Il conflitto russo-ucraino: un’analisi geopolitica
La guerra tra Russia e Ucraina, esplosa nel febbraio 2022 con l’invasione su larga scala ordinata da Vladimir Putin, rappresenta uno degli eventi più drammatici della storia europea post-Guerra Fredda. Tuttavia, per comprendere appieno questa tragedia, occorre andare molto oltre la cronaca degli ultimi anni e immergersi nelle complesse dinamiche storiche, identitarie e geopolitiche che hanno plasmato i rapporti tra questi due paesi.
Le origini storiche: dalla Rus’ di Kiev all’impero russo
La questione delle origini storiche costituisce uno degli elementi più contesi nella narrazione del conflitto. Mosca ha spesso rivendicato una continuità storica tra la Rus’ di Kiev, lo stato medievale slavo orientale con centro nell’attuale Ucraina, e la moderna Russia. Questa lettura, tuttavia, semplifica eccessivamente una realtà molto più articolata. La Rus’ di Kiev, fiorita tra il IX e il XIII secolo, rappresentava effettivamente un’entità politica e culturale comune agli antenati di russi, ucraini e bielorussi, ma la sua eredità è stata rivendicata in modo diverso dai vari popoli slavi orientali.
Dopo l’invasione mongola del XIII secolo, i territori dell’attuale Ucraina seguirono percorsi storici distinti rispetto a quelli del Granducato di Mosca. L’Ucraina occidentale entrò nell’orbita del Regno di Polonia e del Granducato di Lituania, mentre le terre orientali e meridionali rimasero più a lungo sotto il controllo dei successori dell’Orda d’Oro. Questa divisione lasciò tracce profonde nell’identità culturale e religiosa delle diverse regioni ucraine.
Il periodo cosacco rappresenta un capitolo fondamentale nella formazione dell’identità nazionale ucraina. I cosacchi zaporizhiani, guerrieri liberi che controllavano le steppe del sud, crearono una società militare semi-democratica che divenne simbolo di indipendenza e libertà per la coscienza nazionale ucraina. La loro ribellione contro il dominio polacco-lituano, culminata nell’Hetmanato cosacco del XVII secolo, segnò un momento cruciale. Tuttavia, il Trattato di Perejaslav del 1654, con cui l’hetman Bohdan Chmel’nyc’kyj si alleò con lo zar di Mosca, viene interpretato in modo radicalmente diverso dalle due nazioni: per la Russia come atto di unificazione volontaria, per l’Ucraina come alleanza militare temporanea poi tradita.
L’epoca imperiale e sovietica: tra russificazione e affermazione nazionale
L’incorporazione progressiva dei territori ucraini nell’Impero russo comportò una sistematica politica di russificazione. Caterina II, dopo aver smantellato l’autonomia cosacca nel XVIII secolo, promosse la colonizzazione russa delle terre meridionali, creando quella che venne chiamata “Novorossija” (Nuova Russia), termine che Vladimir Putin avrebbe poi riportato in auge nel XXI secolo per rivendicare i territori del sud-est ucraino.
Durante il XIX secolo, nonostante le repressioni, si sviluppò un movimento nazionale ucraino che trovava espressione nella letteratura, nella cultura e nelle rivendicazioni politiche. Figure come lo scrittore Taras Ševčenko contribuirono a forgiare una moderna identità nazionale ucraina distinta da quella russa. L’Impero zarista rispose con divieti all’uso della lingua ucraina nell’istruzione e nella pubblicazione, tentando di affermare l’idea che l’ucraino fosse semplicemente un dialetto russo.
Il crollo dell’Impero russo nel 1917 aprì una breve finestra di opportunità per l’indipendenza ucraina. Tra il 1917 e il 1921, diversi governi e forze politiche contesero il controllo del territorio, dalla Repubblica Popolare Ucraina all’Etmanato, dalle forze bianche a quelle bolsceviche. Alla fine, l’Ucraina venne incorporata nell’Unione Sovietica come repubblica costituente, ma questo non spense le aspirazioni nazionali.
