843 arresti contro l’oleodotto

Comunicato Stampa

Appuntamento davanti alla Casa Bianca, a Washington, per farsi arrestare. Non è difficile: basta piazzarsi là con cartelli e striscioni, occupare il suolo pubblico, sedersi a terra e rifiutarsi di andare via quando la polizia ordina di sgomberare. Si chiama «azione di disobbedienza civile», nella migliore tradizione di lotta politica negli Stati uniti d’America. Ebbene: dal 20 agosto centinaia di persone si dano appuntamento davanti alla Casa Bianca e fino a giovedì 1 settembre, cioè in 12 giorni, ben 843 sono state arrestate. Ma aumenteranno, perché il sit-in prosegue fino a oggi. E’ una protesta contro il progetto di costruire un oleodotto dallo stato canadese di Alberta fino in Texas, sulla costa del Golfo del Messico – ben 2.700 chilometri di tracciato. La Keystone XL Pipeline è progettata per trasportare una delle tipologie di petrolio più sporche che si possano immaginare, il bitume diluito estratto dalle sabbie bituminose (tar sands).

Le sabbie bituminose sono una delle ultime frontiere dell’estrazione petrolifera. L’Alberta ne è all’avanguardia perché le sue riserve sono immense, si calcola che rappresentino la seconda maggiore riserva di greggio al mondo, con un totale di 174 miliardi di barili su una superficie di 4 milioni di ettari. Solo che quel greggio impregna la sabbia, ed è sporco di numerosi altri minerali: per separarlo si usa un procedimento di «lavaggio» che richiede enormi quantità d’acqua e produce enormi quantità di scarichi tossici. Ampie zone dell’Alberta, disboscate per scavarne le sabbie bituminose, ora sono disseminate di stagni artificiali dove si accumulano gli scarti della lavorazione delle sabbie: contengono argilla, silicio, ma anche idrocarburi e sostanze chimiche altamente tossiche. E però il governo canadese progetta di raddoppiare la produzione a 1,8 barili al giorno nel prossimo decennio, che significa tagliare altri 740mila acri di foresta boreale.
Le tar sands sono dunque circondate da polemiche e opposizioni. Ancor più il progretto dell’oleodotto per trasferire quel bitume diluito e acido attraverso gli Usa fino alle raffinerie texane. La Keystone XL pipeline ha coagulato un movimento di protesta composito. Ci sono gruppi di cittadini delle zone toccate dal tracciato – a farsi arrestare davanti alla Casa Bianca l’altro giorno c’erano agricoltori del Nebrasca, dove l’oleodotto minaccia il bacino acquifero di Ogallala, e altri dalla regione degli Apalachi. Ci sono le «madri per la pace» di New York. Ci sono gruppi ambientalisti, attivisti di 350.org (movimento per limitare le emissioni di gas di serra generate dalle attività umane, responsabili del riscaldamento globale del clima).
il progetto della Keystone XL Pipeline è ormai definito: aspetta solo l’approvazione del governo federale Usa, che deve decidere a breve se riconoscere a questo oleodotto un certificato di «interesse nazionale».
E’ per questo che la coalizione Tar Sands Action (www.tarsandsaction.org) ha lanciato l’idea di un sit-in davanti alla Casa Bianca: «venite a Washington, nella settimana più calda e appicicosa dell’estate, per un’azione che probabilmente vi esporrà all’arresto», dice l’appello firmato da nomi illustri dell’ambientalismo Usa, da Maude Barlow allo scienziato James Hantzen all’avvocato Gus Speth, insieme a leader di nazioni indigene, attivisti sociali e sindacalisti. Il sit in alla Casa Bianca ha avuto adesioni illustri, noti attori e attrici sono andati a farsi arrestare facendo clamore sui media. D’altra parte, perfino il compassato New York Times in un editoriale ha dichiarato la sua opposizione a quell’oleodotto: per il rischio di sversamenti lungo il suo tracciato, che attraversa territori molto delicati, e perché l’estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose crea ben più emissioni di gas di serra della produzione convenzionale. Argomenti ragionevoli. E’ così che quello di questi giorni a washington è diventato il più massiccio caso di disobbedienza civile nella storia del movimento per il clima.

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