Stati Uniti: il soldato che uccise Osama Bin Laden si racconta

Il militare americano si racconta per la prima volta e parla del suo difficile ritorno alla vita normale.

“E la cosa migliore o la peggiore che abbia mai fatto ?”. Questo interrogativo tormenta da tempo il soldato anonimo che nel corso del raid in Pakistan il 1° maggio 2011 uccise il terrorista più ricercato al mondo, Osama Bin Laden. Comandante d’élite del famoso Team 6 dei Navy Seals e padre di famiglia di 35 anni è lontano dal condurre la vita sognata da un eroe di guerra. Dopo 16 anni di missione, ha preferito prendersi la pensione anticipata quattro anni prima della fine ufficiale del suo servizio. In un intervista con la rivista americana Esquire, ha dichiarato di vivere senza pensione e protezione sociale.

 

E dunque la fine di un rapporto nato quando l’uomo 19 enne decise di arruolarsi nell’esercito con la Marina dopo aver subito una delusione d’amore. Veterano pluridecorato ha passato molto tempo in missione e ha ucciso molti “nemici combattenti” secondo la terminologia ufficiale.   

Il suo impegno nell’esercito ovviamente non è gradito dalla famiglia che lo supplica di abbandonare quanto prima. Un eventualità questa che lascia decisamente perplesso il giovane soldato. Dopo aver invocato la pensione anticipata decise di rimanere nell’esercito. “La vita civile mi spaventa ma ho una famiglia della quale mi occuperò. Se fossi stato ucciso nel corso di una missione la mia famiglia avrebbe percepito una pensione. Ma nel caso in cui mi sarei preso la pensione anticipata non avremmo preso nulla. E triste a dire ma conviene essere uccisi”, ha confidato nell’intervista concessa a Esquire.  

La missione della sua vita iniziò il 1° aprile 2011. Con i suoi colleghi del “Red Squadron”, venne informato dell’arrivo di una missione. “ Durante il primo briefing ci mentirono e furono molto vaghi. Parlarono di sotto marini e del terremoto in Giappone  qualcosa del genere”, ma il suo obiettivo era quello della Libia e la questione Gheddafi, sognava di andare lì per mettere al sicuro potenziali armi di distruzione di massa. Qualche settimana più tardi viene a conoscenza del vero obiettivo che senz’altro lo lascia spiazzato, Osama Bin Laden.

Nel corso di una missione pericolosissima si doveva uccidere l’uomo più odiato dall’America, l’autore presunto dell’attentato alle torri gemelle del World Trade Center dell’ 11 settembre 2001. Non si trattava di catturarlo per processarlo o interrogarlo ed ottenere informazioni maggiori su Al Qaeda ma di ucciderlo. La notte del 1° maggio 2011 è il primo ad entrare al terzo piano del complesso di Abbotabad in Pakistan. E buio e Bin Laden non vede nulla e procede a carponi con la moglie, il tiratore munito di occhiali infrarossi lo riconosce all’istante. Aveva di fronte il terrorista autore di una delle stragi più drammatiche della storia contemporanea che si nascondeva dietro una delle sua mogli, si trattava di Amal. Da quel momento fu tutto estremamente rapido, l’uomo non esitò a sparare due colpi più uno in testa all’uomo più ricercato del mondo che crollò morto sul pavimento. Il soldato ha ammesso di essere rimasto colpito dalla dimensione di Bin Laden, un uomo altissimo. Al ritorno in patria la gloria di Barack Obama padroneggiava nelle televisioni, ma lui non ne può più. Vienne avvolto dall’angoscia, insegna ai bambini come nascondersi in bagno, non esce mai di casa senza un arma, quando entra in luogo pubblico identifica immediatamente le uscite di emergenza e la sua vita sentimentale ne risente a tal punto che si separa dalla moglie.

Nell’estate del 2012 prende finalmente la decisione di lasciare l’esercito. Lo Stato non ha trovato di meglio per lui che trasportatore di birra. Oggi a 35 anni, ha trovato lavoro come consulente ma non gode di alcuna pensione e di nessuna assicurazione.

Manuel Giannantonio
12 febbraio 2013 

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