L’epoca sovietica lasciò cicatrici profondissime nella memoria collettiva ucraina. L’Holodomor, la terribile carestia del 1932-1933 causata dalle politiche di collettivizzazione forzata di Stalin, provocò milioni di morti e viene oggi riconosciuta da molti paesi come genocidio. Questo evento traumatico consolidò il risentimento verso Mosca in ampie fasce della popolazione. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Ucraina divenne teatro di alcuni degli scontri più feroci, e la questione della collaborazione di alcuni gruppi nazionalisti ucraini con i nazisti contro i sovietici rimane ancora oggi strumentalizzata nella propaganda russa per “denazificare” l’Ucraina.
Nel periodo post-staliniano, l’Ucraina sovietica conobbe una certa rivitalizzazione culturale, pur entro i limiti del sistema. Il trasferimento della Crimea dall’amministrazione russa a quella ucraina nel 1954, deciso da Nikita Chruščëv per celebrare il trecentesimo anniversario del Trattato di Perejaslav, avrebbe assunto un’importanza strategica fondamentale decenni dopo.
L’indipendenza e la difficile transizione post-sovietica
Il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 portò all’indipendenza dell’Ucraina, sancita da un referendum in cui oltre il novanta percento della popolazione votò a favore della separazione da Mosca. Tuttavia, la nuova nazione ereditò problemi strutturali enormi: un’economia devastata dalla transizione, istituzioni deboli, corruzione dilagante e profonde divisioni interne tra regioni con orientamenti culturali e politici diversi.
Le regioni occidentali, come la Galizia, che avevano fatto parte dell’Impero austro-ungarico e poi della Polonia fino al 1939, manifestavano un orientamento più marcatamente nazionalista e filo-occidentale. Il centro del paese, con Kiev, tendeva a posizioni più moderate. Le regioni orientali e meridionali, con una maggiore presenza di popolazione russofona e legami economici più stretti con la Russia, mostravano atteggiamenti più ambivalenti verso l’indipendenza e più nostalgici verso l’epoca sovietica.
La Crimea rappresentava un caso particolare. Con una maggioranza di popolazione russa, trasferita nella penisola soprattutto dopo la deportazione dei tatari di Crimea da parte di Stalin nel 1944, e sede della flotta russa del Mar Nero a Sebastopoli, la penisola manteneva forti legami con Mosca. Nel 1994, il Memorandum di Budapest garantì l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio della rinuncia al suo arsenale nucleare, il terzo più grande al mondo. Questo accordo, firmato da Russia, Stati Uniti e Regno Unito, sarebbe stato tragicamente violato vent’anni dopo.
Le Rivoluzioni Colorate e l’allarme di Mosca
La Rivoluzione Arancione del 2004 rappresentò un punto di svolta fondamentale. Le proteste di massa contro i brogli elettorali che avrebbero dovuto favorire il candidato filo-russo Viktor Janukovyč portarono alla vittoria di Viktor Juščenko, favorevole a un avvicinamento all’Unione Europea e alla NATO. Per il Cremlino, questo evento costituì un campanello d’allarme: la possibilità che l’Ucraina si orientasse definitivamente verso l’Occidente era percepita come una minaccia esistenziale agli interessi russi.
Vladimir Putin, tornato alla presidenza nel 2000 dopo l’epoca caotica di Boris Eltsin, aveva iniziato a ricostruire il potere dello stato russo e a riaffermare la sua influenza nello spazio post-sovietico. La sua visione geopolitica considerava l’Ucraina non come uno stato pienamente sovrano, ma come parte integrante di una sfera d’influenza russa naturale. L’espansione della NATO verso est, con l’inclusione di ex stati del Patto di Varsavia e persino di repubbliche baltiche ex-sovietiche, era stata osservata con crescente allarme da Mosca.
