ARTEMIS II – Prospettive di allunaggio
Domani sera la navicella Orion, in rientro dalla missione Artemis II, ammarerà nell’Oceano Pacifico al largo della città californiana di San Diego con a bordo i quattro astronauti partiti, gli americani Christina Koch, Victor Glover e Reid Wiseman ed il canadese Jeremy Hansen.
La missione, iniziata lo scorso primo aprile, ha avuto come obbiettivo il sorvolo completo della Luna, comprensivo del suo lato a noi nascosto, effettuato l’ultima volta dall’uomo nel lontano 1972 con la missione Apollo 17, l’ultima dell’omonimo programma.
Il sorvolo, infatti, è servito come viaggio di collaudo per la futura missione Artemis IV, programmata per il 2028, la quale prevede il ritorno dell’uomo sul nostro satellite calpestandone direttamente la superficie, dopo ben 56 anni. Il programma Artemis, in generale, prevede di stabilire una presenza stabile ed autosufficiente sulla superficie lunare, da considerare propedeutica alle future spedizioni umane su Marte.
Artemis è l’erede del programma Constellation, il quale prevedeva l’allunaggio già nel 2020, nato nel 2005 e cancellato nel 2010 dall’amministrazione Obama a causa dell’irrealizzabilità degli obbiettivi senza un cospicuo finanziamento, giudicato allora eccessivo.
L’unico progetto superstite del programma Constellation è quello relativo allo sviluppo della capsula Orion, nuova sostituta del non più operativo Space Shuttle, utilizzato per l’ultima volta nel 2011, e che ha dotato la NASA e l’ESA di un nuovo veicolo spaziale dopo un interregno provvisorio di appoggio alla russa Sojuz, prima dell’intensificarsi delle tensioni fra Mosca e Occidente, per poi virare sulla Crew Dragon della società privata SpaceX.
All’interno dell’Orion, i quattro astronauti (che non è chiaro se parteciperanno anche allo sbarco previsto fra due anni) hanno alloggiato senza grandi problemi durante il viaggio fra la Terra e la Luna, eccetto per un breve malfunzionamento idraulico della “toilette”, prontamente risolto da Christina Koch, abile astronauta che, oltre a vantare il record di giorni consecutivi mai trascorsi nello spazio da una donna (328) è anche la prima ad aver mai sorvolato il nostro satellite nella storia.
Durante la fase di orbita lunare, l’equipaggio ha avuto anche modo di battezzare due crateri lunari, ancora sprovvisti di nome, di cui uno come “Integrity”, in onore della propria navicella Orion così soprannominata, ed un altro come “Carroll”, su proposta del canadese Hansen ed in memoria della moglie del capitano Wiseman, scomparsa sei anni fa a causa di un cancro, grato e commosso per l’iniziativa.
Al successo della missione ha contribuito senza dubbio la partecipazione tecnica dell’Agenzia Spaziale Europea, l’ESA, attraverso lo sviluppo dell’ESM, il modulo di servizio della capsula Orion deputato alla propulsione e alla fornitura di energia e supporto vitale per gli astronauti (acqua e ossigeno), costruito dal colosso europeo Airbus.
In particolare, da non sottovalutare il contributo italiano alla struttura dell’ESM, dotata di un telaio targato Thales-Alenia Space e costruito nel suo stabilimento di Torino, in grado di resistere alle enormi sollecitazioni del lancio e del viaggio lunare, mantenendo al tempo stesso un peso molto ridotto.
Ad esso si aggiungono altri elementi essenziali come componenti del sistema termico (radiatori e piastre di raffreddamento), indispensabili per mantenere operativi computer e sistemi di bordo nel vuoto spaziale, a conferma dell’eccellenza dell’industria aerospaziale italiana, da tempo riconosciuta internazionalmente come un fornitore imprescindibile.
Un successo dunque occidentale, figlio di un processo di collaborazione pluriennale tra le industrie aerospaziali di USA ed Europa e terminante proprio mentre sulla Terra non vi sia mai stata così tanta distanza politica tra le due sponde dell’Atlantico.
Che la missione Artemis II ricordi non tanto ai politici, quanto almeno ai popoli di appartenenza delle nazioni partecipanti, quanto gli sforzi costruttivi e la coordinazione negli intenti di un Occidente in armonia con sé stesso (e possibilmente anche con gli attori esterni ad esso) possa portare lontano l’umanità intera nell’esplorazione dello Spazio.
A sostegno di ciò occorre citare le parole recitate proprio durante la missione dal membro dell’equipaggio di Artemis II Victor J. Glover, primo pilota afroamericano nella storia ad aver orbitato attorno alla Luna, mentre da lontano nella navicella osservava il nostro pianeta: “La Terra è così piccola… eppure è tutto ciò che abbiamo.”