I grandi investimenti nello sport dell’Arabia Saudita forse vanno oltre il tentativo di recuperare la sua reputazione

Lo scorso aprile, la dirigenza della Women’s Tennis Association (WTA) ha fatto un annuncio controverso: le finalidi punta femminili saranno assegnate all’Arabia Saudita dal 2024 al 2026.
Come ci si poteva aspettare, la decisione ha alzato un gran polverone. I critici hanno subito sottolineato quanto l’Arabia Saudita sia in difetto in materia di diritti umani e in particolare di diritti delle donne, per sostenere che il torneo noto come WTA Finals, non dovrebbe essere organizzato in quel Paese.
Ricordiamo che il tennis femminile ha sostenuto i diritti delle donne ben prima che Billie Jean King battesse Bobby Riggs nella “battaglia dei sessi” 50 anni fa(nel tennis “Battle of the sexes” è riferito a tre famosi incontri giocati da un uomo e una donna: quello che fece più scalpore fu proprio quello tra la King e Riggs nel 1973 perché vinto dalla King). La WTA è stata una delle principali promotrici del titolo IX, la legge statunitense che ha dato a milioni di donne e ragazze pari opportunità nello sport e nell’educazione.
Agliocchidei puristi,l’offerta dell’Arabia Saudita di fare grandi e redditizi investimenti nella WTA, tra cui un montepremi da record per il torneo, al fine di vincere i diritti di hosting è semplicemente l’ultimo episodio di “sportswashing” di Riyad.
In effetti, la rapida successione di investimenti sbalorditivi dell’Arabia Saudita nell’industria sportiva mondiale, effettuati attraverso il suo Fondo di Investimento pubblico, è in parte responsabile dell’improvvisa ascesa del termine “sportswashing”, ossia l’uso dello sport per migliorare l’immagine globale di un Paese. In questo caso, il tema è che Riyad sta usando i suoi investimenti sportivi per “distrarre” il mondo dalla sua realtà in campo di diritti.
Ma mentre le critiche alle sistematiche violazioni dei diritti umani da parte dell’Arabia Saudita sono meritate, l’accusa di “sportswashing” è, quanto meno,una semplificazione eccessiva e tutt’al più un vero e proprio fraintendimento di dove si posizioni attualmente il Paese.
Da un punto di vista esterno, l’equivoco è comprensibile. Dal 2015, quando il principe ereditario Mohammed bin Salman è diventato il leader de facto del Paese, l’Arabia Saudita sembra essere un po’ un paradosso.
Da un lato, MBS (come viene chiamato il principe) ha introdotto riforme che hanno trasformato il panorama sociale del Paese. I più visibili sono stati i cambiamenti alle leggi di genere.
Meno di un decennio fa, alle donne era proibito prendere parte a molti aspetti fondamentali della vita quotidiana, come guidare, lavorare e viaggiare, senza il permesso di un tutore maschio. Ora, le leggi sulla tutela maschile sono state in gran parte smantellate e le donne sono state rapidamente integrate nella forza lavoro e nella vita pubblica.
Anche le istituzioni più strettamente religiose della società Saudita hanno vistoridotta la loro importanza. La polizia religiosa del Paese, un tempo responsabile dell’osservanza delle leggi islamiche, è stata messa in disparte nel 2016 quando le autorità saudite hanno deciso di promuovere una versione più moderna dell’Islam.
Allo stesso modo, i religiosi musulmani hanno oggi molta meno influenza nella società.
Una curiosità, anche il volume degli altoparlanti che trasmettono la tradizionale chiamata alla preghiera è stato abbassato.
Di conseguenza, il panorama culturale dell’Arabia Saudita è stato radicalmente trasformato, con l’introduzione di cinema, concerti, mostre d’arte e altre forme di intrattenimento. Ma per gli osservatori esterni pare che la sola nota degna di interesse abbiano avuto gli investimenti in campo sportivo avvenuti negli ultimi anni.
