Ricordati di me, della mia pelle
Era la sera di Fiorentina – Inter. Mentre Arnautovic litigava con il pubblico di Firenze sugli spalti, con quella sua consueta sguaiatezza, sul rettangolo verde Edoardo Bove, piano piano, si accasciava sul terreno di gioco.
Panico. Corse per soccorrerlo, pianti, disperazione e grida per richiamare i sanitari a bordocampo. I compagni che formavano un cerchio, cercando di coprire, di proteggere — come se bastasse. Partita sospesa, come il fiato di tutti noi in quei terribili momenti.
Per fortuna poi la luce: Edoardo è stabile e sta bene, per quanto sia possibile. Il dolore rimane, tutti sono consapevoli che difficilmente potrà rimettere piede su qualsiasi campo, almeno in Italia. È così: se mai tornerà a giocare sarà solo all’estero, dove è consentito scendere in campo con il pacemaker. Una notizia terribile per tutti. Per la Nazionale, che aveva trovato un ragazzo d’oro in quella sorprendente Fiorentina di Palladino, un centrocampista moderno, intelligente, con i tempi e la corsa di chi sembra nato per quel ruolo. Un ragazzo che stava diventando qualcuno, e che in un attimo si era trovato a lottare per qualcosa di molto più importante.
Eppure la vita è così, non sai mai cosa ti riserva. Quando sei in alto e sembri volare, un momento dopo ti ritrovi a faccia in giù, steso, distrutto. Ma come diceva la voce fuori campo nell'”Odio”, film cult per un intera generazione dell’età di Edoardo, l’importante non è la caduta, ma l’atterraggio.
E Edoardo ha scelto come atterrare. Piano, con metodo, senza fretta. I mesi di controlli, gli interventi, le mattine passate a fare cose che non sono allenamento ma gli somigliano, i progressi misurati in centimetri. Ha ripreso piano piano ad allenarsi, è tornato a casa prendendosi l’omaggio di una Curva Sud in lacrime. Sciarpetta al collo, cappellino, e lacrime per abbracciare la sua gente — quella che lo aveva visto crescere, che lo aveva lanciato, che non lo aveva mai smesso di chiamare suo. Ma ovunque è andato, è stato sempre accolto benissimo, come un superstite, un miracolato. Lui ha sempre cercato di scrollarsi di dosso queste parole. Non gli appartengono. Vuole solo lavorare e tornare dove si sente a casa.
Ed è così che dopo mesi arriva la grande opportunità: ripartire dalla seconda divisione inglese, al Watford. Una scelta che ha la forma di un cerchio — perché il cerchio della vita gli ricuce addosso quei colori che lo hanno lanciato e che scorrono nelle sue vene. Il giallo e il rosso. Come Roma. Come il principio.
Ieri, poi, l’atto finale di questo romanzo: il ritorno al gol. Una rete facilissima, su ribattuta con la porta spalancata — il tipo di gol che in un’altra vita avresti dimenticato prima di arrivare agli spogliatoi. Ma questa non era un’altra vita. Edo corre, sale sui tabelloni, allarga le braccia e guarda dritto in faccia i tifosi che esultano. Quanto mancava questa sensazione.
Poi torna in campo, finisce la partita, e si ritrova dietro di lui gli amici di sempre, quelli che gli sono stati vicini nei mesi in cui il calcio era lontanissimo. Hanno uno striscione che trasuda quell’inglese romanizzato che conosci solo se vivi le strade della capitale. “Even if you leave Rome, yuo won’t be alone.”
Poi di nuovo da solo. Con quelle strisce giallorosse sul corpo, seduto a centrocampo e si lascia andare nel pianto di chi, finalmente, è tornato ad essere quello che ha sempre sognato.




