Guerra senza fine: la Cisgiordania tra annessione e violenza dei coloni
Non sembra esserci pace per i Palestinesi visto che dopo gli accordi di pace con i quali Israele e Hamas sembrerebbero aver cessato l’ostilità, la Cisgiordania è tornata al centro del conflitto israelo-palestinese con una portata devastante che rischia di modificare per sempre gli equilibri territoriali nella regione. Con 25 voti favorevoli e 24 contrari, il parlamento israeliano ha approvato in via preliminare un disegno di legge per applicare la sovranità israeliana sulla Cisgiordania, segnando un punto di non ritorno nelle ambizioni territoriali dello Stato ebraico. Mentre il mondo osserva gli sviluppi della tregua a Gaza, nella West Bank si consuma una silenziosa ma brutale campagna di espansione coloniale che sta letteralmente svuotando i territori palestinesi dai loro abitanti originari.
Un voto che cambia tutto
Il voto procedurale, che precede le tre votazioni obbligatorie prima che la proposta diventi effettivamente legge, è stato presentato dal parlamentare Avi Maoz, del partito di estrema destra Noam, con il sostegno di altre formazioni del sionismo religioso. La mozione non è passata inosservata sulla scena internazionale.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha affermato che l’annessione sarebbe una “minaccia per l’accordo di pace”, ribadendo che gli Stati Uniti non sosterrebbero questa mossa. Anche il vicepresidente JD Vance ha definito il voto una “stupida trovata politica”, evidenziando le preoccupazioni dell’amministrazione Trump.
La proposta di annessione rappresenta il culmine di un processo iniziato decenni fa. Israele ha strappato la Cisgiordania al regno hashemita di Giordania durante la guerra dei Sei giorni, e ha successivamente favorito la nascita delle colonie che ospitano oltre mezzo milione di israeliani, a fronte di circa tre milioni di palestinesi che vivono nella regione sotto occupazione militare. Questo squilibrio demografico e di potere si è progressivamente accentuato, trasformando la vita quotidiana dei palestinesi in un inferno fatto di restrizioni, umiliazioni e paura costante.
La violenza dei coloni: un sistema di terrore organizzato
La strategia di annessione non si consuma solo nelle aule parlamentari o attraverso decreti governativi. Sul terreno, la realtà è fatta di violenza quotidiana, intimidazioni sistematiche e un progressivo svuotamento delle comunità palestinesi. Secondo l’Ocha, circa 487 persone palestinesi, tra cui 90 minori, sono state uccise durante le operazioni militarizzate di rastrellamento effettuate nelle città di Jenin, Tulkarem, Nablus e Tubas, nel nord della Cisgiordania. Ma non sono solo le forze regolari israeliane a seminare morte e distruzione.
I coloni hanno ucciso sei palestinesi e hanno ferito altre 356 persone, la maggioranza delle quali in località rurali come le colline a sud di Nablus, le colline a sud di Hebron e in aree di Gerusalemme Est. Questi numeri, già drammatici, raccontano solo una parte della storia. La violenza dei coloni si manifesta in forme diverse e capillari: dall’ingresso forzato nelle case palestinesi, al furto sistematico di bestiame, dalla distruzione dei raccolti all’avvelenamento degli alberi di ulivo, simbolo stesso della presenza palestinese sulla terra.
Da una media di due attacchi al giorno nel 2022 si è passati a una media di quattro attacchi al giorno nel 2024, con un’escalation che ha raggiunto livelli senza precedenti. L’Ocha ha documentato quasi duemila casi di violenze dei coloni che hanno costretto oltre 300 famiglie, per un totale di circa milleottocento persone compresi oltre 850 minorenni, a lasciare le loro terre tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024. Dietro questi numeri ci sono storie di famiglie spezzate, di agricoltori che non possono più coltivare i propri campi, di pastori che hanno perso le loro greggi, di bambini terrorizzati che crescono in un clima di paura permanente.
L’impunità come strumento di politica
Ciò che rende questa violenza ancora più sconvolgente è l’assoluta impunità di cui godono i coloni. Tra il 2005 e il 2024, il 94% dei casi di reati a sfondo ideologico commessi da israeliani contro palestinesi nei territori occupati sono stati chiusi senza un’incriminazione. Questo dato non è il risultato di una cattiva gestione amministrativa, ma di una scelta politica precisa. La polizia israeliana, che dovrebbe far rispettare la legge penale sui civili in Cisgiordania, sistematicamente fallisce nel suo compito quando le vittime sono palestinesi.
