FIUMI DI PAROLE

di Cinzia Albertoni

Dio ci scampi dagli oratori. Se gli si porge un microfono, non lo mollano più. Viviamo nell’era della comunicazione ma pochissimi sanno veramente comunicare. Sono quelli che parlano poco. Ma non a vanvera. Il parlare in pubblico è una vera arte ma trovare qualcuno che sia provetto nell’ars dicendi è peggio dell’inutile ricerca dell’ago nel pagliaio.  Il guaio è che quasi tutti sono invece convinti del contrario e per questo si trincerano dietro a un tavolo e diventano conferenzieri. Questa è l’epoca delle conferenze. Inutile elencarne gli argomenti. Tutti. Dall’Abaco allo Zuzzurullone.  Il conferenziere è un esperto del tema proposto, lo conosce perché lo ha studiato, indagato, analizzato nei suoi molteplici aspetti,  se lo è raccontato allo specchio, ripetuto prima di dormire, replicato sotto la doccia, riproposto mnemonicamente al volante e non vede l’ora di sciorinarlo al pubblico. Potrebbe tenere un ottimo discorso in mezz’ora. E gli ascoltatori se lo ricorderebbero pure.

Invece parte dalle calende greche, si perde nei meandri degli esempi eclatanti, medi, piccoli, inutili, mostra diapositive, fotografie, fotocopie, disegni, cita titoli di libri, frasi fatte, proverbi, nomi e cognomi solo a lui noti, legge poesie, racconti, testi inediti, ritagli di giornale e parla, parla, parla. E’ talmente compreso nella sua performance oratoria che non butta mai un’occhiata all’orologio, né alle espressioni tediate e supplicanti degli astanti. Per lui, chi s’annoia è l’ignorante indegno. Il pubblico delle conferenze è eroico. Soggiace educatamente a quella retorica pedanteria che ricercando  il plauso corale scantona nella fastidiosa logorrea.                                                                                      
Per non cedere all’abbiocco c’è chi inverte ritmicamente l’incrocio dei piedi o delle braccia, chi accavalla e scavalca le gambe, chi fa ordine nella borsa, chi si guarda le unghie come vi leggesse un romanzo, chi messaggia selvaggiamente sul cell posizionato sul silenzioso ma vibrante.  
Non è vero che il tempo è uguale per tutti, ognuno ne ha una percezione soggettiva: per chi parla vola e per chi ascolta segna il passo.   

Cinzia Albertoni
www.cinziaalbertoni.it

12 settembre 2011

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