Immigrazione in Italia, un problema da risolvere o un’opportunità da prendere?

Immigrazione in Italia, un problema da risolvere o un’opportunità da prendere?
L'immigrazione in Italia è un problema o un'occasione?

Innanzitutto occorre subito fare una precisa distinzione tra popolazione immigrata e popolazione straniera per non incorrere ad un’eventuale confusione. Per popolazione straniera si intende quella composta da tutti i residenti che hanno cittadinanza straniera, anche se sono nati in Italia; mentre la popolazione immigrata è composta da tutti i residenti che sono nati all’estero con cittadinanza straniera, anche se hanno successivamente acquisito la cittadinanza italiana.

L’Italia, tradizionale Paese d’emigrazione per gran parte della sua storia dall’unità in poi (con una punta massima nel 1913 di oltre 870.000 partenze), sta venendo a contatto negli ultimi decenni con il fenomeno dell’immigrazione, o meglio è dai primi anni del XXI secolo che è diventato un fenomeno caratterizzante della demografia del nostro Paese. Infatti, l’Italia è tra gli Stati europei che in quest’ultimo decennio hanno visto il più intenso incremento del flusso di immigrati. Secondo Eurostat, al 1° gennaio 2015 l’Italia era il quinto Paese dell’Unione europea per popolazione immigrata, ovvero nata all’estero, con 5,8 milioni di immigrati, dopo Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. Era invece il terzo Paese dell’Unione Europea per popolazione straniera, con 5 milioni di cittadini stranieri. Per numero di immigrati in percentuale rispetto al totale della popolazione residente, l’Italia si classificava al diciannovesimo posto (su 28) nell’Unione Europea (con il 9,5% di immigrati sul totale della popolazione), mentre per numero di stranieri all’undicesimo posto (con l’8,2% di stranieri).

Secondo i dati Istat relativi al bilancio demografico nazionale, alla data del 1° gennaio 2016, risultavano regolarmente residenti in Italia 5.026.153 cittadini stranieri, pari all’8,3% della popolazione residente totale (60.665.551 individui), praticamente invariati rispetto all’anno precedente (+0,23%, pari a 11.716 individui). Nel corso degli anni l’incremento della popolazione straniera residente è dovuto sia ad un saldo migratorio positivo tra immigrati ed emigrati, sia ad un saldo naturale positivo tra nati e morti. I dati sui cittadini stranieri residenti non includono gli stranieri naturalizzati italiani e i cittadini stranieri irregolari. Le acquisizioni di cittadinanza sono in costante aumento e tra coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel 2015 il 20% era precedentemente cittadino albanese e il 18% marocchino, ovvero apparteneva a due comunità straniere di più antico insediamento in Italia.

Immigrazione in Italia in base alle aree di provenienza

Se si analizza la situazione dell’immigrazione in Italia si possono individuare diverse fasi in base alle aree di provenienza. Nella prima (e parliamo degli anni settanta) c’è stato un dualismo tra immigrazione cattolica (donne domestiche) e islamica (uomini, in prevalenza da paesi africani: venditori ambulanti, edili, braccianti agricoli etc.). Nella seconda fase (anni novanta) c’è stato l’arrivo degli albanesi, delle nazionalità dell’Est e dei cinesi – con ancora una prevalenza maghrebina tra gli uomini. Nella terza fase (dopo il Duemila) le comunità maggiormente rappresentate erano quella marocchina e albanese. Negli ultimi anni poi c’è stato un deciso incremento dei flussi provenienti dall’Europa orientale, che hanno superato quelli relativi ai paesi del Nordafrica, molto forti fino agli anni novanta, ed in particolare si è verificato un rapido incremento della comunità rumena in Italia, che, nel 2007, è all’incirca raddoppiata. Le comunità che di recente hanno registrato un aumento maggiore provengono dall’Est Europa (Romania, Bulgaria, Moldavia, Ucraina e Polonia) e dall’Asia meridionale (rispettivamente, India, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka). Al 1° gennaio 2016, poco più del 30% dei residenti stranieri sono cittadini di un Paese dell’Unione europea, e oltre il 50% sono cittadini di un Paese europeo. I cittadini di Stati africani sono circa il 20% del totale, così come i cittadini di Stati asiatici.

Immigrazione in Italia, dove vanno a finire i migranti minori?

