Ennesimo anno zero da cui dover ripartire
Il giorno dopo è ancora più brutto. L’Italia non andrà ai Mondiali per la terza volta consecutiva. E la vera notizia è che ormai non sembra più nemmeno una notizia. Siamo abituati, spenti, rassegnati.
Se oggi si chiede a un ragazzo qualunque cosa rappresenti il Mondiale, probabilmente risponderà che è un evento che accompagna calde e noiose giornate estive, non certo il sogno di vedere l’Italia campione del mondo. Ed è normale che sia così: quando nasci e cresci attraversando tre Mondiali senza la tua Nazionale, non riesci nemmeno a percepire quella magia che un evento del genere dovrebbe trasmettere.
La verità è che ci sono poche parole da dire, perché le colpe, nel 2018 come nel 2022 e come oggi, appartengono a tante, troppe persone.
Buffon e Bonucci non sono dirigenti, e non si capisce per quale motivo siedano in panchina. La competenza non aumenta per il semplice fatto di ascoltare vecchie bandiere. Basta, vi prego, con queste grandi tavolate di leggende del 2006 che, nella noia della vita da ex calciatori, si reinventano utili senza esserlo davvero. In un calcio moderno, in continua evoluzione, servono figure magari meno note, ma competenti, preparate e funzionali. L’Inghilterra ha un tecnico straniero, il ct della Germania non ha mai avuto una carriera da calciatore: questo dovrebbe bastare a far capire che il passato glorioso non può essere l’unico criterio.
Le colpe, però, sono anche dei giocatori che scendono in campo. Di Kean, che sbaglia un gol facilissimo per un attaccante come lui. Di Dimarco, che in azzurro sembra trasformarsi sempre nella versione peggiore di sé, anche per colpa di un sistema che non lo valorizza. Della difesa, che si fa trovare scoperta al 40’ del primo tempo, pur essendo in vantaggio, su un semplice rilancio del nostro portiere. E a proposito di Donnarumma: tra i pali è forse il migliore al mondo, ma con i piedi, santo cielo, quanti limiti.
Comunque, le responsabilità non finiscono qui. Sono anche di chi si occupa della comunicazione nel nostro Paese: giornali, siti, podcast, radio che per giorni parlano del nulla, solo per riempire l’attesa. È una comunicazione vuota, superficiale, che purtroppo sembra essere stata adottata anche dal presidentissimo della FIGC, Gabriele Gravina. Davanti all’ennesima disfatta, invece di assumersi le proprie responsabilità, sposta il discorso sul professionismo del calcio e sul dilettantismo degli altri sport. Proprio quegli altri sport che, in questi dodici anni, hanno permesso a questa nazione di avere ancora una Nazionale in cui riconoscersi, quando quella di calcio aveva smesso di farlo.
Nel frattempo, i commissari tecnici sono cambiati. Si è detto che con Spalletti non si potesse andare avanti, perché allenava la Nazionale come un club. Poi è arrivato Gattuso, portatore sano di cuore e passione, eppure il finale è stato lo stesso, tragico e già visto.
Le responsabilità, dunque, sono tante e distribuite in modo fin troppo equo. La soluzione? Non la so io. Non la sanno quelli che in queste ore parlano ovunque. E, soprattutto, non la sanno i vertici di questo sport.
Sembra il giorno della marmotta. Ogni quattro anni, negli ultimi dodici, rivediamo le stesse scene, le stesse polemiche, le stesse lacrime. Non se ne può più.
Il mio è un appello semplice, scritto con il cuore: basta, vi prego.
Ci vediamo nel 2030, allora. Forse.




