Venezuela: cosa sappiamo de “la madre de todas las marchas”

Venezuela: cosa sappiamo de “la madre de todas las marchas”

Il Venezuela è nel caos. Da mercoledì 19 aprile le opposizioni sono scese in piazza per protestare contro il governo di Maduro, portando avanti quella che definiscono la “madre de todas las Marchas”, una rivolta popolare pacifica che però è stata repressa dai cosiddetti “collettivi”, uomini armati filogovernativi che hanno seminato feriti e almeno 26 morti.

A completare il quadro di una situazione drammatica sono i numerosi saccheggi denunciati dai negozianti e residenti.  Il vicepresidente, Tareck El Aissami ha parlato di “una nuova spirale di violenza organizzata dai delinquenti politici in combutta con i delinquenti criminali, che attaccano insieme il popolo più umile”. Il deputato oppositore José Guerra ha accusato “i paramilitari del regime”.
Gli scontri non sono destinati a concludersi in tempi brevi, anche se Maduro nei giorni scorsi ha provato a sedare le proteste annunciando di voler andare alle elezioni. Difficile però dargli credito. Per giunta, non è chiaro a quali consultazioni si riferisse il presidente, se alle comunali o alle regionali che avrebbero dovuto svolgersi lo scorso anno ma che non sono state indette o ancora alle politiche che nel 2015 hanno portato all’affermazione delle forze di opposizione al Governo.

Più probabile che quella di Maduro sia stata una delle tante promesse a cui è ricorso in questi mesi per tenere a bada le opposizioni, ma a cui non ha mai dato seguito.

Le forze di opposizione ne sono consapevoli e non vogliono arretrare di un solo passo.

Guidate dalla disperazione, da una inflazione salita all’800 per cento, da un tasso di povertà che travolge quasi l’80% della popolazione, hanno scelto come parola chiave della loro protesta l'”Insistenza”: insistere senza lasciarsi intimorire dai “collettivi in moto”, armati sino ai denti che insanguinano le manifestazioni a cui partecipano comuni cittadini spontaneamente.

Emblematica e struggente è l’immagine di una donna canuta che si fa scudo con il suo corpo dinanzi a un blindato, prima di essere portata via con la forza e imprigionata. Il suo gesto ricorda quello dello studente che nell”89 bloccò un carro armato in piazza Tienanmen a Pechino. Scatti che hanno fatto e continuano a fare la storia della non violenza e dei diritti civili. Gli stessi che i manifestanti continueranno a chiedere.

In particolare i venezuelani continueranno a scendere ogni giorno in piazza per raggiungere quattro obiettivi principali:

  • la liberazione dei prigionieri politici come Leopoldo Lopez, considerato dalle forze di opposizione il “Mandela” del Venezuela;
  • la convocazione di elezioni libere;
  • la creazione di un corridoio umanitario;
  • l’interdizione dei Giudici della Suprema Corte, espressione del governo in carica, che poche settimane fa hanno spogliato il Parlamento del potere legislativo, per poi fare marcia indietro soltanto poche ore più tardi sotto le pressioni internazionali.

Richieste intollerabili per Maduro, il quale nel bel mezzo di questo clima incandescente, ha proclamato di voler distribuire mezzo milione di fucili alle milizie chaviste formate da ragazzini e donne.

La crisi istituzionale del Venezuela va di pari passo con quella economico-sociale che si perpetua da anni. Chavez a differenza del suo pupillo Maduro era riuscito ad evitare le insurrezioni delle masse puntando su una più efficace politica assistenzialista che gli aveva assicurato una grande popolarità. Famoso in Venezuela era il programma televisivo della domenica ” Alo’ Presidente”, in cui il leader venezuelano dedicava ore a rispondere in prima persona alle telefonate dei cittadini prendendo effettivamente in carico le loro problematiche.

Con gli anni la situazione economica è precipitata, in un Paese che non ha saputo realizzare una efficace politica industriale e che si è reso schiavo dell’esportazione del petrolio (le esportazioni dipendono al 93% dalla vendita del petrolio); proprio il crollo del prezzo dell’oro nero ha fatto sprofondare il Venezuela nel baratro.

Così quello che era uno dei paesi più ricchi del mondo nel secolo scorso, oggi non è più in grado di dare pane e medicine alla popolazione. In questi giorni anche General Motors ha annunciato di sospendere tutte le sue operazioni in Venezuela, dopo che la autorità di Caracas hanno “sequestrato” lo stabilimento. Un sequestro che appare come una sfida da parte di Maduro a Trump, nonostante il leader venezuelano avesse pochi mesi fa finanziato con ben 500 mila dollari la campagna elettorale del presidente degli USA.

Maduro minaccia ora di lasciare l’Organizzazione degli Stati Americani nel caso in cui venga convocata una nuova riunione dei ministri degli Esteri per discutere della crisi politica del Venezuela che dal governo di Caracas viene percepita come una nuova ingerenza e violazione della legalità.

 

 

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