L’anno scorso, il PIF (Public Investment Fund) ha assunto il controllo di quattro delle squadre nazionali di calcio di livello professionale, per poi spendere in modo sfarzoso nell’acquisto di alcuni dei migliori giocatori dei campionati europei e portarli nel regno.
Il PIF ha anche istituito nel 2021 una lega per il gioco del golf, sempre a livello professionistico, che ha rappresentato una tale minaccia per il PGA Tour (l’organizzazione che cura i principali tour professionistici di golf negli Stati Uniti), a lungo dominante in questo campo, che i due hanno accettato di fondersi, anche se l’accordo non è stato finalizzato.
E il fondo ha portato nel Paese molti altri eventi sportivi ad alto livello, tra i quali il Gran Premio di Formula 1, corse di cavalli di livello mondiale, incontri di boxe, eventi di e-sport e, naturalmente, la WTA Finals.
Il regno ospiterà anche la Coppa d’Asia del 2027, probabilmente la Coppa del Mondo del 2034 e punta ad ospitare anche la Coppa del Mondo femminile del 2035.
Questi sono solo gli eventi sportivi che il regno sta ospitando. Il PIF ora possiede anche la squadra di calcio del Newcastle United della Premier League inglese, e Aramco, la compagnia petrolifera e di gas proprietà dello Stato, sarà presto principale sponsor delle FIFA, la Federazione Internazionale del calcio. È già il primo sponsor dell’International Cricket Council, mente l’Ente del Turismo dell’Arabia Saudita è uno dei maggiori sostenitori della Premier League indiana per il cricket.
Ciononostante, dall’altro lato, tutta questa apertura è avvenuta mentre Riyad intensificava i suoi attacchi ai diritti umani. L’omicidio del giornalista dissidente Saudita Jamal Khashoggi da parte di una squadra di agenti di sicurezza sauditi, avvenuto nel 2018 ha temporaneamente reso l’Arabia Saudita uno Stato paria, almeno per l’Occidente. E la campagna militare del regno nello Yemen, appoggiata dagli Stati Uniti, ha visto pubblicare quotidiani rapporti su crimini di guerra commessi dalle forze saudite.
La repressione delle autorità saudite per qualsiasi forma di dissenso è continuata anche sotto MBS. Il Paese ha fortemente limitato la libertà di parola nel corso di tutta la sua storia, ma negli ultimi dieci anni, anche le forme più blande di dissenso – in alcuni casi semplicemente ritwittando alcuni account critici nei confronti del governo – sono diventate motivo di punizione estremamente dura.
Questo giro di vite prende di mira non solo gli attivisti, ma anche i semplici cittadini e persino alcuni membri della famiglia reale.
Si estende anche ai discorsi espressi al di fuori dei confini del Paese.
È qui che entrano in gioco le accuse di spostrswashing. L’ipotesi che il regno abbia deciso di trasformare rapidamente e massicciamentein arma di convincimentogli strumenti di soft power, in risposta alla crescente consapevolezza internazionale delle sue gravi violazioni dei diritti umani, in particolare tra le popolazioni dei partner occidentali dell’Arabia Saudita.
Con questa argomentazione, le riforme sociali e religiose – che i critici definiscono superficiali e, in ogni caso, previste da tempo – hanno lo scopo di placare i detrattori, mentre gli investimenti nello sport creano uno spettacolo che distrae, spostando l’attenzione da questioni più di peso.
In questa ottica MBS appare come un maestro del depistaggio.
Ma se il pubblico principale verso il quale è rivolto lo sportswashing è l’Occidente, la tattica pare non stia funzionando come dovrebbe. A livello di opinione mondiale, gli investimenti del PIF hanno solo portato ad una maggiore attenzionesulla situazione dei diritti umani in Arabia Saudita, non a una diminuzione.
A livello diplomatico, era quasi certo che gli Stati Uniti e l’Occidente avrebbero comunque ripreso i rapporti con l’Arabia Saudita dopo il suo breve periodo di allontanamento perché definito momentaneamente “paria”: il Paese è semplicemente troppo importante nelle questioni regionali per essere ignorato.
