Pnrr, tempo scaduto: la Calabria chiude all’ultimo posto tra infrastrutture ferme e sanità al palo

C’era una volta un treno carico di soldi. Si chiamava Pnrr, partiva da Bruxelles e prometteva di fermarsi in ogni stazione d’Italia, soprattutto in quelle dimenticate. In Calabria doveva essere il treno della svolta. Il problema è che, mentre il convoglio passava, sul binario mancavano i facchini, i moduli erano sbagliati e il capostazione cercava ancora il timbro giusto.
Ora il treno è passato. Il tempo è scaduto. E la Calabria si ritrova, ancora una volta, in fondo alla classifica.
Non stiamo parlando di spiccioli. Alla regione erano destinati 10,369 miliardi per un totale di 12.382 progetti. Una cifra che, detta in parole semplici, avrebbe potuto cambiare la faccia di un territorio: strade, ferrovie, scuole, ospedali, reti idriche. L’occasione di una generazione. Eppure, a bocce ferme, il bilancio racconta un’altra storia: cantieri aperti e mai chiusi, opere annunciate e rimaste sulla carta, presidi sanitari promessi che i calabresi continuano a non vedere.
Per anni ci hanno raccontato che il problema del Sud era la mancanza di risorse. Dateci i fondi, dicevano, e vedrete. Bene: i fondi sono arrivati, e in quantità mai vista. E allora la domanda diventa scomoda ma inevitabile: se non erano i soldi, cos’era?
La risposta la conosce qualunque sindaco di un piccolo comune dell’Aspromonte o della Sila. Uffici tecnici con un geometra e mezzo. Gare d’appalto che si incagliano tra ricorsi e controricorsi. Procedure così complicate che per costruire una rotonda serve un esercito di consulenti. Una burocrazia che non è solo lenta: è un modo di pensare, stratificato in decenni, in cui chi firma rischia e chi non fa nulla resta tranquillo.
Il Pnrr non ha creato questi problemi. Li ha messi sotto i riflettori, con un cronometro accanto.
Se c’è un settore in cui il ritardo fa più male, è la sanità. La Missione 6 del Pnrr doveva portare Case e Ospedali di comunità, cioè la medicina vicino casa, quella che evita a un anziano di Crotone di fare cento chilometri per una visita. In altre regioni il traguardo è stato tagliato: la Liguria supera del 10% i target di case e ospedali di comunità, e anche Sardegna e Marche hanno sostanzialmente raggiunto gli obiettivi. In Calabria, invece, la corsa è stata affannosa fino all’ultimo giorno, con le carte per dimostrare i target firmate letteralmente a scadenza: un decreto regionale del 30 giugno 2026 sul raggiungimento del target degli Ospedali di Comunità, un altro dell’1 luglio sulle linee guida per comprovare il target delle Case della Comunità.
Sulla carta, forse, qualcosa si salva. Ma un ospedale di comunità non si misura in decreti: si misura in medici, infermieri, porte aperte. E qui il discorso si fa amaro, perché parliamo di una sanità commissariata da anni sotto il Piano di rientro dai disavanzi, dove i professionisti scappano e i pazienti li seguono, verso Roma, Milano, Bologna. Il famoso “viaggio della speranza”, che nel 2026 non dovrebbe più esistere.
E adesso? I numeri economici non lasciano molto spazio all’ottimismo. Secondo le previsioni della Cgia di Mestre, la Calabria è maglia nera per crescita del Pil reale nel 2026, con un misero +0,24%, mentre l’Emilia-Romagna corre quasi quattro volte più veloce. Il rischio è che, finita la pioggia di fondi europei, resti solo il terreno bagnato.
A pagare, come sempre, non saranno i dirigenti che hanno rallentato le pratiche, né i professionisti del “non si può fare”. Saranno i ragazzi che faranno le valigie, le imprese che non troveranno le strade, le famiglie che continueranno ad aspettare un’ambulanza.
La verità è che la Calabria non ha bisogno di compassione, né dell’ennesimo piano straordinario calato dall’alto. Ha bisogno di uno Stato che funzioni, di amministrazioni che rispondano dei risultati, di regole semplici e di responsabilità chiare: chi realizza viene premiato, chi blocca ne risponde.
Il Pnrr doveva essere un’occasione. Può ancora diventare una lezione. Perché i soldi, da soli, non costruiscono niente. Servono persone capaci, merito, tempi certi. E il coraggio di smettere di dare la colpa sempre a qualcun altro.
Il treno è passato. La prossima volta, facciamoci trovare in stazione.




