Geopolitica e calcio globale: intervista a Giulia Aloisio

Giulia Aloisio è attualmente Managing Partner della boutique firm di consulenza strategica Strategic Partners. Laureata in Politiche Internazionali e in Sociologia presso City University of London, dove ha anche conseguito un Master in giornalismo televisivo, è specializzata in comunicazione e public affairs internazionali.
Dopo aver lavorato come giornalista a Londra, presso media quali CBS News, APTN e Vice News, è stata responsabile della comunicazione di Edizione Holding e, successivamente, a capo delle relazioni internazionali in Aeroporti di Roma.
Giulia è stata selezionata tra gli Young Leader Italy – UK 2025 dall’Ambasciata del Regno Unito in Italia, ed è membro del Board del think tank La Scossa. Inclusa nella classica di Fortune 40 Under 40 2023, e nominata da Forbes come uno dei più promettenti lobbisti Under 35, è guest lecturer di università italiane e internazionali.
Durante il panel organizzato durante il Social Football Summit hai analizzato come il calcio sia diventato terreno di competizione geopolitica, con progetti di nation-building che vanno oltre la mera potenza economica. Ruanda-Arsenal, le academy marocchine, la Saudi Pro League: mentre l’Europa per un secolo ha usato il calcio come strumento di ‘civilizzazione’, questi nuovi attori propongono narrative diverse – modernizzazione senza occidentalizzazione, multipolarismo, riscatto post-coloniale. Quale storia stanno raccontando o cercano di raccontare, attraverso il pallone?
Ci tengo a partire da una premessa: non sono certamente un’esperta di calcio ma, come ho avuto l’opportunità di approfondire durante il Summit, il calcio va ben oltre lo sport – è un motore economico, sociale, ma soprattutto un palcoscenico politico e geopolitico. Ed è questo che mi affascina. È qui che entrano in gioco le dinamiche narrative (e non soltanto) dei Paesi come Ruanda, Marocco o Arabia Saudita.
Per esempio, in Ruanda, Kigali utilizza la partnership con l’Arsenal per ribaltare l’immaginario internazionale post-genocidio: da nazione ferita a Paese efficiente, tech-driven, stabile, attento a far crescere la leadership femminile e le politiche ambientali – ma non per emulare l’Europa, bensì per proporre un modello africano alternativo, che non passa necessariamente attraverso l’occidentalizzazione.
Un ruolo simile giocano le Academy marocchine, che si affermano come modello autonomo e competitivo, rivendicando una leadership regionale e – semmai – rappresentando un ponte tra Africa ed Europa.
Ancor più straordinariamente ampio è il fenomeno dell’Arabia Saudita che, forte di un potere economico non paragonabile a quello dei Paesi africani, fa ormai da alcuni anni leva sul calcio per costruire una nuova capacità di influenza culturale. Attraverso il calcio, e lo sviluppo delle infrastrutture fisiche e sociali a esso dedicate, Riad diversifica fortemente la sua economia e si pone come hub globale di intrattenimento.
Le acquisizioni di calciatori tra i migliori al mondo non sono una mossa di “sport-washing”, ma parte di un vero e proprio progetto di visione.
I Paesi emergenti stanno dunque costruendo una storia politica attraverso il calcio; una storia che si emancipa da un modello europeista coloniale e che, utilizzando lo sport come mezzo, riscrive identità e gerarchie di soft power internazionali.

Sempre durante l’incontro hai sottolineato un parallelo tra il declino calcistico europeo e la debolezza politica dell’UE. Mentre l’Europa arretra su dazi, energia e coesione interna, vediamo Saudi Pro League e figure come Bin Salaman in ascesa, Premier in mani straniere, UEFA sempre più debole. Ma è davvero sintomo di declino europeo o era un processo inevitabile in un sistema dove, durante la scelta di competizioni come i Mondiali, il voto di Haiti vale quanto quello della Germania? La democratizzazione FIFA era destinata a ridimensionare comunque il ruolo dell’Europa?