Il New York Times in una lunga inchiesta intitolata “Gli impuniti” pubblicata nel maggio 2024 sostiene che le autorità israeliane ignorino in modo sistematico le violenze dei coloni. In molti casi, le stesse forze di sicurezza israeliane collaborano attivamente con i coloni o rimangono inerti di fronte alle aggressioni. La violenza dei coloni, aiutata o nel migliore dei casi ignorata dalle autorità israeliane, ha eroso gravemente e sistematicamente la resistenza delle comunità di pastori palestinesi.
La strategia è chiara e ben pianificata. I coloni prendono le cime delle colline per controllare chi passa nelle strade sotto, tendono a circondare con i loro avamposti le aree dei palestinesi che vogliono cacciare, non creano colonie a caso ma scelgono le posizioni in modo da isolare le cittadine palestinesi con poche mosse e rompere la continuità territoriale dei palestinesi. Il principio è quello del minimo sforzo per ottenere la maggiore estensione di terreno possibile.
Gli avamposti pastorali: la nuova frontiera dell’occupazione
Una delle tecniche più efficaci e insidiose utilizzate dai coloni sono i cosiddetti “avamposti pastorali”. A differenza degli insediamenti consolidati, che hanno confini ben definiti e richiedono ingenti risorse, questi avamposti pastorali si espandono fino a dove il pastore sceglie di spingersi, richiedono infrastrutture minime e spesso sono composti solo da una giovane famiglia e da alcuni volontari. Questa modalità di occupazione facilita il furto della terra più rapidamente degli insediamenti tradizionali e favorisce lo sfollamento forzato dei palestinesi.
I coloni che erigono questi avamposti tendono a essere particolarmente violenti e aggressivi. Le loro azioni includono il lancio di pietre, il danneggiamento delle proprietà palestinesi e minacce ai pastori mentre si muovono su quad o cavalli. La Valle del Giordano, area strategica per qualsiasi futura entità statale palestinese, è stata particolarmente colpita da questa strategia. Secondo un rapporto congiunto di Yesh Din e Physicians for Human Rights Israel, 100.000 dunams di terra a est della Allon Road sono stati quasi svuotati dai palestinesi.
Il ruolo del governo Netanyahu
L’escalation della violenza dei coloni e l’accelerazione dei progetti di annessione non sono fenomeni casuali o spontanei. Dal 2018 in poi sono andate al potere coalizioni collocate sempre più a destra sullo spettro politico, all’interno delle quali molte delle figure di spicco sono proprio coloni come Itamar Ben-Gvir, l’attuale ministro della Sicurezza nazionale, e Bezalel Smotrich, l’attuale ministro delle Finanze. Questi ministri non nascondono le proprie ambizioni territoriali e lavorano attivamente per realizzarle.
Proprio Smotrich a inizio settembre ha presentato un progetto per annettere l’82% di quello che anche il governo chiama con i nomi di Giudea e Samaria. Il governo ha inoltre approvato piani di espansione senza precedenti. Nel maggio 2025 il governo ha approvato un piano di espansione delle colonie che prevede la costruzione di ventidue nuovi insediamenti. Secondo il ministro della Difesa Israel Katz, si tratta di “una mossa strategica che impedisce la creazione di uno Stato palestinese” e di “una decisione chiara sul futuro del Paese”.
La Cisgiordania nella morsa: violenza, demolizioni e trasferimenti forzati
La violenza dei coloni è solo una componente di un sistema più ampio di oppressione. Secondo l’Ong B’Tselem, l’amministrazione militare israeliana ha sottoposto le popolazioni di sei villaggi palestinesi della Cisgiordania a trasferimento forzato, demolendo le loro case e minacciando almeno altre 40 comunità, ognuna delle quali contava diverse centinaia di abitanti. Le forze israeliane lasciano che i coloni terrorizzino la popolazione nell’impunità, o li incoraggiano a farlo, partecipando in alcune occasioni alla violenza.
Israele ha istituito 43 nuovi insediamenti in Cisgiordania che si sono aggiunti ai circa altri 330 costruiti negli anni precedenti. Parallelamente, circa 2.400 ettari di terreno della Cisgiordania sono stati dichiarati da Israele terreno demaniale, la più vasta confisca di territorio operata nell’Opt dal 1992.
Il sistema sanitario palestinese è stato anch’esso preso di mira. Tra ottobre 2023 e dicembre 2024, l’OMS ha registrato 694 attacchi all’assistenza sanitaria in Cisgiordania, con ospedali e strutture sanitarie spesso assediati dalle forze militari. I pazienti palestinesi muoiono perché non possono raggiungere gli ospedali, le ambulanze vengono bloccate ai posti di blocco mentre trasportano pazienti in condizioni critiche, e gli operatori sanitari subiscono violenze mentre cercano di salvare vite umane.
