Juventus campione d’Italia, il sogno e’ diventato realta’

6 maggio, una data che fino a questa sera rappresentava poco o nulla per ogni juventino, se non per il fatto di essere il giorno immediatamente successivo a quello che, ormai ben 10 anni fa, regalò al popolo bianconero uno scudetto inaspettato e, forse proprio per questo, indimenticabile.

Da oggi invece, questa data, il 6 maggio, rappresenta un altro, l’ennesimo, forse il più bello, capitolo della storia juventina, quello da intitolare “La rinascita”, quello che, se fosse stato dipinto su tela da un artista (magari Pinturicchio), sarebbe stato sicuramente rappresentato come un stella che sconquassata, e con le punte brutalmente piegate dal vento che per 6 anni gli ha soffiato contro, sbotta e lotta fino a conquistare un posto nel firmamento splendente della squadra più titolata d’Italia, insieme alle sue due sorelle che sopra quello scudetto aspettavano già da un po’.

La Juventus, in questa data che ogni tifoso bianconero ricorderà per sempre, conquista meritatamente uno scudetto considerato un autentico miraggio alla vigilia del campionato, e lo fa da imbattuta, con la difesa più forte e meno perforata d’Europa e la grinta di chi ha una voglia matta di compiere un’impresa contro ogni pronostico, di scrivere la storia.

È lo scudetto di Antonio Conte, del condottiero, di colui che ha cambiato faccia e mentalità ad una Juve che si affacciava al campionato con la testa ed il morale incerottati, proveniente da due settimi posti, con una difesa considerata “colabrodo” e una rosa che, secondo gli esperti, mancava di quella qualità necessaria per poter ambire a qualcosa di importante. Eppure lui ha saputo creare dal nulla una macchina perfetta, guidata da un autista d’eccellenza, Andrea Pirlo, che ha magistralmente diretto il gioco bianconero per un’intera stagione, senza allentare mai la presa, senza mai smettere di disegnare geometrie su cui abilmente hanno posato i loro mattoni verso la costruzione dello scudetto quei lavoratori infaticabili che ruotavano attorno a lui. Il riferimento a Marchisio e Vidal è chiaro.

Il primo, nell’anno della sua consacrazione definitiva, della sua trasformazione da principino a re indiscusso del campionato italiano, incanta e morde la vittima come un cobra del deserto, realizzando ben nove gol, uno più bello dell’altro e uno più importante dell’altro, dalla rete all’esordio contro il Parma a quella decisiva contro il Cesena all’andata, dalla doppietta contro il Milan al gol partita contro l’Inter. Il secondo, al suo primo anno in Italia, si è saputo adattare in maniera impressionante e con una velocità fuori dal normale alla realtà del nostro calcio, costringendo Conte ad abbandonare il suo tanto amato 4-2-4 per optare per un modulo che gli desse quello spazio necessario che lui, il Guerriero, ha saputo meritarsi a suon di gol.

È lo scudetto della difesa più forte d’Europa con i suoi 19 gol subiti in 37 gare di campionato. La retroguardia Barzagli-Chiellini-Bonucci ha saputo costruire, partita dopo partita, una diga insormontabile davanti ai guantoni di Gigi Buffon, anche lui decisivo nella strepitosa annata bianconera. Eppure proprio Buffon, il portiere più forte del mondo, dopo aver contribuito in maniera importante al raggiungimento della vetta del campionato, ha rischiato di rovinare la festa ai suoi tifosi: un controllo sbagliato e ultima chance scudetto regalata ai rivali del Milan. Ma, visto l’esito del torneo, l’errore del portierone sembra aver aggiunto quel pizzico di sale in più alla pietanza tricolore che alla fine la Juve ha divorato spietatamente: uno scudetto che sembrava, con tre punti di vantaggio, ormai scontato, è diventato ancora più bello da conquistare proprio perché sofferto ed aperto fino all’ultimo ad un epilogo temuto ma alla fine scongiurato.

È lo scudetto di Vucinic, dei suoi gol, pochi ma fondamentali, delle sue giocate di classe, dei tanti assist che hanno favorito i gol di Matri, in doppia cifra anche quest’anno, di Quagliarella, rientrato alla grande dal brutto infortunio che lo ha costretto a saltare la seconda metà del campionato passato, e di Marco Borriello, dapprima criticato poi osannato dai tifosi bianconeri, conquistati dai suoi gol e da quell’abbraccio con Conte all’interno del quale è sintetizzata tutta la compattezza di un gruppo unico e vincente.

È lo scudetto, forse l’ultimo, ma sicuramente il più bello, di Alessandro Del Piero, della sua linguaccia, puntuale come un orologio a pendolo, nella partita più importante della stagione, contro gli avversari più detestati, nel momento più delicato della partita. Nemmeno un regista hollywodiano avrebbe saputo scrivere un copione così perfetto. Lui, il capitano, relegato in panchina per una stagione intera, senza mai sbottare, senza mai parlare di sé ma pensando solo al bene della squadra, viene chiamato in causa per scendere nella mischia, e lui non solo risponde presente, ma sigla anche un gol storico, il primo per lui in campionato.

Non contento, allo stesso modo entra in campo contro la Lazio, poche giornate dopo, e sigla la rete della vittoria con una punizione magistrale, regalando alla sua squadra tre punti fondamentali in chiave scudetto, in una partita dominata dai bianconeri ma incredibilmente ferma sull’1-1. Ci voleva una giocata del grande campione per sbloccarla: la Juve ne aveva uno grandissimo in campo, Alessandro Del Piero.

Ma soprattutto, è lo scudetto dei 14 milioni di tifosi bianconeri, della loro voglia di riprendersi ciò che gli è stato sottratto, di rialzare la testa, di riconquistare un posto dal quale sono stati irruentemente spodestati, di ritornare a gioire per una maglia che, negli ultimi anni, è stata calpestata nella sua dignità, nell’orgoglio e nell’onore e che invece, da sempre, vuol dire rispetto, gloria, tricolore.

Giuseppe Ferrara

7 maggio 2012

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