Cose dell’altro mondo

What’s Globalizzazione? Significa forse regime imperialista dove tutti colonizzano tutti? Oppure è sinonimo di internazionalismo sfrenato? O è l’aumento vertiginoso del flusso d’ informazioni che dilagano nel mondo? E’ un universal-business? Boh. Certo è che il mondo sta diventando un enorme villaggio dove la spinta all’omologazione espropria i popoli di ciò che da sempre loro appartiene: l’identità. Se essere globalizzati significa che il cous-cous deve entrare nell’alimentazione finlandese, che al posto dei mocassini in pelle dobbiamo infilarci i sabot di legno e che dobbiamo sostituire il Cabernet con il tè allo zenzero…io non ci sto.

E poi questa globalizzazione non rispetta neppure la par condicio, c’è sempre qualcuno o qualcosa che prevarica gli altri. Per favore mi si spieghi perché se tanti Italiani vanno al mare a Sharm el Sheik altrettanti Egiziani non vengono in ferie a Rimini. E dove sta la democrazia linguistica se è l’inglese la favella internazionale? Perché non è l’esperanto che sarebbe per tutti più facile da pronunciare? La supremazia britannica che ci ha imposto il prato all’inglese, la sella all’inglese, la chiave inglese oggi se la deve vedere con i nuovi arrivati: i Cinesi. I “gialli” ormai ci vendono di tutto, ma non le “cineserie” derivate dalla loro antica cultura, non le porcellane, le sete, gli ombrellini, gli shangai, no, ci vendono i cell, le digitali, i jeans, le scarpe e perfino i loro spaghetti. Di questo passo finiremo cinesizzati e anche giapponesizzati. Un po’ lo siamo già. Ora la casa la pretendiamo orientata secondo le regole del feng-shui, ci curiamo con il reiki, mangiamo la soia e molti dormono sul tatami. E tutto ciò mentre gli orientali non ne vogliono sapere di comprarci il formaggio, rovinano la nostra pizza sostituendo la mozzarella con l’ananas e ci copiano tutto per rivendercelo contraffatto.
Per fortuna che ad arginare l’espansionismo levantino ci pensa l’Ikea, parola che potrebbe sembrare nipponica ma proviene invece dal grande nord. La calata dell’arredamento a buon mercato scende dalla Svezia. Sull’asse Venezia-Milano ce ne sono quattro di magazzini Ikea. I nostri appartamenti già profumano di larice, betulla, pino e licheni muschiati. I Lapponi, dopo averci acchiappati con la storia dello stoccafisso che compriamo alle isole Lofoten, ora cercano di rifilarci anche il prosciutto d’alce. E noi che cosa spediamo su? Se Norvegia e Finlandia hanno dimostrato di gradire il Passito di Pantelleria perché non mandiamo loro dieci camion di Sagrantino di Montefalco? Se poi se lo bevono con le aringhe affumicate, affari loro. L’importante è che ci sia un equiparato import-export e non solo un import a vantaggio altrui. Questa globalizzazione selvaggia a etica zero che impone un’apertura a tutto campo minaccia un’omologazione culturale che potrebbe sconfinare nel ridicolo, togliendo ai popoli le loro caratteristiche etniche. Il mondo, a parer mio, non deve affatto diventare un grande villaggio spersonalizzato e se sugli Appennini qualche architetto già globalizzato ha costruito ville con il tetto a pagoda e fazendas messicane, non vorrei mai vedere in Namibia capanne con cupole neo-borrominiane.

di Cinzia Albertoni

4 gennaio 2012

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