Roman Abramovič e i soldi che non vuole dare all’Ucraina

Nel 2022, il magnate russo, aveva promesso, per evitare sanzioni, di destinare i soldi ricavati dalla vendita del suo Chelsea in Ucraina. Tre anni dopo, non è andata proprio così
Maggio 2021, il Chelsea, grazie alla rete di Havertz vince la Champions League contro il Manchester City. Una giornata storica per i blues e per il suo presidente.
Bene, andiamo velocemente avanti di un anno e arriviamo a maggio 2022. Sempre Londra, sempre Stamford Bridge. Roman Abramovic, magnate russo e proprietario, vende il Chelsea per 4,25 miliardi di sterline, circa 5 miliardi di euro. A comprare il club londinese è un consorzio americano guidato da Todd Boehly, co-proprietario dei Los Angeles Dodgers, affiancato da Clearlake Capital, Mark Walter e dal miliardario svizzero Hansjörg Wyss.
L’attacco di Putin ai danni dell’Ucraina costringe i vari oligarchi russi a riscrivere in fretta i propri asset finanziari. Il proprietario del Chelsea non fa eccezione. Il governo britannico interviene con una licenza speciale: la vendita del Chelsea è consentita, ma a una condizione precisa. Il ricavato rimane congelato nel Regno Unito e dovrà essere destinato alla ricostruzione dell’Ucraina.
Oggi, tre anni dopo, quel denaro è ancora fermo. Abramovic viaggia tra Mosca, Los Angeles e Tel Aviv, mentre i fondi restano bloccati per quello che lui definisce un problema di “destinazione etica”. Per Londra, una linea inaccettabile.

La storia di Roman Abramovic non è soltanto una vicenda di denaro e potere. È soprattutto una storia di geografia. Di confini attraversati, di cittadinanze accumulate, di Stati usati come strumenti e anche di pallone. Se fosse un personaggio letterario, assomiglierebbe certamente ai viaggiatori irrequieti di Bruce Chatwin o agli uomini sospesi tra imperi raccontati da Peter Hopkirk.
La sua storia imprenditoriale parte dagli anni Novanta, mentre la Russia smonta se stessa pezzo dopo pezzo, Abramovic costruisce la propria fortuna nella privatizzazione selvaggia dell’industria energetica. Nel 1995 acquisisce, insieme a Boris Berezovskij, il controllo di Sibneft, una delle principali compagnie petrolifere russe, per una cifra irrisoria rispetto al suo valore reale. Dieci anni dopo, nel 2005, rivende l’azienda allo Stato russo, tramite Gazprom, per circa 13 miliardi di dollari. Abramovich ammetterà in seguito di aver pagato tangenti per chiudere l’operazione iniziale. Incredibilmente, o forse no, non subirà conseguenze giudiziarie.
La sua ascesa economica corre parallela a quella politica. Prima consigliere dell’entourage di Boris Eltsin, poi alleato precoce di Vladimir Putin, Abramovich governa dal 2001 al 2008 la Chukotka, regione remota ai confini con l’Alaska: enorme, ricchissima di risorse, quasi invisibile sulle mappe del potere globale tanto che nessuno ha mai provato a conquistarla neanche a Risiko.
Tuttavia, è proprio lì che consolida il suo ruolo di oligarca affidabile, capace di amministrare, finanziare e soprattutto non disturbare il centro del potere. Un potente vassallo sotto le grande mani di Vladimir.