Non possiamo guardare alla relazione tra il momento di fragilità che l’Europa sta vivendo e la trasformazione del sistema calcistico globale come a una semplice coincidenza, ma neppure considerarla un automatismo. È l’intreccio tra due dinamiche parallele: da un lato la perdita di peso politico ed economico dell’Unione Europea; dall’altro la redistribuzione del potere in un ecosistema calcistico ormai pienamente globalizzato. Ma ridurre tutto al “declino europeo” sarebbe troppo lineare: una parte di questo processo è stata strutturale e inevitabile, specie dopo la democratizzazione della FIFA.
È vero che la frammentazione dell’UE si riflette anche nel calcio – poiché l’Europa non ha più la massa critica, né la coesione, per imporre un modello unico, e la UEFA si muove spesso su posizioni difensive, quasi priva di un vero baricentro politico – ma anche in assenza di una crisi europea, la centralità del “vecchio continente” sarebbe comunque diminuita.
Hanno sfruttato appieno questo contesto gli gli attori extraeuropei, dall’Arabia Saudita, al Qatar, agli Stati africani e quelli del Sud-est asiatico, che hanno capito che avrebbero potuto accedere a un palcoscenico di soft power senza equivalenti, investendo nel calcio (infrastrutture, leghe, club, candidature ai Mondiali), offrendo capitali che l’Europa non può più permettersi, e sfruttando una FIFA dove il loro voto ha lo stesso peso delle potenze storiche. La Saudi Pro League è l’esempio lampante: nasce da una finestra geopolitica e regolamentare perfetta – un’Europa debole, una FIFA multipolare, capitali illimitati nel Golfo.
Parliamo però di un “declino europeo” relativo, non assoluto. A oggi, l’Europa resta ancora sede delle più prestigiose competizione e rappresenta ancora il mercato più strutturato. Quindi, piuttosto, siamo davanti a una perdita di monopolio.
L’immagine di Cristiano Ronaldo, Mohammed bin Salman e Gianni Infantino insieme è quasi una cartolina del nuovo ordine calcistico. E con Trump di nuovo alla Casa Bianca, il rapporto tra lui e Infantino assume nuovi significati. Cosa ci dice questa alleanza USA-FIFA-Saudi sulla riconfigurazione del potere nel calcio globale?
La “cartolina” alla quale fai riferimento è la rappresentazione plastica di un potere che si è spostato altrove, e che oggi si articola in un triangolo molto preciso: l’Arabia Saudita come nuovo centro geopolitico del calcio, la FIFA come potenza regolatoria globale emancipata dall’Europa, e gli Stati Uniti come motore economico e mediatico dell’intero sistema.
L’Arabia Saudita, con Vision 2030, ha capito prima di altri che il calcio è il veicolo più rapido per ottenere prestigio internazionale e trasformare la propria immagine globale. La Saudi Pro League, il Mondiale 2034 di fatto già aggiudicato e l’ingresso del fondo sovrano PIF nei club europei non sono mosse isolate, ma componenti di una strategia coerente: usare il calcio come infrastruttura di legittimazione e influenza. L’Arabia Saudita non vuole imitare l’Europa, vuole sostituirla come centro della politica calcistica mondiale.
Gianni Infantino, da parte sua, ha letto con lucidità il nuovo equilibrio geopolitico. Ha compreso che, in un mondo non più eurocentrico, il potere della FIFA aumenta se il baricentro decisionale si sposta verso Paesi che non hanno leghe concorrenti, né tradizioni da difendere. L’alleanza con il Golfo gli garantisce un sostegno quasi plebiscitario nelle votazioni, capitali illimitati per nuove competizioni e la possibilità di indebolire la UEFA.
La presenza degli Stati Uniti completa lo scenario. Per Washington il calcio non è un terreno ideologico, è un’infrastruttura economica. Il Mondiale 2026 sarà l’evento più commerciale della storia, gli investitori americani stanno acquisendo club europei come fossero franchise della NFL, e i colossi dell’entertainment stanno spingendo il soccer nella logica dei grandi ecosistemi mediatici.
In questo triangolo, gli USA portano il mercato, il Golfo porta il capitale e le ambizioni geopolitiche, la FIFA porta la legittimazione regolatoria. È L a geografia del potere calcistico che verrà.

Stiamo vedendo nascere una vera disciplina accademica su ‘calcio e geopolitica’ o sono sfere che sono sempre state intrecciate, solo che oggi l’informazione globale ce le rende più visibili?