Nel 2008, durante il vertice NATO di Bucarest, Stati Uniti e alcuni alleati spinsero per offrire a Ucraina e Georgia una prospettiva di adesione all’Alleanza Atlantica. Sebbene Germania e Francia si opposero a un piano di adesione immediato, la dichiarazione finale affermò che questi paesi sarebbero diventati membri in futuro. Putin interpretò questa mossa come una provocazione inaccettabile. Pochi mesi dopo, la Russia intervenne militarmente in Georgia, sostenendo le regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud in un breve conflitto che dimostrava la determinazione del Cremlino a impedire l’espansione occidentale ai suoi confini.
Euromajdan e l’inizio della crisi
Il ritorno al potere di Viktor Janukovyč nel 2010 sembrò temporaneamente stabilizzare i rapporti con Mosca. Tuttavia, il presidente ucraino tentava una politica di equilibrio tra Russia e Occidente, negoziando contemporaneamente con l’Unione Europea per un Accordo di Associazione. Nel novembre 2013, sotto forte pressione russa e con l’offerta di generosi incentivi economici da parte di Putin, Janukovyč annunciò la sospensione dei negoziati con l’UE.
Questa decisione scatenò massicce proteste a Kiev, conosciute come Euromajdan o Rivoluzione della Dignità. Per tre mesi, centinaia di migliaia di ucraini occuparono piazza Indipendenza, chiedendo l’integrazione europea e riforme democratiche. Il movimento aveva caratteristiche complesse: da un lato esprimeva aspirazioni genuine verso un modello europeo di governance e rule of law, dall’altro includeva anche componenti nazionaliste radicali che Mosca avrebbe poi strumentalizzato nella sua propaganda.
Nel febbraio 2014, la violenta repressione delle proteste causò decine di morti. Janukovyč fu costretto alla fuga in Russia, e si formò un nuovo governo filo-occidentale. Per Putin, questo rappresentava non solo la perdita dell’Ucraina dalla sfera d’influenza russa, ma l’affermazione di un pericoloso precedente: la possibilità che rivoluzioni popolari potessero rovesciare leader vicini a Mosca. Il timore che un movimento simile potesse svilupparsi in Russia stessa costituiva una preoccupazione centrale per il regime del Cremlino.
L’annessione della Crimea e la guerra nel Donbass
La risposta di Mosca fu rapida e decisiva. Nel marzo 2014, forze speciali russe senza insegne, i cosiddetti “omini verdi”, presero il controllo della Crimea. Un referendum organizzato in condizioni discutibili e non riconosciuto dalla comunità internazionale sancì l’annessione della penisola alla Federazione Russa. Putin giustificò questa mossa come protezione della popolazione russofona e risposta a un “colpo di stato” illegittimo a Kiev, oltre che come correzione di un “errore storico” del periodo sovietico.
Quasi contemporaneamente, nelle regioni orientali del Donbass, nelle province di Donetsk e Luhansk, insorsero movimenti separatisti appoggiati militarmente e politicamente dalla Russia. Iniziò così un conflitto che, nei successivi otto anni, avrebbe causato oltre quattordicimila morti. Le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk controllavano parte dei rispettivi territori, sostenute da armi, consiglieri militari e, secondo prove raccolte da organizzazioni internazionali, da unità regolari dell’esercito russo, ufficialmente presenti come “volontari”.
Gli Accordi di Minsk, negoziati nel 2014 e 2015 con la mediazione di Francia e Germania, avrebbero dovuto portare alla pacificazione attraverso un complesso schema che prevedeva autonomia speciale per le regioni separatiste all’interno dell’Ucraina. Tuttavia, questi accordi rimasero lettera morta: Kiev temeva che l’autonomia delle regioni del Donbass avrebbe dato a Mosca un potere di veto sulla politica estera ucraina, mentre i separatisti, sostenuti dalla Russia, non erano interessati a reintegrarsi nell’Ucraina.
