome “El Panzer” arriva quasi subito: come i carri armati tedeschi della Seconda Guerra Mondiale (il vero Erwin Rommel comandava proprio le divisioni Panzer), Rommel Fernández è una forza inarrestabile. Il suo colpo di testa è una sentenza di morte per i portieri, potenza fisica devastante, senso del gol innato. Ma c’è dell’altro: un’umiltà disarmante fuori dal campo, una gentilezza rara. Firma autografi per ore, si ferma con i bambini, parla con tutti in un castigliano maccheronico che fa sorridere. I tifosi lo adorano non solo per i gol, ma perché sentono che è uno di loro.
La prima stagione chiude con undici gol (otto in Liga, tre in Copa), numeri notevoli per un esordiente che ha giocato spesso dalla panchina e ha passato quasi tre mesi fermo per infortunio. Ma è solo l’antipasto. Nella stagione 1988-89, con l’allenatore Pepe Alzate che gli dà fiducia totale, Rommel esplode: segna 19 gol e trascina il Tenerife in Primera División per la seconda volta nella storia del club. L’Heliodoro Rodríguez López impazzisce. Un panameño sconosciuto ha portato i chicharreros nell’Olimpo del calcio spagnolo.
E in Primera División non sfigura affatto. Anzi. Continua a segnare in doppia cifra, diventa un incubo per le difese di Real Madrid, Barcellona, Athletic Bilbao. Nella stagione 1989-90 viene addirittura nominato miglior sudamericano della Liga, un riconoscimento enorme, considerando che gioca per una neopromossa. È il primo panameño a brillare nella massima serie spagnola, un pioniere assoluto. Tenerife diventa per lui molto più di una squadra: è casa. La chiama “mí islita”, la mia isoletta.
Ma il calcio è anche business. Nel 1991 il Valencia CF, grande club storico della Liga, lo compra per 300 milioni di pesetas. È il salto definitivo, la consacrazione. O almeno dovrebbe essere così. Invece a Valencia le cose non girano: appena 21 partite e 2 gol in due stagioni. Non è questione di qualità, ma di feeling, di chimica. Valencia è una piazza esigente, con pressioni diverse. Rommel non riesce a ripetere la magia di Tenerife.
Nella stagione 1992-93 passa in prestito all’Albacete Balompié, altra squadra delle Canarie in Primera. E qui ritrova il sorriso: 18 partite, 7 gol. Sta tornando quello di una volta. Il 28 febbraio 1993 torna all’Heliodoro Rodríguez López da avversario, con la maglia dell’Albacete. Prima della partita, che finirà 2-2, partecipa a un omaggio a Celia Cruz, la regina della salsa che è in visita a Tenerife. Rommel scherza con lei, firma autografi, si fa centinaia di foto. È felice, sorridente, rilassato. Se ne va dallo stadio con il cuore pieno.
Due mesi dopo quella serata, il 6 maggio 1993, Rommel è sulla strada del ritorno da un allenamento dell’Albacete. È pomeriggio, la carretera de Tinajeros scorre tranquilla sotto il sole spagnolo. Sta guidando la sua Renault 19, probabilmente pensa alla prossima partita, forse alla famiglia che lo aspetta a casa. Poi, su una curva, qualcosa va storto. La macchina perde il controllo, sbanda, si schianta contro un albero. Rommel Fernández Gutiérrez muore sul colpo.
Ha 27 anni, una carriera che stava rifiorendo, una moglie, un figlio piccolo che non lo conoscerà mai davvero.
Panama si ferma. Letteralmente. Il paese intero è sotto shock. Tenerife piange come se avesse perso un figlio. Quella curva, in Spagna, oggi, si chiama “Curva Rommel”, c’è una targa che lo ricorda. Lo stadio nazionale di Panama, che si chiamava Estadio Revolución, viene ribattezzato Estadio Rommel Fernández. Il 6 maggio diventa il Día del Futbolista panameño. Non è retorica: Rommel ha davvero cambiato il calcio del suo paese. Ha dimostrato che un panameño poteva farcela in Europa, che i sogni impossibili a volte si avverano.
In quattro stagioni al Tenerife ha giocato 149 partite ufficiali segnando 63 gol. Numeri che raccontano solo una parte della storia. L’altra parte è fatta di una città che ha adottato un ragazzo di El Chorrillo, di una nazione che ha trovato un eroe, di un calcio centroamericano che ha iniziato a crederci. Dopo Rommel sono arrivati Julio César Dely Valdés (altro panameño che ha fatto benissimo in Spagna), Roberto Chen, José Luis Rodríguez. Ma il primo è stato lui. Il Panzer. Quello che ha aperto la strada quando la strada non esisteva nemmeno.
Non era il più tecnico, né il più veloce. Ma aveva quella combinazione rara di talento, umiltà e determinazione che trasforma un buon giocatore in un mito. Morire, poi, a soli 27 anni, ti rende inevitabilmente una leggenda.
Per chi vuole conoscere meglio questa storia straordinaria, il giovane regista panamense Rodrigo Quintero Arauz, formatosi alla prestigiosa EICTV di Cuba, ha diretto nel 2024 Me dicen el Panzer, un film biografico che ripercorre gli anni formativi di Rommel, dalla sua infanzia difficile a El Chorrillo fino all’esplosione a Tenerife. Il film, girato tra Panama e le Isole Canarie, ha vinto finanziamenti dal Programa Ibermedia ed è stato presentato in diversi festival internazionali. Non è solo una storia di calcio: è il ritratto di un’epoca, di un quartiere, di un sogno che sembrava impossibile e che invece è diventato realtà. È la storia di chi ha osato credere quando nessuno ci credeva. Proprio come faceva Rommel ogni volta che saltava più in alto di tutti per colpire di testa. Del resto, stiamo parlando del Cabezon.




