Thailandia, l’alluvione ha messo in crisi anche l’Intel

L’alluvione che ha compito la Thailandia dallo scorso mese di luglio fino a pochi giorni fa è stata la più intensa e disastrosa degli ultimi 50 anni. Non solo ha causato la morte di più di 600 persone in tutta la nazione, distrutto case, allarmato per il pericolo di possibili epidemie, ma ha destabilizzato l’agricoltura (quella del riso è una della attività principali del centro thailandese) e le industrie: circa 10.000 aziende (site prevalentemente nel nord della nazione) hanno dovuto chiudere i battenti proprio a causa dei danni causati dalle alluvioni.

Ricordiamo che tra queste aziende figurano giganti dell’informatica come Intel ed Hitachi, aziende giapponesi che, per via dei bassi costi di manodopera, hanno le loro principali fabbriche propri in Thailandia. Cosa comporta tutto ciò? Che la produzione di chip ha subito una brusca frenata ed ora difficilmente queste aziende riusciranno a stare al passo con la richiesta del mercato, almeno per ora.
Tom Kilroy, vice presidente dell’Intel ha così comunicato pochi giorni fa, nel corso di una riunione con degli analisti di mercato, che: «Nelle ultime due settimane mentre diventava più evidente la riduzione delle forniture di dischi fissi, abbiamo assistito ad una sostanziale riduzione negli ordinativi per i nostri chip. La maggior parte dei nostri clienti manifesta preoccupazione per il perdurare del fenomeno, specialmente per la prima parte del prossimo trimestre».
In poche parole l’Intel, sta assemblando meno processori proprio perché manca la produzione di hard disk dalla Thailandia, inevitabilmente quindi saranno “sfornati” meno personal computer quest’anno. La produzione sarebbe scesa secondo l’azienda del 52% causando così un buco di forniture globali pari al 30%: una vera e propria crisi non solo per la società (inutile dire che in borsa il titolo subisce ogni giorno forti cali) ma anche per l’economia thailandese e per gli operai di queste fabbriche.
Molti cittadini hanno perso tutto ed ora si ritrovano senza, lavoro, casa e cibo a dover capire come risalire la “corrente”. A salvarsi il centro del cuore economico della nazione Bangkok, a farne le spese però i cittadini della periferia della capitale, che hanno visto le loro case, i loro negozi e le loro vie trasformarsi in vere e proprie dighe per evitare che il centro potesse esser messo in pericolo. Ciò ha causato indignazione da parte dei cittadini, che si sono sentiti trattati un po’ come abitanti di “serie b”. Insomma il governo thailandese dovrà lavorare molto per uscire da questa crisi, fortunatamente, e non a caso, altre nazioni hanno già dato il loro contributo, sia il Giappone che gli Usa hanno fornito sostegno economico e Unicef sta cercando di fornire ai meno fortunati le scorte di medicinali e cibo. Molti cittadini, paradossalmente, faticano difatti a trovare anche acqua pulita.

di Enrico Ferdinandi

14 dicembre 201

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