Il lento scivolamento verso la guerra totale
Tra il 2014 e il 2022, l’Ucraina operò una profonda trasformazione. L’esercito, che nel 2014 era risultato largamente inefficace, venne riorganizzato e addestrato con l’aiuto occidentale, in particolare americano, britannico e canadese. La società civile si mobilitò, sviluppando un più forte senso di identità nazionale che trascendeva le divisioni linguistiche e regionali. L’elezione nel 2019 di Volodymyr Zelens’kyj, attore e comico senza esperienza politica che aveva fatto campagna su una piattaforma di pace e lotta alla corruzione, sembrò inizialmente aprire spazi di dialogo con Mosca.
Tuttavia, Putin aveva progressivamente indurito le sue posizioni. Nel luglio 2021, pubblicò un lungo saggio intitolato “Sull’unità storica di russi e ucraini”, in cui argomentava che i due popoli erano essenzialmente uno solo e che l’Ucraina come stato separato era una costruzione artificiale creata dai bolscevichi. Questa visione negava implicitamente la legittimità stessa dell’esistenza dell’Ucraina come nazione indipendente.
La NATO continuava a rappresentare un’ossessione per il Cremlino. Nonostante l’adesione ucraina rimanesse una prospettiva remota, per Mosca anche solo la possibilità teorica era inaccettabile. Putin esigeva garanzie formali che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nell’Alleanza Atlantica e che la NATO si sarebbe ritirata dalle posizioni raggiunte dopo il 1997. L’Occidente respinse queste richieste come incompatibili con il principio della sovranità nazionale e del diritto di ogni paese di scegliere le proprie alleanze.
Nella primavera del 2021, la Russia iniziò a concentrare truppe ai confini ucraini. Dopo un parziale ritiro estivo, nell’autunno l’ammassamento riprese con maggiore intensità. Intelligence occidentali lanciarono ripetuti allarmi sull’imminenza di un’invasione, mentre Mosca negava qualsiasi intenzione aggressiva parlando di “normali esercitazioni militari”. Molti osservatori, anche in Ucraina, rimasero scettici fino all’ultimo: un’invasione su larga scala sembrava irrazionale, troppo costosa militarmente ed economicamente, destinata a provocare una reazione occidentale severa.
L’invasione e le sue giustificazioni
All’alba del 24 febbraio 2022, la Russia lanciò quella che il Cremlino definì “operazione militare speciale”, un’invasione su larga scala dell’Ucraina da più direzioni: dalla Bielorussia verso Kiev, dalla Russia verso Kharkiv e il Donbass, dalla Crimea verso nord. Gli obiettivi dichiarati erano la “denazificazione” e la “demilitarizzazione” dell’Ucraina, la protezione delle popolazioni del Donbass da un presunto genocidio, e la prevenzione di una minaccia alla sicurezza russa.
Queste giustificazioni vennero ampiamente rigettate dalla comunità internazionale come pretestuose. Il governo ucraino, guidato da un presidente di origine ebraica i cui parenti erano morti nell’Olocausto, difficilmente poteva essere definito nazista. Le accuse di genocidio nel Donbass non trovavano riscontro nelle evidenze raccolte da osservatori internazionali. La reale motivazione appariva essere il tentativo di rovesciare il governo democraticamente eletto a Kiev, installare un regime allineato a Mosca, e potenzialmente smembrare l’Ucraina come stato sovrano.
La resistenza ucraina superò le aspettative russe e occidentali. Kiev non cadde nelle prime settimane, come evidentemente speravano i pianificatori russi. Zelens’kyj, che molti credevano sarebbe fuggito, rimase nella capitale diventando il simbolo della resistenza con il suo messaggio “Ho bisogno di munizioni, non di un passaggio”. L’esercito e la popolazione civile ucraini opposero una difesa tenace, mentre l’Occidente rispose con sanzioni economiche senza precedenti contro la Russia e con forniture militari massicce all’Ucraina.
