Il miraggio dell’Indo: il piano franco-russo del 1801 e le radici del Grande Gioco

Il tentativo di conquistare l’India via terra all’inizio dell’Ottocento, spesso ricordato come la “Marcia Indiana”, rappresentò un’audace iniziativa geopolitica congiunta tra lo zar Paolo Pietro I Romanov e il Primo Console della Repubblica Francese Napoleone Bonaparte. L’obiettivo strategico era ambizioso: invadere i possedimenti della East India British Company per scardinare il monopolio commerciale britannico nel subcontinente. L’operazione, tuttavia, fu bruscamente interrotta nel marzo 1801 a seguito dell’assassinio dello zar e del conseguente contrordine del figlio e successore, Alessandro I. Sebbene Russia e Gran Bretagna fossero state alleate all’inizio della Seconda Coalizione, i fallimenti simultanei dell’invasione anglo-russa dell’Olanda e delle campagne in Italia e Svizzera nel 1799 incrinarono profondamente la fiducia dello zar nei confronti di Londra. A far precipitare le relazioni diplomatiche fu la questione di Malta nell’ottobre del 1800. Paolo I, autoproclamatosi Gran Maestro dell’Ordine degli Ospitalieri, considerò il rifiuto britannico di cedere il controllo dell’isola come un affronto personale e geopolitico. La reazione dello zar fu radicale, vennero rotti i rapporti con la Gran Bretagna e ci fu un avvicinamento strategico alla Francia. Parigi colse l’opportunità elaborando un piano per una spedizione combinata contro l’India britannica, mirata anche a tutelare i residui interessi coloniali francesi nell’area. Il progetto originario prevedeva l’impiego congiunto di due corpi d’armata da 35.000 uomini ciascuno, per una forza d’urto complessiva di 70.000 soldati, supportati da una potente artiglieria e dalla cavalleria cosacca. Su esplicita pressione di Napoleone, il comando del contingente francese sarebbe stato affidato al generale André Masséna. Il percorso di avanzata per il corpo francese iniziò nel maggio 1801 passando per il Danubio e il Mar Nero, attraversando la Russia meridionale via Taganrog, Tsaritsyn e Astrakhan. All’estuario del Volga, i francesi dovevano essere raggiunti dalle forze russe. Successivamente il corpo congiunto franco-russo avrebbe attraversato il Mar Caspio e sbarcato nel porto iraniano di Astrabad. L’intero viaggio dalla Francia ad Astrabad era calcolato per durare ottanta giorni. L’avanzata ulteriore avrebbe richiesto altri cinquanta giorni passando per Herat e Kandahar prima di raggiungere le principali aree dell’India nel settembre dello stesso anno. Sulla falsariga della campagna d’Egitto, la spedizione non era solo militare, ma comprendeva ingegneri, scienziati e cartografi. Anche l’apparato di public relations e soft power fu studiato nei minimi dettagli. Le linee guida commerciali raccomandavano di vendere alle popolazioni locali tessuti “dai colori più graditi agli asiatici”, mentre il governatore francese dell’enclave di Pondicherry avviò contatti diplomatici segreti con alcuni nawab musulmani, promettendo l’arrivo di un corpo di liberazione francese per sollecitarne la rivolta anti-britannica. Mentre il piano combinato era ancora in fase di definizione, l’impazienza di Paolo I spinse lo zar ad agire unilateralmente. Nel gennaio 1801, l’Atamano dei Cosacchi del Don, Vasily Petrovich Orlov, ricevette l’ordine di muovere la sua cavalleria verso l’India, transitando per Orenburg, Bukhara e Khiva fino all’Indo. Una forza di circa 20.000 cosacchi si addentrò così nelle steppe kazake. L’operazione poggiava però su presupposti logistici drammaticamente fragili. I comandi russi non disponevano di cartografia dettagliata oltre Khiva e la marcia iniziò nel cuore di un inverno rigido. La mancanza di foraggio causò una moria di cavalli e di conseguenza il crollo del morale delle truppe. Quando il contingente raggiunse il Mar d’Aral, fu raggiunto dalla notizia del regicidio di Paolo I. Il nuovo zar Alessandro I, considerando l’impresa un’avventata anomalia strategica, ordinò l’immediata ritirata. Il nuovo sovrano preferì normalizzare i rapporti con la Gran Bretagna e concentrare le risorse sul consolidamento dei confini nel Caucaso. Sebbene la storiografia non abbia mai trovato prove documentali definitive, persiste l’ipotesi che il complotto guidato dal conte von der Pahlen per eliminare lo zar fosse sostenuto dalla diplomazia britannica, terrorizzata dall’asse franco-russo. L’idea di un’invasione dell’India non morì nel 1801. Riemerse nel 1807 durante i colloqui di Tilsit tra Napoleone e Alessandro I. In quell’occasione, l’imperatore francese ripropose la campagna asiatica, ma lo zar mantenne un atteggiamento scettico e ambiguo, preferendo focalizzare l’apparato militare russo contro l’Impero Ottomano, la Svezia e, successivamente, per la difesa patriottica contro la stessa invasione francese del 1812. Quando l’opinione pubblica britannica scoprì i dettagli della “Marcia Indiana”, il trauma psicologico si radicò profondamente nella classe dirigente di Londra. Quel tentativo fallito divenne il paradigma delle paure geopolitiche vittoriane, inaugurando ufficialmente la secolare rivalità per l’Asia Centrale nota come Grande Gioco.
Maurizio Selvatico autore del romanzo storico India edito da il Piroscafo editore




