La guerra civile in Yemen: un conflitto nazionale dai risvolti internazionali.
Lo Yemen è teatro di una delle più gravi crisi umanitarie del XXI secolo, un conflitto complesso che dal 2014 ha trasformato il paese più povero della penisola arabica in un inferno in terra. Quella che inizialmente appariva come una guerra civile locale si è rapidamente trasformata in un conflitto regionale dai contorni internazionali, dove potenze mediorientali e interessi globali si intrecciano sul territorio di una nazione allo stremo.
Le origini della guerra affondano nelle Primavere Arabe del 2011, quando le proteste popolari costrinsero alle dimissioni il presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da oltre tre decenni. Il suo vice, Abdrabbuh Mansur Hadi, assunse la presidenza in una transizione che avrebbe dovuto portare stabilità, ma che invece aprì la strada a nuove tensioni. Il movimento Houthi, un gruppo ribelle sciita proveniente dal nord del paese e a lungo marginalizzato dal potere centrale, vide nell’instabilità politica l’opportunità per espandere la propria influenza.
Nel settembre 2014, i ribelli Houthi conquistarono la capitale Sana’a, approfittando del malcontento popolare per le riforme economiche e della debolezza delle istituzioni. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2015, costrinsero il presidente Hadi a rassegnare le dimissioni e a rifugiarsi prima ad Aden, nel sud del paese, e successivamente in Arabia Saudita. Fu questo l’evento che internazionalizzò il conflitto.
Le forze internazionali in Yemen
Nel marzo 2015, l’Arabia Saudita guidò una coalizione di paesi arabi, con il sostegno logistico e militare di Stati Uniti e Regno Unito, lanciando l’operazione “Tempesta Decisiva” contro gli Houthi. Riyadh giustificò l’intervento come necessario per ripristinare il governo legittimo di Hadi e per contrastare l’influenza iraniana nella regione. Gli Houthi, infatti, ricevono supporto dall’Iran, il grande rivale regionale dell’Arabia Saudita, trasformando lo Yemen nel campo di battaglia di una guerra per procura tra le due potenze mediorientali.
Quello che doveva essere un intervento rapido si è trasformato in un pantano militare durato anni. La coalizione guidata dai sauditi ha condotto migliaia di raid aerei, molti dei quali hanno colpito infrastrutture civili, ospedali, scuole e mercati, causando vittime tra la popolazione inerme. Gli Houthi, dal canto loro, hanno lanciato missili e droni contro obiettivi in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, e hanno imposto un controllo autoritario sui territori sotto il loro dominio.
La dimensione umanitaria del conflitto è devastante. Secondo le Nazioni Unite, oltre 377.000 persone hanno perso la vita, la maggior parte a causa delle conseguenze indirette della guerra come fame, malattie e mancanza di servizi sanitari. Circa 24 milioni di yemeniti, oltre l’80% della popolazione, necessitano di assistenza umanitaria. Il paese è sull’orlo della carestia, con milioni di bambini che soffrono di malnutrizione acuta. Il sistema sanitario è collassato, rendendo impossibile affrontare epidemie di colera e altre malattie che si diffondono in assenza di acqua potabile e servizi igienici.
Il blocco navale imposto dalla coalizione saudita ha aggravato ulteriormente la situazione, impedendo l’arrivo di cibo, medicine e carburante in un paese che dipende dalle importazioni per il 90% del suo fabbisogno alimentare. Le infrastrutture sono state distrutte dai bombardamenti e il porto di Hodeida, vitale per l’ingresso degli aiuti umanitari, è stato teatro di scontri prolungati.
Il conflitto ha visto anche la frammentazione del panorama politico yemenita. Oltre agli Houthi e al governo in esilio di Hadi, sono emersi altri attori: gruppi separatisti nel sud del paese, sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti, che aspirano a ripristinare l’indipendenza dello Yemen del Sud esistente prima dell’unificazione del 1990; milizie tribali che combattono per interessi locali; e cellule di Al-Qaeda nella Penisola Arabica e dello Stato Islamico che hanno approfittato del caos per consolidare la loro presenza.
I tentativi falliti di pace
Negli ultimi anni si sono susseguiti vari tentativi di mediazione internazionale, principalmente sotto l’egida delle Nazioni Unite, ma con risultati limitati. Le tregue temporanee sono state ripetutamente violate e i negoziati di pace sono naufragati di fronte alle posizioni inconciliabili delle parti. Nel 2022, una tregua mediata dall’ONU ha portato a una significativa riduzione delle ostilità, offrendo un barlume di speranza, ma le tensioni rimangono elevate e gli scontri sporadici continuano.
La guerra in Yemen rappresenta anche una questione controversa sul piano internazionale. Le vendite di armi occidentali, in particolare britanniche e americane, alla coalizione saudita hanno sollevato interrogativi etici e legali, con organizzazioni per i diritti umani che documentano l’uso di queste armi in attacchi contro civili. Allo stesso tempo, il supporto iraniano agli Houthi alimenta le tensioni regionali e complica gli sforzi diplomatici.
Quello che emerge con chiarezza è che lo Yemen è diventato un simbolo del fallimento della comunità internazionale nel prevenire e risolvere i conflitti moderni. Mentre l’attenzione mediatica globale si concentra su altre crisi, il popolo yemenita continua a soffrire nell’indifferenza, intrappolato in una guerra che sembra non avere fine e che ha distrutto il tessuto sociale ed economico di un’intera nazione. La strada verso la pace appare ancora lunga e tortuosa, e richiederà non solo un cessate il fuoco duraturo, ma anche un impegno concreto per la ricostruzione e la riconciliazione nazionale in un paese lacerato da quasi un decennio di violenze.