La raccolta delle olive: quando un gesto millenario diventa un campo di battaglia
La stagione della raccolta delle olive, tradizione millenaria che segna il ritmo della vita agricola palestinese, è diventata negli ultimi anni un periodo di particolare vulnerabilità. Nella sola settimana dal 7 al 13 ottobre 2025 sono stati registrati 71 episodi di violenza, con almeno 99 feriti, diversi veicoli distrutti e oltre 1.400 alberi abbattuti. Migliaia di ulivi sono stati sradicati o avvelenati, in un’operazione che ha tanto di simbolico quanto di economicamente distruttivo.
Gli attacchi durante la raccolta delle olive hanno un obiettivo preciso: intimidire i palestinesi e spingerli a lasciare le loro terre, favorendo così l’espansione delle colonie. È una forma di guerra psicologica tanto efficace quanto brutale. Se un agricoltore non può più raggiungere i propri campi per paura di essere aggredito, se i suoi alberi vengono sistematicamente distrutti, se ogni gesto quotidiano diventa un rischio per la propria incolumità, alla fine abbandonerà la sua terra. Ed è esattamente questo l’obiettivo.
Il silenzio complice della comunità internazionale
Di fronte a questa escalation, la reazione della comunità internazionale è stata nel migliore dei casi timida, nel peggiore complice. L’Autorità nazionale palestinese ha dichiarato di “respingere e condannare con la massima fermezza” i tentativi di annettere territori palestinesi, affermando che i territori “occupati in Cisgiordania, compresa Gerusalemme, e a Gaza, costituiscono un’unica entità geografica” su cui Israele “non detiene alcuna sovranità”. Una posizione condivisa da gran parte della comunità internazionale, ma che rimane lettera morta senza un’applicazione concreta.
Nel 2024 la Corte principale delle Nazioni Unite ha affermato che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, compresa la Cisgiordania, e i suoi insediamenti in quella zona sono illegali e dovrebbero essere ritirati il prima possibile. Eppure, il processo di colonizzazione continua inesorabile. L’Unione Europea ha imposto alcune sanzioni simboliche contro coloni particolarmente violenti, ma si tratta di misure insufficienti di fronte a un sistema di oppressione che gode di sostegno governativo.
L’indifferenza dell’Occidente permette alle politiche israeliane sugli insediamenti e alla violenza dei coloni di proseguire e di essere al di sopra della legge. Addirittura, l’amministrazione Trump ha revocato tutte le sanzioni imposte dall’Amministrazione Biden nei confronti di alcuni coloni israeliani particolarmente violenti, mandando un segnale chiaro sulla direzione della politica americana.
La morte della soluzione dei due Stati
Lo scorso agosto era stato approvato il controverso progetto “E1”, messo a punto dal ministro dell’estrema destra Bezalel Smotrich, che nell’approvare 3.400 nuove unità abitative tra Gerusalemme e l’insediamento Ma’ale Adumim divide di fatto la Cisgiordania in due, rendendo impossibile qualsiasi continuità territoriale per un futuro Stato palestinese.
La soluzione dei due Stati, per decenni considerata l’unico sbocco possibile al conflitto israelo-palestinese, appare oggi più lontana che mai. Il voto della Knesset rappresenta un passo ulteriore verso il consolidamento dell’occupazione israeliana nei Territori palestinesi e un segnale politico chiaro: la soluzione dei due Stati, sostenuta dalla maggior parte della comunità internazionale, è sempre più lontana.
Tra il gennaio 2024 e l’aprile 2025, più di seicento palestinesi sono stati uccisi da soldati e coloni israeliani in Cisgiordania. Oltre alle vittime, ci sono migliaia di feriti, arresti arbitrari, detenzioni amministrative senza processo, episodi di tortura documentati. Secondo l’Ong Hamoked, a fine anno circa 5.262 palestinesi erano in detenzione senza accusa né processo.
Le condizioni nelle carceri israeliane sono drammatiche. Dalle testimonianze di persone detenute che sono state scarcerate e del personale carcerario è emerso l’uso abituale di gravi violenze fisiche, tra cui aggressioni sessuali e stupri, contro palestinesi in tutte le strutture di detenzione. Il diniego di sufficiente cibo, acqua, accesso alla luce naturale e assistenza medica era una prassi sistematica. Almeno 54 palestinesi hanno perso la vita mentre erano in custodia nel periodo considerato.
La situazione economica è altrettanto disastrosa. Il nord della Cisgiordania ha visto un drastico impoverimento delle condizioni di vita e di tutti gli indicatori economici, dovuto in primo luogo alla crescente disoccupazione e alle restrizioni nei confronti dei palestinesi che lavoravano in Israele e negli insediamenti. La crisi economica si somma alla crisi di sicurezza, creando una spirale di disperazione dalla quale è sempre più difficile uscire.




