Piano Mattei in Algeria: perché il deserto non perdona gli errori
Il governo italiano ha puntato sull’Algeria nel Piano Mattei, fin qui nulla di male. Tra i progetti ovviamente spunta quello agricolo: far fiorire il deserto, portare tecnologia italiana nelle terre aride e garantire la sicurezza alimentare. Sulla carta suona bene, nei fatti, i numeri raccontano un’altra storia…almeno per adesso.

Il problema si chiama acqua
Meno di 250 millimetri di pioggia all’anno, falde acquifere profonde e in esaurimento, terreni sempre più salini e, per chiudere il cerchio: un evaporazione che brucia tutto. In queste condizioni, coltivare non è difficile: è semplicemente costoso, troppo costoso.
L’acqua, nemmeno a dirlo, è il costo dominante e l’equazione è abbastanza scontata: se pomparla dal sottosuolo costa più di quanto vale il raccolto, chiudi i conti e guardi altrove. Senza ingenti sussidi pubblici continui, il modello crolla.
Investire in agricoltura desertica significa mettere soldi pesanti all’inizio al fine di avere infrastrutture, impianti e pozzi per poi aspettare anni prima di vedere qualcosa indietro. I margini sono stretti, il clima peggiora ogni anno e le tempeste di sabbia arrivano quando meno te lo aspetti, definirlo investimento rischioso è forse riduttivo.
Gli investitori vogliono certezze e qui non ce ne sono nonostante sia una stupenda sfida alle stelle. La desertificazione avanza, le ondate di calore aumentano, la produttività balla da un anno all’altro quindi la domanda è scontata: come fai a pianificare?
L’Algeriainoltre è uno stato centralizzato al massimo, con valuta controllata, militari con un peso significativo sul sistema economico e regole sugli investimenti che cambiano quando meno te lo aspetti.
Il rischio vero non è l’espropriazione della terra, è tutto il contorno oltre le difficoltà già elencate: burocrazia lenta, permessi che non arrivano, possibili conti bloccati, dogane che fermano tutto, normative che cambiano dalla sera alla mattina, una frizione continua che ti consuma.
Le terre aride generano liquidità sicuramente ma non in fretta e senza stabilità normativa, i privati stanno alla larga.

La domanda scomoda: perché Cina, USA e Francia non ci sono?
Se l’affare è così buono, come mai le grandi potenze non hanno fatto questi accordi?
La Cina investe in Africa e non poco ma punta su miniere, infrastrutture, energia, porti. Non su agricoltura marginale in zone semi-desertiche.
Gli Stati Uniti controllano l’agribusiness globale, esportano cibo in mezzo mondo, non perdono tempo a bonificare suoli aridi in paesi stranieri.
La Francia, che con l’Algeria ha un legame storico fortissimo, si concentra su sicurezza, energia, influenza politica. Non sull’agricoltura nel deserto.
Il motivo? Il rapporto rischio-rendimento non regge, ha ritorni troppo lenti, dipendenza totale dal governo locale, rischio climatico impossibile da assicurare.
Nella viva speranza di non rivedere questo copione sulle spalle del possibile operatore designato
Fase 1: Grande annuncio. Memorandum firmati. 20, 50, 100mila ettari concessi. Retorica su cooperazione strategica e sicurezza alimentare. Tutti contenti.
Fase 2: La realtà fa male: la falda è meno disponibile del previsto, pompare costa il doppio, la salinità è peggiore. Le rese sono la metà di quelle del business plan. Primi malcontenti ma andiamo avanti.
Fase 3: Iniziano i problemi burocratici e gli utili non puoi riportarli a casa, nel mentre le forniture restano ferme in dogana. Abbiamo un problema.
Fase 4: Crisi finanziaria: hai già speso i soldi iniziali ed il pareggio si sposta sempre più avanti. Il flusso di cassa è negativo quindi servono altri soldi. Non sappiamo risolvere il problema e serve una via di fuga.
Fase 5: Programma “Uscita discreta”: ridimensioni il progetto, trasferisci gli asset a qualcuno del posto, perdi i soldi ma almeno salvi la faccia.
Marocco e Israele hanno fatto diversamente
Il Marocco ha costruito un Piano agricolo nazionale serio: il Plan Maroc Vert. Ha aperto al capitale estero in modo strutturato, sviluppato le infrastrutture idriche e si è integrato con l’Europa facendo dell’agricoltura export una priorità industriale dello Stato.
Israele ha preso un’altra strada: non bonifica, ingegnerizza. Irrigazione a goccia, ricerca scientifica continua, efficienza idrica altissima, scala controllata, tecnologia proprietaria, integrazione totale tra difesa, tech e agricoltura.
L’Algeria invece è un’altra cosa. Stato centralizzato, burocrazia pesante, economia ancora dipendente dal petrolio e dal gas e soprattutto: l’agricoltura non è mai stata davvero industrializzata. Ci sarà un perché?
In Algeria non basta essere bravi a coltivare, servirebbe essere agricoltore, diplomatico, finanziere e assicuratore insieme.
Italia e Algeria
L’Italia ha interessi reali in Algeria ma non nell’agricoltura desertica ma, per dirne una, nel gas essendo Algeri un fornitore strategico. I rapporti tra i due paesi possono sicuramente essere importanti per una questione di stabilità mediterranea: se il sud algerino è stabile, c’è meno pressione sul Sahel, meno problemi di sicurezza, questo è un reale interesse. Senza contare la casella denominata “competizione”, ci sono Cina, Turchia e Russia, essere presenti in Nord Africa conta e non poco
Un altro punto di vista?
Chi investe in agricoltura nelle terre aride algerine non lo fa per guadagnare sui raccolti, lo fa per influenza geopolitica di lungo periodo, per stabilizzare la regione, per controllare i flussi migratori, per posizionarsi strategicamente.
Il margine agricolo è secondario.
Il problema è che la terra arida non perdona. Senza garanzie sovrane solide, senza assicurazione multilaterale, senza una disciplina industriale ferrea, il rischio sistemico mangia il rendimento.
La differenza fondamentale è questa: in Marocco l’agricoltura è un pilastro dell’economia, in Algeria è un complemento della politica e questo cambia completamente le regole del gioco signori!
Mentre i diplomatici firmano protocolli e i politici parlano di cooperazione, i dati restano lì.
Il deserto non fa sconti.