Le dimensioni geopolitiche profonde del conflitto
Al di là delle narrative storiche e delle giustificazioni immediate, il conflitto russo-ucraino si inserisce in dinamiche geopolitiche più ampie che ridefiniscono l’ordine internazionale post-Guerra Fredda. Per la Russia di Putin, il conflitto rappresenta il culmine di decenni di risentimento verso quello che il Cremlino percepisce come umiliazione post-sovietica e espansione ingiustificata dell’influenza occidentale. La visione russa vede la NATO non come alleanza difensiva ma come strumento di accerchiamento strategico, e interpreta l’adesione all’UE dei paesi dell’Europa orientale come sottrazione di territori dalla legittima sfera d’influenza russa.
Questa prospettiva si radica in una concezione della sicurezza basata su sfere d’influenza e stati cuscinetto, tipica della geopolitica classica ottocentesca, in contrasto con l’ordine liberale internazionale basato su sovranità, autodeterminazione e istituzioni multilaterali che l’Occidente sostiene di promuovere. Il paradosso è che proprio le azioni aggressive russe hanno rafforzato la coesione della NATO e spinto paesi tradizionalmente neutrali come Finlandia e Svezia a richiedere l’adesione all’Alleanza, ottenendo esattamente l’opposto di quanto Mosca dichiarava di voler prevenire.
Per l’Ucraina, il conflitto rappresenta una lotta esistenziale per preservare la propria identità nazionale e sovranità statale. Il fatto che la resistenza sia stata sostenuta anche nelle regioni russofone, come dimostrato dalla feroce difesa di Mariupol o dalla liberazione di Kherson, ha confutato la narrazione russa di un’Ucraina artificialmente divisa che avrebbe accolto i russi come liberatori. La guerra ha paradossalmente consolidato un’identità nazionale ucraina più forte e unitaria di quanto non fosse mai stata nella storia post-indipendenza del paese.
Per l’Occidente, il conflitto ha rappresentato una sfida fondamentale all’ordine basato su regole che i paesi democratici sostengono di difendere. L’invasione ha violato principi basilari del diritto internazionale come l’integrità territoriale e il divieto dell’uso della forza, contenuti nella Carta delle Nazioni Unite. La risposta occidentale, attraverso sanzioni e sostegno militare all’Ucraina, riflette la preoccupazione che cedere all’aggressione russa creerebbe un precedente pericoloso per altre potenze revisioniste, dalla Cina che guarda a Taiwan ad altri attori regionali.
La dimensione economica ed energetica ha giocato un ruolo cruciale. La dipendenza europea dal gas russo ha limitato inizialmente la severità delle sanzioni, mentre Mosca ha usato le forniture energetiche come arma geopolitica. Il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nel settembre 2022, di cui la responsabilità rimane oggetto di indagine, ha simbolizzato la rottura definitiva dei legami economici tra Russia ed Europa costruiti nel periodo post-Guerra Fredda.
Quali prospettive per la fine della guerra ?
La guerra russo-ucraina non può essere ridotta a una singola causa o a una narrativa semplificata. È il prodotto di secoli di storia condivisa e contesa, di memorie storiche incompatibili, di aspirazioni nazionali in conflitto, e di visioni geopolitiche inconciliabili sull’ordine europeo post-sovietico. Le responsabilità della guerra ricadono primariamente sulla decisione di Vladimir Putin di lanciare un’invasione illegale, ma la comprensione profonda del conflitto richiede di esaminare le complesse dinamiche che hanno portato a questo punto di rottura.
L’eredità di questo conflitto segnerà il futuro dell’Europa e delle relazioni internazionali per generazioni. Ha ridefinito le alleanze, accelerato trasformazioni economiche e strategiche, e posto fine all’illusione post-Guerra Fredda che l’Europa potesse godere di una pace perpetua garantita dall’integrazione economica e dalle istituzioni internazionali. La questione di come e quando questo conflitto si concluderà rimane aperta, così come restano incerti i confini futuri, gli assetti di sicurezza, e la possibilità di una qualche forma di riconciliazione tra popoli la cui storia comune è ora macchiata dal sangue di una guerra che molti speravano appartenesse al passato europeo.




