‘Baal’: il Nulla tra Nietzsche e Baudelaire

‘Baal’: il Nulla tra Nietzsche e Baudelaire

Tra vagheggiamenti nietzschiani e deliri urlati stile poeti maledetti, “Baal”, l’artista antiborghese di Bertold Brecht (1898/1956), vi aspetta sino al 4 dicembre 2016 al Teatro Franco Parenti di Milano. Attenzione però: Giuseppe Isgrò, che firma la regia e Margherita Ortolani che oltre ad essere in scena firma anche la drammaturgia, scelgono un registro non narrativo, ma di impatto scenico e verbale, aggressivo, dissacrante con pennellate talvolta circensi-grottesche. La sala Tre del Parenti dove viene presentato lo spettacolo, che generalmente ha un che di intimo e famigliare, rischia di diventare soffocante e claustrofobica perché troppo piccola per contenere la lettura dionisiaca di Giuseppe Isgrò. Che è urlata, volutamente animale e sfacciatamente e non intimamente, trasgressiva. Brecht aveva 20 anni quando scrisse il testo, che rimaneggiò poi più volte in seguito. Il protagonista è Baal, poeta talentuoso, dapprima ammirato dalla società, poi, dalla stessa, demonizzato. Baal infatti non riesce a piegarsi alle logiche borghesi, che pur rispettando la facciata, sono asociali e vedono nella produzione artistica non qualcosa di utile e bello per la società, ma solo qualcosa da sfruttare economicamente. Per questo rompe tutti gli schemi, si da all’alcol, alle droghe e al sesso, vivendo tra bettole e bordelli. La sua vita potrebbe essere definita come un’opera che si nutre di vita, di piacere sino all’eccesso. Tradisce il suo benefattore, mettendosi con la di lui moglie, che poi abbandonerà per altre donne, anche giovanissime. Una di queste si suiciderà in uno stagno. Finisce poi con lo scappare col suo amico, artista anche lui; ma dopo otto anni di convivenza lo ucciderà, restando in profonda solitudine.

L’impianto scenico è quasi inesistente, se si esclude una tastiera e altri strumenti musicali con cui Elia Moretti  suona una musica dal vivo che è parte integrante dello spettacolo, sottile, talvolta stridente, che sembra insinuarsi come sottotraccia inquieta, angosciante nello stesso. I quattro attori in scena, davvero talentuosi, cambiano dizione e dialetto e conoscono bene il rapporto tra spazio e corpo. La scena si apre con questo mucchio di corpi in mutande e reggiseno, un’orgia che da idea dell’assenza di limite. La carne chiama la carne, ed è come se un avvoltoio aleggiasse nello spazio angusto della sala del Teatro Parenti, pronto ad affondare becco e artigli sul corpo che inizia a decomporsi. Ma non è solo la carne a marcire; anche lo spirito si corrompe e va volontariamente incontro al suo avvoltoio. “Quando tutti gli errori sono esauriti, l’ultimo compagno che ci sta di fronte è il Nulla”.

Spettacolo forte, di impatto, urlato. La spettacolarità dell’urlo e della scena, voluta dal regista  “per esplorare un luogo più capace di verità e senso, in cui ciascuno deve condursi in autonomia, in una verifica continua della propria posizione e dei propri valori”, fa, a mio avviso, un po’ sbiadire l’originalità di un testo molto trasgressivo per l’epoca.

22 novembre –  4 dicembre 2016

Sala Tre

BAAL

di  Bertolt Brecht
con Enrico Ballardini, Francesca Frigoli,
Elia Moretti, Dario Muratore, Margherita Ortolani
ideazione, regia e scene Giuseppe Isgrò
drammaturgia  Margherita Ortolani
musica dal vivo e suono Elia Moretti
produzione Teatro Franco Parenti / compagnia Phoebe Zeitgeist

Progetto Cantieri Bavaresi e Goethe-Institut Mailand
in collaborazione con compagnia Odemà e ALTOfest Napoli

PREZZI:
intero 15€  over65/under26/convenzioni 12€
ORARI
lun riposo mar h 20.00 mer, ven h 19.15 gio h 20.30 sab h 21.00 dom h 16.15

DURATA: 70 min.

INFO

Tel : 02 59 99 52 06; [email protected];

Fb : http://www.facebook.com/teatrofrancoparenti

Tw: http://www.twitter.com/teatrofparenti

Sito : http://www.teatrofrancoparenti.it
App: Teatro Franco Parenti

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  • Marino Marchello

    Dalla presentazione mi par di capire che la Weltanschauung su cui s’imposta lo spettacolo sia il ribaltamento dello straniamento brechtiano (Verfremdungseffekt) in stordimento pacchiano (Betäubungseffekt); un’operazione del resto confacente a una giovane (e matura) borghesia ingorda di immagini e di decibel affinché la salvaguardino da quello sforzo critico preteso dal didattico B.B.
    Ma forse lo spaesato sono io:

    „Jede dumpfe Umkehr der Welt hat solche Enterbte,
    denen das Frühere nicht und noch nicht das Nächste gehört.“
    (R. M. Rilke „VII Elegia duinese“)

    Grazie per l’occasione.
    marmar