L’informatica. Una storia di persone

L’informatica. Una storia di persone

Recensione a L’informatica. Una storia di persone

Il testo presentato si ispira alla mostra L’informatica. Una Storia di persone, realizzata nel corso di laurea in Filosofia dell’Università di Roma Tor Vergata nel maggio 2018, ed affronta un tema caro – si spera – agli umanisti o aspiranti tali.

L’informatica è una faccenda umana. È questa la tesi attorno alla quale viene ricostruita la storia di tale disciplina, molto spesso percepita come qualcosa d’altro rispetto ai problemi e alle vicissitudini dell’uomo. È per questo che, quando nel luglio del 1954 Vannevar Bush immagina il Memex, una macchina capace di espandere la memoria umana, lo fa auspicandosi un miglioramento dello spirito dell’uomo dal momento che, grazie ad esso, ognuno potrà finalmente “vedere meglio il suo confuso passato e analizzare in modo più completo e oggettivo i suoi problemi attuali”.

Coerentemente con il proposito sopra descritto, il libro descrive la storia di questa disciplina promuovendo i volti e le storie di chi, la nuova scienza l’ha fondata, resa nota ed arricchita – moltissime sono le immagini presenti nel testo e tutte, tranne qualche rara eccezione, raffigurano delle persone.

La ricostruzione prende le mosse da Turing e dai suoi studi sulla computabilità, con i quali si è soliti far risalire la fondazione dell’informatica. Il tentativo di trovare degli algoritmi definitivi per risolvere taluni problemi (la computabilità) porta Turing a decodificare i messaggi crittografati dell’esercito tedesco e a porre fine alla Seconda Guerra Mondiale, facendo sì che milioni e milioni di vite vengano risparmiate. Non solo problemi di rilevanza umana capitale, ma anche questioni eticamente minori, seppur non prive di dignità, hanno contribuito all’arricchimento della scienza informatica. È il caso di Roberto Busa, il quale, a partire dagli anni ’50, impegnato in un progetto di decodifica dei testi di Tommaso d’Aquino, parola per parola, grazie ad una macchina tabulatrice adattata per questo scopo, dà inizio al lungo corso delle Digital Humanities, ossia dell’informatica applicata allo studio dei testi.

Dalla prima versione del BASIC progettata da Kemeny, alla fondazione della Microsoft nel 1975, ad opera di due giovani sbarbati Bill Gates e Paul Allen. Dal tentativo di Grace Hopper, negli anni ’70, di rendere la programmazione informatica più vicina al linguaggio umano, al primo Macintosh con il quale — incredibilmente — per aprire un file basta muovere “uno strumento, chiamato mouse, con la mano sulla scrivania”. Ma anche Steve Jobs e la grande fortuna della Apple; o anche gli sviluppi che hanno portato all’invenzione della posta elettronica così come noi la consociamo; oppure ancora il progetto kantiano di Stallman per un’informatica etica attraverso l’utilizzo del software libero e senza proprietà “intellettuale”.

Queste sono solo alcune delle tappe affrontate da questo libro. Tra le righe è possibile notare come alcune delle prerogative afferenti alla precedente era informatica si siano sedimentate e che anzi siano evolute a tal punto che, come la disciplina storica tout court consegna all’uomo l’eredità delle epoche e delle culture passate, allo stesso modo la storia informatica consegna agli uomini di oggi problemi passati relativi al rapporto uomo-macchina.

A partire dagli anni ’50, l’informatico Licklider, era convinto che grazie all’utilizzo del computer si potesse avere una comunicazione più flessibile fra gli uomini, ma soprattutto che si potesse avere una vita più felice “per i singoli on line, perché le persone saranno scelte più per comunanza di interessi che per una vicinanza fisica casuale”. E già nel 1984, la psicologa e sociologa Sherry Turkle aveva invece compreso i possibili effetti, molto più complessi di quelli ipotizzati da Licklider, del rapporto tra gli uomini e i computer: “I computer stanno diventando parte dell’esistenza umana: ma proprio per questo essi sono anche implicati nelle fragilità e nevrosi delle persone”. Anticipò così problemi che oggi, grazie all’uso dei social e ad una interconnessione forse inimmaginabile per la stessa Turkle, sono di grande attualità: il computer come oggetto evocativo, come specchio nel quale ritroviamo dinamiche psicologiche ataviche, come quelle del narcisismo, del riconoscimento, dell’identità ecc.

La storia dell’informatica è una storia di dinamiche umane. Umano, e se vogliamo ironico, è il sentimento di gioia di Margaret Hamilton, direttrice della divisione dello sviluppo del software che portò l’uomo sulla Luna, che dichiarò di aver esultato non tanto per aver contribuito all’allunaggio, quanto per il fatto che il suo programma avesse funzionato alla perfezione. Così come umane sono tutte le emozioni retrostanti ad ogni evoluzione della scienza informatica.

La storia dell’informatica è infine, nella prospettiva offerta da Giovanni Salmeri ed Emanuela Tangari, la storia di come gli uomini con la loro singola intelligenza, uno dopo l’altro abbiano contribuito all’arricchimento dell’intelligenza umana in generale. Ecco perché quando Kasparov, il campione mondiale di scacchi, perse contro il programma Deep Blue (1996), fu costretto ad osservare i segni di quella che apparve come una intelligenza superiore. «Ma anche se la vittoria fu sensazionale, in Deep Blue non vi era praticamente nulla che non fosse stato già prefigurato nei lavori pioneristici di molti anni prima: con quella macchina vinse una storia di persone e di intelligenza umana iniziata almeno sessant’anni prima.»

Non a caso, Walt Whitman e una delle sue più celebri citazioni, chiudono l’excursus del libro:

«Che il potente spettacolo continua
e tu puoi contribuire con un tuo verso

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