Ivano e Sabrina: tragico epilogo di un amore irrisolto

Sarah Scazzi  non può più  regalare  agli amici di Avetrana  il sorriso di una candida, confidente  adolescenza. Il suo tempo le è stato stuprato come a  un tenero agnello pasquale.      
Ora, è tempo di tribunale. In primo piano lui, Ivano Russo, l’oggetto del desiderio, il grande conteso di un rapporto  dai  contorni ludici, che andava a movimentare le fantasie femminili imbrigliate dal limitato orizzonte paesano. Da un lato, la giovane e bruna Sabrina, decisa, volitiva, imperiosa, dall’altro l’eterea e giovanissima Sarah sopraffatta nell’immagine dal peso fisico e di per se stesso materno della cugina.

Ivano Russo, cuoco o pasticciere che sia , ha gettato  inconsapevolmente l’esca delle sue dolci lusinghe,  forse unico  appetibile in un fazzoletto di terra pugliese  dove non c’è molto da guardare in giro. Catapultato  dal bancone delle  sue pratiche artusiane  sui banchi di  un’aula giudiziaria, ora il giovane  regala  un’immagine  diversa, più matura e definita. Due anni  assai  pesanti in balia della gogna mediatica hanno cambiato anche lui.  Adesso è un testimone-chiave, molto importante per chiarire  certi aspetti  di quell’amichevole rapporto tra lui e le due ragazze, sfociato nelle  tinte a chiaroscuro di un tragico  “feuilleton”.
Si presenta a sguardo  basso,  consapevole dell’assalto dei fotografi  fuori della Corte d’Assise, ben azzimato  di nero , sciarpone  e occhiali scuri,  a voler  quasi confermare la credibilità di una fama  purtroppo tristemente conquistata  di “bello”. Risponde calmo alle domande del giudice, un botta-risposta veloce e scarno in cui restano sfocate tutte le verità,  un canovaccio  giudiziario scontato  e superficiale.                                   
Quel rapporto leggero  tra i ragazzi  andava in realtà  a calarsi  nel gioco di una psicologia amorosa  ben ai là del superficiale. Ivano Russo non poteva inizialmente  prevedere , in quel balletto a tre,  che l’accettazione  passiva  di manifestazioni  affettuose da parte delle due amiche  avrebbe portato  oltre. Per lui era  amicizia e basta,  quel  bel calore amicale  nella noiosa realtà di Avetrana. Ma qualcosa si trasformava in Sabrina, qualcosa che saliva su  con la prepotenza  e l’inarrestabilità di  una vera e propria passione. E  Ivano Russo  non poteva ignorarlo, lo aveva ben capito, ma non gli dispiaceva crogiolarsi tra due fuochi, tra le migliaia di messaggini  di Sabrina (caldeggiati  dalle   sue puntuali  risposte)  e  gli spontanei  abbracci della dolce  Sarah…
Ecco, la “piccola Sarah”, come la letteratura giornalistica  l’ha sempre definita, non era davvero più piccola.  Quindicenne, ma già con gli occhi bistrati per mano della cugina estetista,  il suo corpicino efebico  accarezzato  dal fucsia delle sue minigonne, i fermagli  fantasia nei  lunghi capelli d’oro filato.  Un fiore  in  delicato sboccio, come i suoi nascenti sentimenti  affidati alla segretezza di un diario finito nelle mani di  “chi”  non doveva leggerlo.  Un’appropriazione indebita  nel momento più bruciante  di un illusorio percorso d’amore, in cui Sabrina si ebbe  il famoso “rifiuto”  di un  “pentito”.
In aula ci sono tutti i protagonisti  del caso Scazzi. I loro sguardi non si sfiorano.  Dentro ci sono le verità nascoste,  risvolti forse pesanti  di storie familiari  dove  figure femminili  di un pingue matriarcato  assumono ruoli di primo piano  nel clan Misseri.  Storie  di antiche ruggini  mai scrostate , attecchite nel tempo  sulla  superficie di rapporti  interfamiliari divenuti  quasi inesistenti.  Così è lecito pensare ….
Concetta Serrano, madre di Sarah,  è  l’immagine di sempre: l’occhio fisso davanti, muto, il volto scavato nella pietra di un dolore  che c’è,  deve esserci ed essere immenso, che grida di notte  dentro  e squassa  il petto.  Ma le parole che talvolta  riesce ad esprimere hanno un sapore di quasi estraneità  alla  tragedia.  Quel rosso troppo accecante dei capelli di un “fai-da-te” casareccio appare antitetico  alla sua impenetrabilità, come  l’espressione  violenta di ciò che vorrebbe esprimere e non sa fare con le sue frasi semplici, parole che rasentano  il banale  nell’eccezionalità di una tragedia che la riguarda in prima persona. Ha eliminato il nero dal suo pur semplice guardaroba,  perché il lutto non si addice a chi crede  fermamente nella resurrezione dei corpi,  secondo la sua appartenenza ai Testimoni di Geova. Ma quel suo  gelido incanto  si è forse tradotto  in una  palpabile anaffettività verso  una  figlia che da bambina stava diventando donna, che desiderava un abbraccio dove stemperare  i piccoli grandi problemi dell’adolescenza, una parola d’amore materno, un po’ di calore trovato presso  un’altra famiglia, quella dei Misseri.
Ora si sa che il bel conteso  ha una nuova “morosa”. La sua venuta in aula deve aver sconvolto  Sabrina Misseri, nascosta insieme alla madre Cosima all’occhio delle telecamere. Sabrina piange  la sua disperazione senza fine, piange  sul suo disegno nefasto, piange sulla sua grande illusione  e sul “grande rifiuto“ di una notte che l’ha vista  alla berlina, piange  per aver rovinato la sua e le altre vite  per una fatale ed inutile “vampata” d’amore.

Angela Grazia Arcuri

4 febbraio 2012

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