Suicidio: in Italia seconda causa di morte negli adolescenti

Suicidio: in Italia seconda causa di morte negli adolescenti

suicidio-seconda-causa-morte-italiaÈ di questi giorni la notizia del tentato suicidio di un ragazzo in un Liceo di Bergamo il primo giorno di scuola. Poco prima che la campanella suonasse e desse via all’inizio delle lezioni e del nuovo anno scolastico, lui si è gettato nel vuoto.

Un volo di sedici metri. La cronaca riporta i dettagli di una vicenda che sconvolge e lascia un senso di smarrimento perché esce dal fatto privato del dolore della famiglia e di chi lo conosceva, per entrare in quello pubblico di chi apprende la notizia ed immediatamente se ne sente partecipe.

Non è più il nome, non è più il posto, non è nemmeno il motivo ad interrogare e commuovere ma la realtà. Un ragazzo che sceglie di salutare i suoi compagni, appoggiare lo zaino in classe e di salire le scale per cercare la morte invece di sedersi al proprio banco.

Il suo volto diventa quello di un figlio, di un fratello, di un amico, magari anche solo quello di un giovane che passa davanti a casa per andare a scuola e a mala pena si nota. Come non far proprie le parole scritte da una professoressa dello stesso Liceo in una lettera indirizzata al Direttore del quotidiano on line Bergamonews, che parla di un atto «contro ogni logica e contro ogni istinto di sopravvivenza» che «lascia aperti interrogativi disperati ed irrisolti: perché proprio nel primo giorno di scuola, e proprio nel cuore pulsante della scuola? (…) perché questa vita spezzata? Perché questo gesto estremo? Perché nessuno si è accorto di nulla?». Già perché? Domande che lasciano una grande amarezza perché riguardano la morte e non la vita, domande che vengono fatte dopo e non prima.

I dati a riguardo sono preoccupanti. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, «Health for the world’s adolescents», che partendo da informazioni fornite da centonove Paesi ha stilato due liste per evidenziare le maggiori cause di morte e quelle di disabilità e malattia nei giovani di tutto il mondo di età compresa tra i dieci e i diciannove anni, il suicidio è al terzo posto come causa di morte e la depressione al primo per malattia e disabilità.

Gli studi citati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sostengono che «i primi sintomi di disturbi mentali si manifestano all’inizio dell’adolescenza» e che «se gli adolescenti fossero considerati e curati in tempo, si potrebbero prevenire morti ed evitare sofferenze per tutta la vita», nel caso estremo a togliersi la vita prima di diventare adulto. Un rapporto è fatto di numeri, ma questi numeri hanno tutti un nome e troppo spesso si dimentica che l’attenzione data ad un giovane oggi, è data anche all’adulto di domani, e che «giovane» non è sinonimo di «felice».

In Italia la situazione non è differente, negli adolescenti il suicidio è la seconda causa di morte, e sono in aumento le segnalazioni fatte per tentativi o manifeste intenzioni di suicidio. Adolescenti «sempre più fragili» e con «una vulnerabilità consolidata», queste le parole di Maurizio Pompili, direttore del Servizio per la Prevenzione del Suicidio presso l’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma.

Tra i fattori responsabili emersi in questi ultimi anni c’è la «disgregazione della rete familiare, che non vuol dire solo divorzio o separazione, ma piuttosto ridotto periodo di tempo che i genitori per anni passano insieme ai figli, a volte fin da quando sono molto piccoli», un’età nella quale invece c’è la necessità di un’azione lenitiva da parte dei genitori per imparare a gestire paura, delusione, ansia.

Continua il Prof. Pompili dicendo che «l’abuso di sostanze, un comportamento che va oltre il provare qualcosa tipico di quell’età, e il fatto che i ragazzi oggi non sono stati abituati a fronteggiare le frustrazioni e le delusioni» sono altre cause che, complici i rapporti virtuali e l’assenza di figure adulte di riferimento, portano i ragazzi a pensare che «tutto sembra possibile. Poi ti scontri con i primi no, e questi sembrano muri invalicabili. Non c’è ancora maturità affettiva, ma neanche l’impulso a chiedere aiuto a una figura di riferimento», con «segnali importanti da non sottovalutare come l’abuso di sostanze, i cambiamenti nel sonno, nell’appetito e nel comportamento, crisi di rabbia e disperazione, un umore altalenante con guizzi improvvisi, una chiusura repentina».

Queste informazioni non bastano però a sondare veramente il cuore umano, a toccare fino in fondo quel punto dove ognuno porta il peso di se stesso. L’unica salvezza possibile allora è far vedere che quel peso può venir sollevato da altri quando sembra impossibile farlo da soli, far vedere che la vita è bellissima e vale la pena di viverla, sempre, anche quando tutto sembra un impedimento.

È un impegno e una responsabilità di tutti non mostrare che la propria esistenza sia solo una strozzatura, un lamento, una fatica o all’opposto un’evasione, un godimento, un disinteresse. Tessere quelle trame di rapporti veri fatti di carne ed ossa, di sorrisi e lacrime, di cose giuste ed errori fatti. Urlare se serve che la vita è sempre un nuovo inizio e mai una fine, che la realtà è per noi e non contro perché, come scriveva T.S. Eliot in Cori da «La Rocca», «senza senso non c’è tempo e quel momento di tempo, di tutto il tempo ha dato il significato».

Paola Mattavelli
18 settembre 2014

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