In pratica, l’accusa di sportswashing si basa sullo scetticismo nei confronti delle motivazioni che animano gli investimenti in campo sportivodell’Arabia Saudita, e sul presupposto che il pubblico principale al quale si rivolgono tali investimenti sia l’Occidente.Nessuna delle due accuse però regge un esame approfondito quando siaggiunge un ulteriore elemento all’equazione.
Molto importante è lo scenario interno dell’Arabia Saudita, perché i cambiamenti nelle politiche del Paese costituiscono un pacchetto coerente e ben congegnato. Direttamente o indirettamente, sono tutte risposte ai grandi problemi che MBS ha trovato quando è entrato in carica nel 2015.
Un decennio fa, l’Arabia Saudita dipendeva quasi interamente dai proventi del petrolio e del gas che servivano ad alimentare la sua economia e pagare gli stipendi dell’importante forza lavoro che costituisce il settore pubblico, proventi che da allora non hanno fatto che crescere, nonostante la crisi climatica stesse portando i suoi sforzi nella direzione di una riduzione della dipendenza globale dai combustibili fossili.
Contemporaneamente, l’ordine sociale del Paese, che si basa sull’adesione al wahhabbismo, un ramo rigido e conservatore dell’Islam sunnita, veniva scosso dalle richieste di una popolazione molto giovane, in forte espansione e che chiedeva più posti di lavoro e una cultura più in sintonia con il XXImo secolo.
Messe insieme, queste due sinergie hanno cominciato a minare il patto sociale dell’Arabia Saudita, la cui stabilità è fondamentale per la famiglia reale nel mantenimento del potere.
La ormai famosa Vision 2030 di MBS ha lo scopo di affrontare contemporaneamente tutti questi problemi.
Le riforme sociali e religiose che aprono il Paese sostengono anche gli sforzi per attirare gli investitori necessari nel diversificare l’economia, rendendo l’Arabia Saudita più accogliente nei confronti delle imprese straniere.
Inoltre, togliendo potere alla polizia religiosa e al clero, MBS può costruire un’identità basata non più sulla sola religione ma soprattutto sul nazionalismo. Il clima sociale più rilassato,l’introduzione di attività culturali e un’ampia gamma di eventi sportivi, hanno sicuramente molto appeal sulla popolazione giovanile del Paese.
Tutte queste operazioni sono molto delicate, ecco perché MBS e le autorità saudite hanno ritenuto importante mantenere il controllo totale su questi cambiamenti così radicali intensificando la repressione del dissenso e delle libertà di parola mentre allentano alcune delle ancestrali restrizioni.
Nell’esempio forse più significativo, vediamo un governo che continua ad incarcerare le attiviste per i diritti delle donne nonostante abbia annullato le leggi repressive che limitavano i diritti delle donne, mettendo in evidenza la convinzione delle autorità che il cambiamento possa avvenire solo dall’alto.
Di certo, le riforme e gli investimenti dell’Arabia Saudita hanno alcuni obbiettivi internazionali. La corsa all’influenza nel Sud del mondo è uno di questi per MBS, e fare investimenti eclatanti così come ospitare eventi di alto profilo aiuta sicuramente l’Arabia Saudita in quella corsa.
Ma l’utilizzo di questi eventi come piattaforma di lancio della propria influenza non è puro e semplice sportswashing, sarebbe riduttivo definirlo così. Il contesto interno dell’Arabia Saudita rimane il motore più importante di questi investimenti.
Mentre le critiche alle violazioni dei diritti umani da parte dell’Arabia Saudita sono assolutamente giustificate, l’accusa di sportswashing ignora totalmente che ci sono aspetti urgenti dietro alle riforme e agli investimenti del Paese, che vanno ben oltre la volontà di catturare l’attenzione dell’Occidente.
Se ci sono solidi motivi che giustificano il fatto che l’Arabia Saudita non debba ospitare le finali WTA, lo sportswashing non è sicuramente uno di questi.