Lo scorso 8 settembre l’Oxfam ha pubblicato un rapporto da cui emerge che ogni giorno, in Italia, 28 bambini migranti e rifugiati non accompagnati spariscono nel nulla. L’Oxfam, una delle più importanti confederazioni internazionali nel mondo specializzata in aiuto umanitario e progetti di sviluppo, ha sottolineato anche come sia raddoppiato il numero dei minori arrivati soli quest’anno in Europa attraverso l’Italia: erano 13.705 a fine luglio contro i 12.360 in tutto il 2015 – «secondo i dati dell’UNHCR, dal 1° gennaio 2016 ad oggi, ben il 15% di tutti i migranti arrivati in Italia è rappresentato da bambini e ragazzi che viaggiano soli». Il tutto a fronte di un sistema di accoglienza che non riesce a fornire loro il supporto necessario. Nei primi sei mesi del 2016, 5.222 minori non accompagnati sono stati dichiarati «scomparsi»: si trattava di bambini scappati dai centri d’accoglienza per continuare il loro viaggio e raggiungere altri Paesi europei dove hanno conoscenti e parenti. Ragazzi che diventano così invisibili e sempre più a rischio, in quanto facilmente oggetti di violenze e sfruttamento. Il problema grave è che, come ha precisato ancora Oxfam, il sistema di accoglienza italiano appare ancora inadeguato. «Circa il 40% dei minori non accompagnati è di fatto bloccata in Sicilia, spesso nei piccoli comuni di approdo: è l’effetto di una normativa nazionale che limita fortemente la possibilità che altre regioni italiane condividano la responsabilità dell’accoglienza di questi bambini e ragazzi, precludendo loro la possibilità di essere ospitati in strutture e contesti più attrezzati e dignitosi» – ha spiegato Elisa Bacciotti, direttrice del dipartimento campagne di Oxfam.

Immigrazione in Italia, una risorsa economica?

«Il timore che i migranti possano assorbire tutte le risorse del welfare è una visione inesatta. Loro versano, ogni anno, 8 miliardi alle casse del sistema di sicurezza sociale e ne prelevano sotto forma di pensioni e prestazioni sociali circa tre, con un saldo attivo di cinque miliardi di euro» – affermò qualche mese fa Tito Boeri, presidente dell’INPS. D’altra parte, gli economisti seri lo sanno da sempre: gli immigrati che lavorano in Italia sono come un dono per le casse disastrate del nostro Paese, in quanto versano contributi e magari lasciano l’Italia prima di poter ricevere la pensione, oppure perché lavorano e nemmeno sanno di avere questo diritto. Secondo Boeri questo “dono” vale quasi un punto di Pil.

Se non ci fossero immigrati, come vorrebbero molti, non è detto che le cose andrebbero meglio, anzi. Forse sarebbero addirittura peggiori per tutti, perché con il loro lavoro i circa 2,3 milioni di cittadini stranieri attivi nel nostro paese contribuiscono a creare ricchezza, pagare una bella fetta delle pensioni degli italiani e far crescere una popolazione altrimenti a rischio crac demografico. Chi ogni giorno polemizza su quanto ci costa accogliere i migranti non pensa – o nasconde? – il fatto che, senza quanti in passato sono arrivati prima dei disperati che oggi cercano rifugio in Europa, questo sarebbe un paese più povero e più vecchio.

Così come gli emigrati italiani contribuirono (e contribuiscono) con il loro lavoro al benessere dei Paesi di insediamento, così gli immigrati in Italia contribuiscono al benessere economico e sociale nel nostro paese, anche se non mancano certamente delle discriminazioni esplicite – o implicite – nei confronti dei lavoratori immigrati.

Oltre alla risorsa economica, non è da sottovalutare la ricchezza rappresentata dagli elementi di diversità culturale portata dagli immigrati.

Immigrazione in Italia, come si prospetta il futuro per il nostro Paese?

L’Italia sarà capace di affrontare una crisi migratoria che entro la fine del 2016 porterà il numero di africani presenti nel nostro paese ad oltrepassare il milione? «L’Italia oggi guarda all’Africa non solo per tamponare i flussi migratori, ma soprattutto come una grande opportunità di cooperazione e di sviluppo». Queste le parole del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ai microfoni di America24. Il ministro è infatti convinto che per risolvere il problema dell’immigrazione africana sia necessario intervenire all’origine di questo fenomeno: la povertà e la mancanza di lavoro. Proporre una soluzione concreta al problema dell’immigrazione significa quindi collaborare con l’Africa affinché possa incamminarsi sulla strada dello sviluppo, creando così condizioni di vita tali da permettere alla sua popolazione di restare. E allo stesso tempo questa potrebbe essere un’opportunità per le imprese dell’Italia di investire in Africa, su un mercato che entro il 2060 conterà oltre due miliardi di persone.

Se l’Italia è pronta ad intraprendere questa strada, lo stesso non si può però dire per l’Unione Europea, come ha ricordato il premier Matteo Renzi ai margini dell’Assemblea Generale dell’Onu – l’Europa in materia di Africa fatica a tradurre in azione i discorsi e le buone intenzioni. «Se l’Europa continuerà a restare ferma, l’Italia si muoverà in maniera autonoma» – ha affermato il premier.

 

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  • Carlo Verdecchia

    Mi sembra un articolo molto accurato. Complimenti