Questo è un altro lunedì di domenica sera

Sono uscito dallo stadio, sono vuoto. Non provo nessuna emozione. Né amarezza, né rabbia, né fastidio. Nulla. Cammino a testa bassa sperando solo di tornare a casa e dimenticare questa domenica folle, l’ennesima. Mentre cammini guardi tutte le persone che, come te, a testa bassa e con la sciarpa stretta al collo, tornano in silenzio verso le proprie case, cerchi di darti una spiegazione logica a quanto hai visto. Boh, la risposta che ti dai. Cerchi lo sguardo complice di un amico che ti possa offrire la soluzione per dormire sereno, ma non la trovi. Il vuoto che percepisci è inevitabile. In quindici minuti sei passato dall’essere felice, spensierato, quasi convinto che il lunedì non esista, all’essere inghiottito da una malinconica consapevolezza che invece quel lunedì è lì e ti aspetta e dopo una domenica sera del genere, il verdetto ti devasta.
Una partita folle, giocata in modo confusionario da entrambe le squadre, che trovano i primi gol — quello dell’1 a 0 e quello dell’1 a 1 — grazie a due capolavori di Wesley e Conceiçao. Poi, però, la squadra di Gasperini non si abbatte: gioca, torna in vantaggio con Ndicka e firma il 3 a 1 con un gol straordinario — dalla palla lanciata da Koné allo scavetto per superare Perin — che sembra chiudere definitivamente i giochi. Così pare. Invece no. Una Juve che attacca quasi per dovere, mossa non tanto da chissà quale spirito battagliero quanto per pura inerzia, trova il 3 a 2 con un tiro al volo di Boga lasciato, incredibilmente, da solo. Boga vede arrivare un pallone alto, ha il tempo di sistemarsi con il corpo, aspetta che la palla scenda e tira di collo pieno sotto le braccia di Svilar. La difesa? Non pervenuta. Come non pervenuta sul 3 a 3 finale: calcio di punizione, rimpallo, la palla finisce sui piedi di Gatti che, a un metro dalla porta, con rabbia, distrugge la rete e mette fine a questa follia vista all’Olimpico. Spalletti parla di spirito, Gasperini dice di non buttare via nulla di una grande prestazione, Ndicka ammette che gli dispiace e Perin aggiunge che alla Juve gli si può imputare tutto tranne la mancanza di attributi. Tutto giusto, forse. Eppure come si fa a non essere arrabbiati per aver subito una rimonta impensabile, quella che ti avrebbe portato a più sette sulla Juve e a più cinque sul Como? Una spallata decisiva nella corsa alla Champions, un vantaggio che avresti dovuto difendere con i denti. La Juventus non aveva più energie, accusava fisicamente la partita di Champions, la testa non funzionava e i piedi nemmeno. Inspiegabile.
Eppure rimani lì, quarto da solo, con undici partite ancora da giocare e le due sfide con il Bologna in Europa League per inseguire un sogno a cui ripensi ogni giorno. La stagione è ancora lunga. La squadra funziona e lo sai bene, anche quando fa di tutto per fartelo dimenticare.
Ed è per questo che il giorno dopo, quando guardi la sciarpa della sera prima abbandonata in un angolo , gettata via con rabbia e frustrazione, la riprendi. La pieghi lentamente, la rimetti al suo posto, pronta per la prossima volta. In fondo questo significa essere tifosi, niente di più. Consapevoli che tanto ci sarà sempre un altro lunedì e con lui, un’altra partita da vivere nel bene e nel male. Forse ha ragione Salmo, essere tifosi di questa squadra vuol dire ammettere che “con il cuore in gola voglio solo vivere, scrivere, morire, rivivere ancora”.