Nel 2003, stanco di occuparsi di questa zona remota del mondo, inizia a guardare anche oltre la Russia e un anno dopo compra il Chelsea Football Club per circa 140 milioni di sterline (se pensate al valore di oggi, una cifra surreale). Non è solo un’operazione sportiva: è un atto di proiezione internazionale. Londra diventa il suo nuovo avamposto occidentale.
In vent’anni il Chelsea vincerà tutto: cinque Premier League, due Champions League, cinque FA Cup.
Nel 2022, però, l’oasi felice trapiantata a Stanford Bridge comincia a essere sommersa di polemiche e debiti finanziari. Il motivo, ovviamente, l’attacco russo in Ucraina e l’inizio di quella che allora, doveva essere una guerra lampo. Londra costringe il ricco imprenditore russo a vendere il Chelsea, evitando sanzioni ben peggiori a patto che i soldi provenienti dalla cessione rimangano congelati per un possibile utilizzo futuro verso la popolazione ucraina. Un patto favorevole, che sembrava portare fuori gioco un uomo potente come Abramovic.
Così non è stato. Nei primi mesi dallo scoppio del conflitto, l’ex presidente dei blues tirò fuori la sua grande abilità di muoversi tra confini e nazioni amiche, cercando sempre l’appoggio più conveniente per evitare ogni tipo di problema. Non solo, grazie proprio a questa sua rete di connessioni e di passaporti, comparve addirittura nei negoziati iniziali di pace, portando a mano una lettera scritta dal leader ucraino Volodymyr Zelensky. Senza spoiler, non ha funzionato.
Abramovic, sfrutta, infatti, da subito le sue origini ebraiche per ottenere la cittadinanza israeliana grazie alla Legge del Ritorno. Diventa il cittadino israeliano più ricco del Paese. Compra una villa a Tel Aviv, nel quartiere di Neve Tzedek, uno dei più esclusivi della città. Israele diventa il suo nuovo porto sicuro: uno Stato forte, intoccabile e alleato dell’Occidente ma autonomo nei suoi equilibri geopolitici (anche qui dipenda da cosa intendiamo per autonomo).
Ma non basta. Nel 2021 (un anno prima, forse sapendo ciò che sarebbe accaduto in futuro) ottiene anche la cittadinanza portoghese, grazie alla legge che consente la naturalizzazione ai discendenti degli ebrei sefarditi espulsi dalla Penisola Iberica nel XV secolo. Il passaporto portoghese gli restituisce la libertà di movimento nell’Unione Europea. Il rabbino che certifica la procedura verrà in seguito arrestato per corruzione. Abramovich, ancora una volta, resta fuori dal perimetro giudiziario.
Russia, Israele, Portogallo. Tre cittadinanze, tre mondi. A queste si aggiungono residenze e interessi tra Los Angeles e New York e varie giurisdizioni offshore. I suoi yacht – Eclipse e Solaris, per un valore complessivo di oltre 600 milioni di euro – restano ancorati in Turchia, altro spazio grigio della geopolitica contemporanea. Roman Abramovič vive in un limbo permanente, sospeso tra finzione e realtà, tra diritto e opportunità.
Il denaro congelato
A distanza di tre anni dalla vendita del Chelsea, i soldi ricavati dall’operazione restano congelati in un conto bancario nel Regno Unito. La guerra continua e non si vede uno stralcio di accordo tra le due (per non dire tante) parti. Il nodo è rimasto irrisolto: Abramovic contesta la destinazione esclusiva all’Ucraina e sostiene che i fondi debbano essere impiegati per assistere “tutte le vittime della guerra” quindi anche quelle russe. Una posizione che il governo britannico respinge, ribadendo che il denaro può essere utilizzato solo per finalità umanitarie a favore dell’Ucraina, in coerenza con il regime sanzionatorio.
Il primo ministro Keir Starmer pochi giorni fa, mentre l’UE cercava e cerca disperatamente soldi e fondi da destinare all’Ucraina, ha lanciato un ultimatum pubblico: L’imprenditore russo ha novanta giorni per consentire il trasferimento dei fondi a una fondazione umanitaria dedicata alle vittime ucraine della guerra. In caso contrario, Londra è pronta ad avviare un’azione legale per ottenere la confisca giudiziaria del denaro e procedere comunque alla sua destinazione forzata.





