L’arte per Punzo: una forza trasformatrice che distrugge per ricostruire

La Compagnia della Fortezza, uno dei primi progetti di teatro in carcere in Italia, con la direzione di Armando Punzo, è tornata dal 24 luglio al 1° agosto 2026 a presentare i suoi lavori nel Carcere di Volterra.
Ha portato due spettacoli, Cenerentola che è stato anche l’inverno scorso alla Pergola di Firenze e Fame, insieme al primo studio della nuova produzione dal titolo Il Capitale Umano. Regia e drammaturgia di Armando Punzo, Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia del 2023. Il disegno sonoro e le musiche sono di Andrea Salvadori mentre i suggestivi costumi di Emanuela Dall’Aglio. Le scene che rievocano mondi paralleli sconosciuti ma con un che di familiare e danno vita alla macchina teatrale dell’incanto, portano la firma di Alessandro Marzetti e Punzo, con la collaborazione di tanti altri artisti.
I tre lavori sono molto diversi ma hanno però una matrice comune: l’idea che ha Armando Punzo dell’arte.
Il pubblico la sente, è palpabile. Si avverte da subito appena si varca l’entrata del carcere. Gli agenti penitenziari in divisa, sorridono accogliendo gli spettatori e gli attori detenuti della Compagnia della Fortezza. Non ci sono porte cigolanti, barriere di ferro da varcare. Si sente l’assenza del “confine” forse rassicurante ma intimamente pericoloso, tra “bravi e cattivi”. Le persone momentaneamente detenute, sono per l’arte di Punzo, esseri umani. E il personale penitenziario sembra saperlo.
Così può succedere che alcuni attori a fine spettacolo vi si avvicinino, come ha fatto con me Luigi, e vi regalino una loro poesia delicata come le ali della farfalla, o parole piene di pace.
L’arte di Punzo infatti, non vuole integrare, curare, correggere, normalizzare i “non normali”. Come se i liberi lo fossero.
Lo spiega nel suo libro scritto con Rossella Menna, Breviario di Etica Artistica, edito da Luca Sossella Editore. Specie in carcere è risveglio a se stessi, è un bene emancipatorio, allena a godere dell’ignoto.
L’arte è libertà ed educa solo se non intende educare ad un sistema di credenze, di valori positivi. Perché questo presupporrebbe allora che ci sia un mondo di riferimento giusto su cui è basata la società libera. E invece l’arte deve mettere in crisi il canone stesso.
La distinzione tra bene e male è infatti troppo semplicistica.
Come se l’arcobaleno di colori dovesse ridursi solo al bianco e nero dei quadri che sfilano in scena portati dagli attori di Cenerentola. Con parole sussurrate, ci ricordano che solo toccando il fondo, tornando cenere, polvere, macerie, si può ripartire per rinnovarci liberi dai condizionamenti di ieri. Svuotare e riempirsi, assecondando il ritmo della vita.
Non è sopravvivenza, quanto l’annuncio di una trasformazione possibile dove la speranza diventa immaginazione che educa all’invisibile. E il desiderio non deve avere fine, non può essere limitato dal confine delle tele, della prigione, della vita, perché la nostra ricerca sia spinta fuori dal cerchio della nostra esistenza.
Cenerentola diventa così simbolo di uomini e donne che nella storia dell’umanità hanno messo al centro della loro esistenza ricerca, curiosità, il bisogno di dare vita alla vita, di creare un’altra realtà uscendo fuori dai quadri che invadono la scena.
La Compagnia della Fortezza: l’utopia, diventa necessità che crea la realtà.
Tra il bianco e il nero, sembra suggerire Punzo, c’è una miriade di colori pronti a dare vita a un altro mondo possibile e migliore, in barba al Candide di Voltaire.
La costruzione dello stesso, per quanto lunga e difficile è possibile solo insieme. Ecco la vera importanza di Il Capitale Umano, un primo studio di un nuovo spettacolo, spazio possibile dell’errore, della trasformazione, forma di pensiero che continua a crescere.
Rovesciando il canone marxiano, bollato dalla storia come causa persa, esso è visto da Punzo negli esseri umani generativi di cambiamento grazie alla pratica quotidiana di dialogo, scontro e incontro con l’altro, con il singolo. Nessuno è solo. Il Capitale vero diventa allora collettivo, etico, relazionale, cognitivo, interiore. È coltivabile e condivisibile.
Il Capitale Umano: uno spazio per il pensiero che continua a crescere
Il pubblico è poi invitato ad entrare in alcuni spazi del carcere dove La Compagnia della Fortezza si riunisce per le ricerche teatrali. Sono allestiti come un grande albergo fuori dal tempo, dove ogni parte ospita una causa persa. C’è anche una grande cucina per nutrire le idee.
É uno spazio dove sembra consumarsi un rito alchemico, dove tutti gli ingredienti si trasformano in luce. Natura morta e viva si uniscono e contribuiscono a creare nuova vita. Un omaggio a chi non si arrende e resiste a chi è stato bruciato vivo per la conoscenza, per la libertà, per la giustizia. Prometeo, Pasolini, Turing, Tolstoj, Cervantes e tanti altri spiriti liberi sfilano nel nostro immaginario. In dialogo con Marx, ma anche con pensieri che ne hanno rimesso in gioco l’eredità – come In difesa delle cause perse di Slavoj Žižek – lo spettacolo attraversa il corto circuito tra una storia che ha dichiarato fallite le grandi utopie e un presente che sembra aver rinunciato a ogni spinta trasformativa.





