COSCIENZA EUROPEA: breve storia di un’Idea

Sorge il dubbio, in questo  assai critico periodo in cui l’Europa è diventata la nostra “famiglia” allargata, che la costruzione dell’unità del Continente tanto vagheggiata dal  Rinascimento in poi,  sia avvenuta nello scorcio del secolo alle spalle  per lo più sotto  una spinta utilitaristica  che come  ricerca  di una comune coscienza  di cittadinanza .
     Ci sentiamo  cittadini europei ?  In questo momento sembra quanto mai  ironico  un qualche atteggiamento idealistico, presi come siamo a pareggiare i conti, chiamati al confronto con  i nostri cugini d’Oltralpe ognuno con la calcolatrice in mano. Ma forse non sarebbe poi tanto peregrino riscovare una parentela  identitaria.

     Già con le scoperte geografiche, l’europeo iniziò a prendere coscienza della propria identità a contatto con gente nuova, ‘altra’ da sé, con usi, costumi e soprattutto maniera di pensare assai differente dalla nostra. Ci accorgemmo che  la nostra ‘forma mentis’ era non solo il risultato dell’acclimatamento in un certo ambiente geografico ma soprattutto opera della storia che avevamo alle spalle e che mancava al ‘primitivo’, opera cioè  del fattore spirituale, della volontà umana.  
     Solo nell’età moderna questa coscienza ha cominciato a delinearsi con più incisività, quando gli scrittori francesi del ‘700 cominciarono a parlare di  “esprit de societè”, quello “spirito di società” che  vide  Montesquieu, Fontenelle, Voltaire, pur in polemica fra loro, intenti a far trionfare da un capo all’altro del nostro continente la “società delle intelligenze” legate fra loro da assidui rapporti culturali. Dall’altra parte, restava indelebile quell’impronta di ‘cristianità’ che l’Illuminismo della ragione cercava di  sgretolare. Ma è indubbio che del ‘700 rimase la fisionomia, il senso dell’Europa come di un grande “corpus” civile, spirito di libertà europeo contro il dispotismo di altre forme sociali.
    Una differenziazione che l’europeo cominciò a sentir meno quando, nella seconda metà del secolo  XIX, prese consistenza sulla scena mondiale un altro, ben più potente corpus, quello nord-americano che, imponendo un sistema politico mondiale, indebolì il sistema politico europeo. Ormai la vecchia Europa, centro delle “relazioni continue”, diveniva man mano come un ponte, un anello di collegamento tra l’America e le altre forze mondiali.
    L’erompere poi del nazionalismo fu il colpo di grazia. L’autarchia spirituale fiaccò, scisse la grande “società degli spiriti”. Quella “politesse” francese di un Voltaire o di un Fontenelle, che era tra le caratteristiche più peculiari della civiltà europea, assunse per i nazionalisti significato di frivolezza e superficialità, lasciandosi sfuggire il vero valore umano di tale “socievolezza”.
    Sicuramente non abbiamo perso  del tutto quella sorta di “genie”, di particolare abito sentimentale che ci differenzia dal resto del mondo. Ma abbiamo dovuto fare i conti con la “globalizzazione”  che ha opacizzato  ogni identità e uniformato il mondo sotto l’egida del mercato.
     Un breve excursus  sulla storia di un’idea di Europa,  non più ora “repubblica delle lettere” ma “repubblica dello spread”….

Angela Grazia Arcuri

21 maggio 2012

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