L’idea che il calcio e la geopolitica siano due sfere separate è, in realtà, un’invenzione recente. Lo sport è sempre stato un campo di proiezione del potere: dalle Olimpiadi della Grecia antica alle nazioni ottocentesche che usavano il football per esportare modelli culturali, dagli stati totalitari che lo trasformavano in propaganda identitaria fino alle competizioni della Guerra Fredda, cariche di simboli e significati politici. Il calcio, in questo senso, è sempre stato geopolitico, perché è un linguaggio universale che consente agli Stati di rendere visibile il proprio peso internazionale.
Quello che sta cambiando, oggi, è la scala con cui lo osserviamo. L’informazione globale, i social media, l’economia dei mega-eventi e soprattutto la moltiplicazione degli attori (fondi sovrani, piattaforme digitali, nuove potenze regionali) hanno reso queste dinamiche molto più leggibili. Oggi vediamo in diretta ciò che in passato si muoveva nelle retrovie: investimenti strategici, assegnazioni di competizioni, alleanze politiche, logiche di soft power.
È in questo contesto che sta emergendo una vera e propria disciplina accademica su calcio e geopolitica. Non perché il nesso sia nuovo, ma perché per la prima volta studiosi di relazioni internazionali, sociologi dello sport, economisti politici e antropologi stanno trattando il calcio come un oggetto di ricerca complesso, capace di illuminare processi globali più ampi.
In altre parole, non è il legame tra calcio e geopolitica ad essere recente: è la consapevolezza di quel legame ad essere diventata più nitida, più sistematica e più studiata.
Per concludere, citando Paesi del Golfo, Africa, USA, si può vedere chi in questo momento possiede le chiavi del calcio mondiale. Ma guardando la mappa del potere calcistico futuro, chi è il grande assente che potrebbe sconvolgere gli equilibri? L’India con 1.4 miliardi di abitanti? L’Indonesia, quarto paese più popoloso al mondo? O la vera rivoluzione verrà dal calcio femminile come nuovo terreno vergine per il soft power, dove paesi come Spagna o Scandinavia stanno già costruendo egemonie alternative?
Quando guardiamo alla mappa del potere calcistico futuro, è naturale concentrarsi sui protagonisti della fase attuale: i Paesi del Golfo che dettano l’agenda finanziaria, l’Africa sub-sahariana che sta diventando un laboratorio agonistico e demografico, gli Stati Uniti che impongono la logica dell’entertainment globale.
Certamente, in questa mappa, anche l’India potrebbe avere le potenzialità per riscrivere il futuro: con una classe media in espansione e una forte propensione alla sport-entertainment economy, potrebbe rappresentare un mercato immenso, ma manca ancora una strategia – o una cultura sportiva capace di generare élite tecniche.
Ancora più intrigante è il caso dell’Indonesia, quarto Paese più popoloso al mondo. Qui la passione calcistica è enorme, quasi fanatica; le audience televisive sono altissime; il governo ha iniziato a investire in infrastrutture e sicurezza dopo la tragedia di Kanjuruhan. Se l’Indonesia riuscisse a creare una lega professionale stabile e a sfruttare il proprio potenziale demografico, potrebbe diventare il nuovo gigante asiatico del calcio popolare, forse più dell’India, perché parte da una base culturale molto più solida.

Tuttavia, in questo scenario, credo che la vera rivoluzione potrebbe arrivare dal calcio femminile, terreno ancora relativamente vergine, poco gerarchizzato, non colonizzato da un secolo di poteri consolidati: non esistono ancora egemonie strutturate né barriere storiche che favoriscono l’Europa occidentale o il Sud America maschile, c’è una fluidità che può aprire un nuovo spazio di soft power.
Non danno credito a questa ipotesi soltanto la Spagna o I Paesi scandinavi, ma anche gli Stati Uniti e perfino i Paesi del Golfo, che hanno iniziato a investire nel femminile perché capiscono che lì si giocherà una partita di reputazione globale senza il fardello del passato.
Il futuro del potere calcistico, in altre parole, potrebbe non arrivare dal “più grande”, ma dal “più nuovo”: chi saprà investire per primo in un terreno ancora in gran parte inesplorato potrebbe davvero riscrivere la mappa del calcio mondiale.
Grazie mille!





